Occhiali da sole al buio: le uscite deathrock per il vostro Halloween

Pipistrelli, luci al neon, abiti neri, occhiali da sole neri, lerce discoteche, sangue, ragnatele, chi più ne ha più ne metta. L’immaginario darkwave è già una figata di suo, nelle varie declinazioni. Quello del suo figlio bastardo, il deathrock, è pure meglio, se possibile. Un occhio, se possibile, meglio tenercelo su. D’altronde non vi erano piaciuti i Grave Pleasures? Ecco, gruppo eccellente, derivato da un gruppo straordinario (i Beastmilk), ma in linea con alcuni decenni di storia di band maledette, a partire dai Christian Death degli straordinari esordi. Scuola (o sottogenere) ancora più punk del post-punk: Williams amico di Darby Crash, il Rick Agnew che ne ha definito il suono di chitarra proveniva dagli Adolescents, gli stessi Social Distortion che inizialmente erano accomunati alla scena. La parte più sconvolgente è provocatoria del primo deathrock poi magari ce la siamo ritrovata nei ’90 nella musica di Marilyn Manson. Per assurdo si potrebbe dire che fu il black metal, più o meno in quegli stessi anni, ad approfittare dell’impostazione del primo deathrock e a portarla ad estreme conseguenze. Oggi, anni ’20, riuscire a scandalizzare è un’impresa. Come stile, il deathrock resiste ancora. Ma anche dal punto di vista musicale mi pare ci sia più stile che scandalo. Poco male, dai, finché la musica è di livello e fintanto che si avvicina Halloween e si ha bisogno di una playlist degna per la notte delle streghe. Oggi quindi portiamo sul tavolo tre dischi che non dovrebbero sfigurare diffusi dagli impianti nel corso della festa stilosissima che, sicuro, starete già organizzando.

Bella prova davvero questo Feed the Fire, che dei NOX NOVACULA, da Seattle, sarebbe il secondo album. Innanzi tutto ci tengo a precisare che sanno scrivere canzoni, che tutte quelle dell’album sono riuscite, coinvolgenti e ben scritte, alcune proprio tanto. Non è mica scontato, con la quantità di musica usa e getta stilisticamente irreprensibile che si trova là fuori. Quindi ottimo, direi. Lo stile è un bel deathrock cavernoso, lucido e rotondo. Scuro, ma molto rock, per i bei riff della chitarrista Zu Leika. La scena comunque se la prende la cantante, Charlotte Blythe. Teatrale, dinamica. In fondo, la voce grottesca, caricaturale, eccessiva e viscerale del deathrock ha diversi aspetti in comune con quella dello psychobilly, scena cugina altrettanto bastarda ma un po’ più retrò. Non preoccupatevi troppo se vi dico che la sentirei benissimo a cantare il repertorio degli Smiths rendendolo più macabro. D’altronde è la stessa cosa che fa anche Mat McNerney, maschietto, coi Grave Pleasures di cui sopra. Insomma, parte benissimo Feed the Fire, con Plague, dura, secca, veloce. Poi con Disappear, più atmosferica ma con un ritornello da seria A del post punk più epico e romantico (i primi e meravigliosi U2, gli Echo & the Bunnymen, i Mission, quella roba lì). Poi col singolo, Flood, con la sua melodia pure riuscita e le tastiere che iniziano a far pensare pure alla synthwave, il che non è male. Grande inizio, ma occhio che del disco non ne toglierei una, tra assalti con i sedicesimi velocissimi sul charleston reale, oppure con le ritmiche sintetiche dei brani più coldwave. Gran bella prova, quasi sicuramente la mia preferita quest’anno in campo wave-qualcosa. Tra non molto speri tornino i bolognesi Horror Vacui. Riusciranno a fare di meglio?

Intanto ci occupiamo dei CHRIST VS WARHOL, nome preso presumibilmente da un brano dei Teardrop Explodes di Julian Cope e pedigree corposo, provenendo i membri da nomi noti nella scena gotica. Gente che ha già qualche anno in più sulle spalle, forse. Anzi, che aveva, visto che quella di quest’anno e l’uscita ufficiale di We… The Victims of History, album che in realtà è del 2014, ma che era stato diffuso solo in maniera carbonara su Cd-R, pare. Meglio averlo recuperato, quindi, perché pure questo è un bel disco di deathrock pieno di wave romantica.

Eveghost, la cantante, ha un tono di scuola Siouxsie. Anzi, nei momenti più quieti e sognanti mi ricorda quasi jeanette Landray dei The Glove di Robert Smith e Steve Severin. Ci sono modalità più pop (malate, decadenti, ma pop), a volte qualche suggestione veramente addietro nel tempo, come melodie che sono fantasmi della prima metà del ‘900 (Prism). Comunque non temete, complessivamente di deathrock si tratta. Pure bello teso e peso. L’iniziale Welcome Home è proprio un bel benvenuto. Giri cupi di chitarra wave e un’Apocalisse per ritornello. Dopo, Spooky Action (at a Distance) mantiene la tensione na introduce quel romanticismo à la Cocteau Twins che spiazza ma ammalia. Gelo tagliente in forma rock però sempre presente nelle trame dell’album, a volte magari più nella forma dei primi Banshees di Siouxsie, altre per certi versi dei Dead Can Dance del primo album (uno dei più sottovalutati della storia). Nel finale, la luciferina Feel Free! (coi Killing Joke dietro l’angolo) è l’ultimo scarto di vero rock’n’roll, prima di una coda dub ghiacciata e straniante. Disco nato minore, ma più che meritevole di trovare un posto in playlist in una di quelle sere in cui serrate attentamente le finestre per evitare di far entrare streghe e pipistrelli.

Lasciamo la giovane e millenaria California per sederci al tavolo di qualche cafè della vecchia Europa col tolosano Andy Julia, un passato solido nella scena black metal francese (ad esempio, alla batteria in Ballade contre lo Anemi francor dei Peste Noire) ed un presente fra neo folk marziale (collaboratore di/dei Dernière Volonté) e darkwave o, per meglio dire, coldwave. A dire il vero, i suoi SOROR DOLOROSA si introdurrebbero da soli, sul loro Bandcamp, come un progetto deathrock (da cui l’idea di introdurli in questo calderone qui). Eppure io in questo ultimo Mond (copertina sexy e chic cone un servizio di una rivista glamour) sento soprattutto, appunto quella forma fredda, stilosa, minimale e ben pettinata nata in Francia appresso a complessi come Marquis de Sade, Kas Product e Martin Dupont e definita a posteriori coldwave.

Restano prevalentemente un gruppo rock, i Soror Dolorosa, e le onde sintetiche che fanno da tappeto gelido ai brani non vengono supportate da fragori glitch e beat che le renderebbero proprio, definitivamente, synthwave. Ma non sono granché distorte, queste chitarre, sono arpeggi riverberati su batterie che sembrano fatte e macchina e su cui Julia come un novello Andrew Eldritch uscito da una scuola di moda. Insomma, io non li definirei deathrock. Non è un male in sè, ma non c’è nessuna traccia, neppure minima, di quel gigantesco, morboso e blasfemo VAFFANCULO che era Only Theatre of Pain. Mond è un disco di arrangiamenti competenti. Julia non scrive belle melodie o belle canzoni, o almeno non lo ha fatto a questo giro qui. Comunque, dovessero invitarvi per il Samhain a qualche evento esclusivo e firmato, ci fossero in sottofondo i Soror Dolorosa vi andrebbe di lusso. Ah, escono per Prophecy, che non sarà la Osmose ma nemmeno un’etichetta con l’ansia di piazzare qualche numero in classifica o nelle poll di qualche media di tendenza.

La Francia una sua wave cupa per lo meno ce l’aveva avuta. Ci vuole un po’ più di sforzo per immaginarsi invece che una pattuglia deathrock possa nascere Atene, nella Grecia mediterranea. Però il nome dei CHAIN CULT gira già da un po’, almeno in Europa. E comunque, pure se buio come la notte, il deathrock è nato in California, tra sole e palme, per cui…

Comunque, i Chain Cult lo interpretano in una maniera strettamente imparentata col punk/hardcore, in maniera ancora più accentuata di quanto la genalogia tradizionale del sotto-subgenere non faccia credere. E quindi sono asciuttissimi e sia le chitarre non eccedono coi riverberi, sia la voce resta fissa su quel mezzo urlo punk che però, a dire il vero, smorza un po’ troppo la componente teatrale che ci si aspetterebbe di trovate. Comunque, Harm Reduction è un buon disco ed è solamente il loro secondo, per lo meno di durata medio/lunga. Contiene otto brani, tutti buoni e nessuno che svetti vedente, salvo forse quello in apertura, giustamente, intitolato What We Leave Behind e per il quale hanno girato un video. Che mostra in maniera ancora più chiara come il retroterra forse non sia proprio il mondo goth quanto quello punk. Mica un male in sè, solo che per Halloween servono anche gli effetti speciali. Vabbè, voi provate a sentirli anche dopo, quando la festa è finita. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Avatar di Fanta

    Bell’articolo.

    Qualche considerazione sui Soror Dolorosa che seguo da sempre. Su questo album hanno lavorato con James “Mr Perturbator” Kent, in qualità di produttore, ovviamente.

    Vero, non c’entrano una mazza con il deathrock. Piuttosto hanno un passato prevalentemente goth rock, con svisate frequenti in area darkwave. Basti in tal senso ascoltare due brani dal disco precedente , Apollo. La title track potrebbe benissimo portare la firma Fields of the Nephilim, mentre un brano come The End è accostabile ai Drab Majesty.

    Questo Mond è “perturbato” dalla synthwave, vero. Ma è meglio di come lo descrivi secondo me. Lo trovo un buon disco, seppur non sempre ispirato, soprattutto nella parte centrale.

    Ottimi invece i Chain Cult.

    P.s. Qualche giorno ho parlato al telefono, per una questione di ordini su discogs andati a puttane grazie alla totale incompetenza del servizio Poste Italiane, con il grande Valerio Lovecchio, propietario della notevolissima etichetta Swiss Dark Nights. Persona squisita, tra l’altro e grande tifoso della Roma con origini pugliesi.

    Ci sarebbe da scrivere parecchio su alcune delle band del suo roster.

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  • Avatar di Fanta

    Dimenticavo, a proposito di Swiss Dark Nights:

    https://therope1.bandcamp.com/album/nightbird

    Questo è un discone di goth rock con i contro-cazzi. Una mezz’oretta di goduria totale.

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