The Politics of Metal Skunk #6: Max Cavalera ci spiega i suoi testi impegnati

Intervistato da Project Backstage, Max Cavalera ha colto un’ottima occasione per non aprire bocca. Oppure no.

Avrete notato che ciclicamente mi soffermo su certi personaggi e non li mollo anche per un mese di fila. È capitato con il finlandese più celebre al mondo: no, non è Renny Harlin e non è nemmeno Mika Hakkinen, nonostante quel sorpasso a Schumacher e a un doppiato. È capitato a Prika Amaral e sta accadendo ora con l’Universo Sepultura; non fa alcuna differenza il fatto che si parli dei vecchi Sepultura, gli unici indicati dal foglietto illustrativo dei medicinali, o dei nuovi Sepultura, quelli con appiccicati gli stessi adesivi che leggiamo sui pacchetti delle sigarette.

Come nel tennis, concluso il set in cui a servire era Andreas Kisser all’annuncio del tour pre-scioglimento – “chi visse sperando morì cacando” – è ora che in battuta vada il testimonial Pantene Pro V, Max Cavalera, con i suoi occhi aguzzi e quella bella chioma.

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Intervistato da Project Backstage, che anziché domandargli che cosa ne pensasse della Pilsner Urquell è andato a incasinarsi come fanno di solito i giornalisti o sedicenti tali, ha risposto a una domanda sui testi delle canzoni nella seguente maniera:

“Comincerò col dirvi che detesto scrivere testi, non mi è mai piaciuto. È come un compito a casa. Mi piacciono i riff, sono un chitarrista. Con la mia chitarra posso andare avanti per ore anche solo jammando, ed è grandioso. Scrivere i testi è una tortura, anche se qualcosa di buono esce sempre fuori”.

BIBOCA! GARAGEM! FAVELA!
BIBOCA! GARAGEM! FAVELA!
FUBANGA! MALOCA! BOCADA!
FUBANGA! MALOCA! BOCADA!
MALOCA! BOCADA! FUBANGA!
MALOCA! BOCADA! FUBANGA!
FAVELA! GARAGEM! BIBOCA!
FAVELA! GARAGEM! BIBOCA!
PORRA!

(Ratamahatta, 1996)

Ha dunque proseguito il Cavalera: “Con gli anni mi sono attenuto a un approccio più politicizzato riguardo i testi. Ho cercato di avere più attenzione a quel che succedeva nel mondo, e quel che ne è conseguito è stata la scrittura di album politicizzati come Chaos A.D., Roots, o il materiale con i Soulfly, che parlava di schiavitù ma anche di superstizione, di profezie e cose del genere. Ripeto, non mi piace scrivere testi ed è come imboccare una strada tortuosa. Ma mi piace il risultato.”

YOU FAKE!
YOU WASTE!
YOU BUMBKLAATT!
YOU FAKE!
YOU WASTE!
YOU BUMBKLAAT!
YOU PIECE OF SHIT!
YOU BUMBKLAAT!
YOU THINK YOU ALL GOOD!

(Bumbklaat, 1998)

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“Mi piace il risultato perché, quando senti la folla che canta i tuoi versi, allora gli hai trasmesso il messaggio.”

ZUMBI! ZUMBI!
BLOW THEM AWAY!
ZUMBI! ZUMBI!
BLOW THEM AWAY!
ZUMBI! ZUMBI!
GOT TO BE FREE!
ZUMBI! ZUMBI!
GOT TO BE FREE!
QUILOMBO, QUILOMBO.
QUILOMBO, QUILOMBO.
ZUMBI, ZUMBI.
ZUMBI, ZUMBI.
ZUMBI!

(Quilombo, 1998)

“Ma il messaggio non resta il mio compito prediletto, quello rimangono i riff. Se presti troppa attenzione ai testi tralasci il fatto che tanta gente ha solo bisogno di rock’n’roll, e non puoi negarglielo. Io vengo da un background punk, e nel punk ci sono sempre un sacco di cose da dire. Un sacco di cose politicamente molto cariche. Credo sia stata una naturale conseguenza che i miei testi assumessero quei tratti, non cercherei mai di essere qualcosa che non sono. È tutto molto semplificato, scrivo così semplice in modo che chiunque recepisca il messaggio e che chiunque possa comprenderlo. Non ci sono molte metafore o chiavi di lettura, è dritto al punto. La mia speranza, specie riguardo dischi come Totem e Ritual, è che molte persone si ispireranno a quel genere di messaggio”.

Get the fuck up, stand the fuck up, back the fuck up.
Jump the fuck up!
Motherfucker you don’t understand all my hate!
Motherfucker you don’t understand all my rage!
Motherfucker you don’t understand all my pain!
Motherfucker you don’t understand!

(Jumpdafuckup, 2000)

Max, solo perché siamo sotto le feste: ma buttati in Arno. (Marco Belardi)

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