Un Sabbath italiano vol.9: L’uomo di ferro
O mare nero, o mare nero, o mare ne…
(Battisti & Mogol)
Nel 1973 Alberto Moreno, ligure di Bordighera, è ancora studente di filosofia alla Statale di Milano e prepara una tesi su Friedrich Nietzsche, basandosi su testi degli studiosi Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Ovvero i primi a proporre lo studio del filosofo tedesco pulendone l’opera dalle strumentalizzazioni ideologiche naziste, anche confutando l’autenticità del testo, intitolato La Volontà di Potenza, fatto pubblicare dalla sorella stessa di Nietzsche. Ci riuscirono andando all’origine, potendo consultare l’archivio originale del filosofo custodito nella DDR grazie al fatto che Montinari stesso fosse iscritto al PCI. Nonostante ciò, l’editore Einaudi, sulle prime interessato a pubblicare l’opera dei due studiosi, si tirò indietro, probabilmente per non incorrere problemi di opportunità politica, lasciando che il progetto fosse portato a termine grazie alla pubblicazione de L’Adelphi.
Moreno, che nel 1973 è ancora semplice studente (e che ancora oggi rimpiange di aver prediletto la vecchia traduzione di Ubermensch come Superuomo anziché Oltreuomo), ha l’idea di trarre da Così Parlo Zarathustra il concept per il suo complesso prog, il Museo Rosenbach. Unione di due altri complessi, La Quinta Strada e Il Sistema, il Museo, fino a quel momento, suonava prevalentemente cover anglosassoni e aveva aperto per Delirium e Ricchi e Poveri. Del complesso fanno parte anche Stefano “Lupo” Galifi (cantante genovese di tendenza r’n’b, un po’ alla Joe Cocker), il chitarrista Enzo Merogno, Pit Corrati alle tastiere e l’esuberante Giancarlo Golzi alla batteria (futuro J.E.T. e Matia Bazar). Alberto Moreno, anche tastierista, si occupa però del basso, suo strumento principale, ed è anche il principale motore compositivo dei nuovi brani. Il complesso si ispira molto al Banco del Mutuo Soccorso e riesce, dopo alcuni provini, a farsi scritturare dalla stessa casa discografica, la più importante d’Italia, la Dischi Ricordi. Il complesso ha talento e un disco tra le mani che non ha nulla da invidiare ai più grossi nomi prog che stavano venendo fuori sulla scena italiana. La Dischi Ricordi ci crede ed investe, entra nelle scelte grafiche e finalmente pubblica l’album col quale il Museo Rosenbach deve per forza affermarsi, facendo sentire a tutti quanto vale. Esce Zarathustra, ma qualcosa va storto. La RAI censura letteralmente il disco sui propri canali, il complesso fatica a trovare ingaggi per suonare dal vivo. Il lancio stenta. Non c’entra la musica. C’entra il soggetto del loro concept. E c’entra la copertina, un collage inquietante, per certi versi gotico. Da una suggestione grafica suggerita all’origine dal gruppo (l’idea del “mostro” collage), la copertina è opera di uno studio di grafica, commissionata dalla Dischi Ricordi. Una rappresentazione di un potere cattivo, coercitivo. Il retro della copertina andrebbe letto insieme al fronte, con appunto potere politico e dipendenza dalle droghe accomunati come pesanti fardelli che ostacolano la libertà dell’uomo. Però nel collage appare Benito Mussolini. Volendo, contestualizzare non sarebbe stato difficile, sarebbe bastato leggere assieme copertina e retro. Ma l’accoppiata “Duce in copertina” + “concept nietzschiano” segna la fine della carriera di un promettentissimo complesso italiano, condannato senza appello (e in realtà senza processo) in quanto presunto fascista.

Il Museo Rosenbach. Sulla destra Giancarlo Golzi in una posa chiaramente nostalgica
Immaginate ora i Black Sabbath, nel 1970, nel corso del loro primo tour negli Stati Uniti. Quello che qualunque gruppo europeo sognava e ancora sogna oggigiorno. Quello della svolta. Una certa fama sinistra li aveva però già anticipati. La fama di essere nientemeno che satanisti. Certo che, anche qui, la casa discografica poteva almeno non metterci lo zampino infilando una croce rovesciata nell’interno della copertina dell’Lp. Deve essere stata dura portare avanti quella tournée.
In ogni città abbiamo dovuto lottare col sindaco. Eravamo sempre censurati. Avevano paura di noi. Pensavano che avremmo lanciato un maleficio.
Questo ha raccontato Bill Ward una volta, in un’intervista. Contate che l’accusa di essere satanisti non fu nemmeno l’unica, e nemmeno la più divertente. Racconta Ozzy invece che una volta alcuni spettatori rimasero scontenti del fatto che invece non fossero neri per davvero, i membri del Sabba Nero. Nel senso di afroamericani. A parte certi aneddoti buffi, immaginate se i Sabbath non avessero avuto le spalle larghe a sufficienza per continuare ad andare avanti, incuranti delle critiche e delle voci. Certo, essere una miniera vivente di canzoni leggendarie aiuta a zittire le maldicenze. Musicisti validi, ma meno significativi dei Sabbath, certe volte non ce la fanno, o non ce l’hanno fatta. La voce sbagliata, nel momento sbagliato, e la carriera non decolla. Anzi, precipita. Ed ecco appunto il caso del Museo Rosenbach, complesso per alcuni versi molto più avanti rispetto alla media dei tempi. Non è un argomento semplice, quello di cui parliamo oggi. Anzi, piuttosto spinoso. Quindi cerchiamo di farlo a modo nostro, con un po’ di ironia, se ci riesce, e mettendo insieme un po’ di fatti. Innanzi tutto contestualizzando. E, tanto per cambiare, partendo da una breve nota autobiografica.

Tre gol di Rocchi e manco una gamba spezzata
Non è vero che del pallone non me ne è mai fregato nulla. Per tutto il liceo e buona parte dell’università l’ho seguito, con costanza, come un qualsiasi italiano medio. Sostenevo la Juventus, per tradizione famigliare. Andai però a vedere una partita al club della squadra bianconera solo una volta, convinto da un amico. Il club era in un seminterrato, bandiere ai muri, sediacce di plastica da bar, dietro a un tavolo anche un mezzo bar vero e proprio. I presenti in tuta, capelli sporchi, non molti, anzi, ma quasi tutti dalle guance già rosse. Ricordo esattamente che partita fosse. Era il 25 gennaio 2004, era una partita di routine, sulla carta: Empoli-Juventus. Solo che la Juventus ha dovuto inseguire l’Empoli per buona parte dei 90 minuti e alla fine le tre reti di Trezeguet sono rimaste eguagliate dalla tripletta di un Rocchi eccezionale. Beh, al pareggio dell’Empoli, ancora sul 2-2, ma ancora peggio col gol del momentaneo vantaggio dei toscani, la situazione in sala si era fatta tesissima. Tra le bestemmie, uno degli storici membri del club riuscì ad identificare la ragione delle sfortune dei bianconeri e lanciò la caccia con un grido: “Aho, ce stanno i romanisti!”. Giuro. E allora gli altri, non troppo lucidi anche loro, hanno cominciato questa specie di caccia al romanista in sala, alzandosi incerti e traballanti dalle sediacce di plastica, gridando “Bastardi romanisti!”, voce biascicata, per poi riaccasciarsi sulle sedie. Perché la grappa, insomma… avete capito. Comunque, la caccia al romanista doveva aver funzionato. Alla fine della serata la Juve aveva comunque salvato la faccia contro un Empoli in stato di grazia e in sala di romanisti non se ne vedevano più mica. Nemmeno uno. Chissà se c’erano mai stati.
Capirete allora perché ho sghignazzato, di gusto, leggendo il resoconto di Mario Luzzato Fegiz della infame serata in cui Francesco De Gregori fu processato sul palco di un suo stesso concerto. Era il 2 aprile del 1976, al Palalido di Milano. Quel giorno il cantautore romano venne contestato, interrotto e infine persino ricondotto quasi a forza sul palco per venire accusato platealmente da alcuni appartenenti al movimento degli Autoriduttori, in una sorta di processo popolare, appunto. Gli Autoriduttori erano un movimento nato in seno alla sinistra extraparlamentare. Sostenevano, per farla breve, che l’arte, in particolare la musica, dovesse essere mantenuta accessibile al popolo, non venduta come merce per trarne profitto. Così si rifiutavano di pagare il biglietto per entrare ai concerti. A volte sollevando vere e proprie sommosse, tipo la guerriglia scatenata in occasione della partecipazione durante il Cantagiro, all’Autodromo Vigorelli di Milano, dei Led Zeppelin, il 5 luglio 1971. Il simbolo massimo di quello contro cui il movimento si opponeva, a modo suo. Ovvero: i “palloni gonfiati del rock capitalista”. Così li ricorda ancora Patrizio Fariselli degli Area. Area che avevano inciso proprio un brano intitolato L’Abbattimento dello Zeppelin sul loro primo album (magnifico), Arbeit Macht Frei. Verrebbe quasi definirli “mandanti morali” di quello che successe quel giorno al Vigorelli, per usare definizioni sempre di quegli anni.
Ma torniamo a quella infame sera in cui fu “processato” invece De Gregori. Meno scontata, come contestazione. Il cantautore, già famoso anche per le sue posizioni di sinistra, fu accusato di percepire compensi troppo alti e di non destinare i proventi alle lotte operaie. Fu anche invitato a suicidarsi come Majakovskij, perché “prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti o alla musica” (il che non mi spiego perché valesse per gli artisti e non per il pubblico). Per ricostruire quella serata, come accennavo, disponiamo di un documento molto utile, l’articolo scritto da Mario Luzzato Fegiz per il Corriere della Sera. Anche se non mi è chiaro se quella del cronista fosse una testimonianza diretta o meno, l’articolo riporta diversi dettagli. Tipo che, nel corso del concerto, “fra il pubblico alcuni provocatori, gridando che “in sala ci sono più fascisti che compagni”, scatenavano la caccia al fascista che per fortuna si concludeva con qualche scazzottatura e senza gravi conseguenze”. Quindi, insomma, per un clima di delirio e paranoia qualcuno che voleva ascoltare delle canzoni dal vivo, convinto di trovarsi ad un semplice concerto, si sarà pure beccato un cazzotto. Qualcuno che fascista non lo era manco per striscio, probabile. Io non c’ero, quindi non posso essere certo di quanto dico, ma credo si sia trattato di una caccia al fascista immaginario. Come quella al romanista immaginario, di quella sera di cui sono stato testimone io (anche se ammetto di non avere approfondito la fede calcistica di tutti i presenti).
Tornando a quella sera del 1976, tra “volti lombrosiani e giovani che sembrano colti da raptus isterico” (cit), De Gregori viene anche invitato a lasciare sul palco il suo compenso della serata, da devolvere per attività rivoluzionarie (…). Tra tali nobili difensori degli interessi del popolo (nobili di cuore, sia mai di sangue o privilegio) figurava pure Gianni Muciaccia (no, non quel Muciaccia), proprio tra gli “oratori” che hanno enunciato i vari proclami ad un pubblico che, forse, almeno in parte voleva ascoltare altro, quella sera. Attivista del centro sociale Santa Marta e futuro fondatore del gruppo punk Kaos Rock, tra i primi gruppi punk italiani, Muciaccia, questo Muciaccia qui, diventerà successivamente partner, prima musicale e poi di vita, della cantante Giovanna Coletti, alias Jo Squillo, delle Kandeggina Gang. Jo Squillo (la ricorderete tutti per la rivalità sexy con Sabrina Salerno) che poi nel ’92 reciterà nel film Gole Ruggenti di Pier Francesco Pingitore (che col suo Bagaglino ha dato il via alla musica italiana militante a destra) e che nel ’93 riuscirà ad esibirsi al Cantagiro. Ma per sua fortuna senza disordini. Fonderà poi nei 2000 il canale TV Moda, successivamente entrato nel portfolio di Class Edizioni, mentre come trasmissione verrà trasmessa anche sui canali Mediaset. E il regista delle trasmissioni è sempre rimasto Gianni Muciaccia, partner della showgirl ormai woman. Ma non ho informazioni sicure, di prima mano, per confermare o confutare il dubbio che abbia devoluto o meno i suoi compensi versati da Class e Mediaset alla lotta del proletariato.

De Gregori e Led Zeppelin non furono però i soli ad imbattersi nella lotta proletaria degli autoriduttori. Il primo ottobre 1970 fu guerriglia davanti al Palazzo dello Sport di Milano, in occasione della tournée dei Rolling Stones, per 200 persone che cercavano di entrare senza biglietto. Poi Antonello Venditti fu contestato a Napoli. Il 13 febbraio 1975 al Palalido di Milano, in occasione del primo tour di Lou Reed in Italia, con Angelo Branduardi di supporto, i contestatori (che ancora non avevano alcuna possibilità nemmeno di immaginarsi Lulu) hanno scatenato il finimondo. Questo riportava La Stampa: “Gruppi di teppisti con la faccia coperta da fazzoletti, armati di spranghe e bastoni, hanno invaso sala e palcoscenico inveendo e colpendo all’impazzata; altri intanto lanciavano bulloni, pietre, bottiglie, lattine di benzina, sacchi di plastica pieni di liquidi vari, ed altri oggetti. Due persone ferite, impianti sonori spaccati, sedie e scene devastate, strumenti musicali rotti”. Il giorno dopo a Roma andò pure peggio. La contestazione aveva come obiettivo anche prendersela con l’impresario organizzatore dell’evento, David Zard, nato in Libia e di religione ebraica, definito dai contestatori “torturatore delle forze di Moshe Dayan”, perché pare abbia prestato servizio militare in Israele. Zard stesso fu preso in ostaggio, quella sera, mentre il bassista di Lou Reed ricevette un sanpietrino in testa. Reed invece abbandonò il palco con un comprensibile e sintetico “fuck you everybody”. Gli artisti veri si vedono anche in queste situazioni. Intervenne la polizia, con manganelli, lacrimogeni, camionette. Branduardi racconta che riuscì a mettersi in salvo tagliando la rete della recinzione per darsela a gambe. Come in un film. Invece il 13 settembre 1977 una molotov arrivò a frantumarsi persino sul palco di Carlos Santana, ancora una volta al Vigorelli di Milano. Cosa che successe anche il 24 luglio 1978 al Castello Sforzesco di Milano, in occasione di un concerto di Lucio Dalla. Altro famoso squadrista.

Bambini, venite parvulos
C’è un’ancora da tirare
Issa dal nero del mare
Dal profondo del nero del mare (Francesco De Gregori)
Sembra difficile crederci, per chi non c’era in quegli anni. Come me. Difficile anche contestualizzare, oggi. Sono cambiate talmente tante cose nella società e nelle istanze dei movimenti (per lo meno di quelli rimasti), per cui è difficile anche giudicare compiutamente avvenimenti del genere. Scatenare una guerriglia violenta ad un concerto (per il diritto di imbucarsi gratis, oppure perché si ritenevano rock e musica popolare una forma di colonialismo angloamericano) pare inconcepibile, fortunatamente. Incomprensibile. Anche se oggi, in realtà, siamo di fronte ad una massificazione e una speculazione su scala globale del mercato degli show dal vivo che gli Autoriduttori non potevano nemmeno immaginarsi. E abbiamo persino dovuto ascoltare Lulu. Comunque, le cose cambiarono col nuovo decennio. Il movimento degli Autoriduttori, anzi, il Movimento tutto cominciò a sparire dai radar mentre cominciavano ad apparire invece i neon, i lustrini, le creste, i sintetizzatori e i palton degli ’80. A De Gregori fu consentito di incidere altri album, tra cui Mira Mare 19.4.89, disco politico, lucido, tutt’altro che manicheo, cui sono legatissimo. Simbolicamente, se bisogna stabilire una data di fine di quel fenomeno, più ancora del disastro del festival del Parco Lambro del ’76 (che sta a Woodstock ’99 come un vecchio film exploitation italiano sta a una tarantinata hollywoodiana odierna), va scelta quella di giovedì 14 giugno 1979. Il giorno in cui all’Arena Civica si celebrò con un ultimo festival il grandissimo Demetrio Stratos, artista incommensurabile e sempre comunque coerente con le sue idee. Quel giorno tutti pagarono il biglietto (2.500 lire). Non ci furono disordini. Pare che i contestatori abituali firmarono un documento impegnandosi a non scatenare screzi e tafferugli nel rispetto del grande musicista. Il concerto era stato organizzato d’altronde per raccogliere fondi da devolvere a delle cure sperimentali, costosissime, che avrebbero potuto curare la malattia di Stratos, poi improvvisamente deceduto proprio il giorno prima dello show. Sul palco si avvicendarono gli Area, Branduardi (ancora lui!), il Banco del Mutuo Soccorso, Venditti (fischiato). Aprirono i Kaos Rock, del nostro Muciaccia. Una curiosità: il loro chitarrista, il romano Luigi Schiavone, diventerà poi autore di musiche (come la colonna sonora di Caro Diario di Nanni Moretti e la canzone Quello che le donne non dicono, per Fiorella Mannoia), ma soprattutto stringerà un sodalizio per più di venticinque anni con Enrico Ruggeri. Il quale racconta (saranno stati su per giù quegli anni lì) di avere avuto un confronto in tram con dei “compagni” che gli avrebbero chiesto spiegazioni per il fatto che ascoltasse un “frocio qualunquista” come David Bowie. Pensate i tempi.
Non credo sia una forzatura definire censura quei comportamenti dei movimenti che abbiamo appena raccontato. Anche se diversa, nei modi, rispetto alla censura ufficiale. Quella, per dire, che aveva censurato, appunto, una canzoncina spregevole, dal testo spregevole, come Faccetta Nera, ma solo in quanto “incoraggiamento alla commistione delle razze”. Era il ’35, d’altronde e, parafrasando un noto filosofo televisivo partenopeo, viene da dire che “si è sempre fascisti di qualcuno”. Una terza forma di censura strisciante, non ufficiale, non violenta (almeno fisicamente) è quella del sentito dire. E della sentenza non pronunciata da nessuno. Prendete il caso di Lucio Battisti, forse in assoluto il musicista pop italiano più famoso di sempre. Per molti il più dotato. Chiunque si è trovato a cantarne una canzone, dai. Battisti lo avevamo già incontrato, quando abbiamo parlato della Premiata Forneria Marconi, sia perché i futuri P.F.M. erano stati suoi turnisti sia perché li aveva pubblicati lui, con la sua etichetta Numero Uno (sua, di Mogol e di altri). Pensate che la Numero Uno ha anche pubblicato un 45 giri di Demetrio Stratos, proprio un attimo prima che desse vita agli Area. Eppure in vita (e anche da morto) Battisti non è riuscito a scrollarsi di dosso la diceria di essere fascista. Secondo alcuni pare quasi che ci abbia persino giocato. I servizi segreti di recente pare ne abbiano tirato fuori le prove provate. E noi ci fidiamo sempre dei servizi segreti, no? Magari conviene invece fidarsi di Giordano Bruno Guerri, che pare abbia affermato come il reatino abbia arrangiato dei brani per il “De Andrè nero”, Fabrizio Marzi. Non ho trovato più l’intervista, ma nei commenti del solito blog di John Nicolò Martin è lo stesso Marzi a riferire che la collaborazione in realtà non s’è concretizzata (ma avrebbe potuto), non divulgando oltre. Di prove della vicinanza di Battisti col MSI, nei ’70, pare che non ci fosse bisogno, o per lo meno questo pare abbia affermato Pierangelo Bertoli. Era risaputo (e chi ha bisogno di avvocati quando le cose stanno così?). Qualcuno però, forse meno sicuro, le prove ha continuato a cercarle, magari nei testi delle canzoni. Magari invano. Come quanti ritengono plausibile che, ne Il Mio Canto Libero, Mogol si riferisca nientemeno che al Duce con appellativi quali “dolce compagna”. Inquietante, se ci pensate.

Negli anni ’60 e ’70, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista. (Mogol)
Il fotografo Cesare Montalbetti, stretto collaboratore del cantautore reatino, tentò anche di aiutare l’artista a liberarsi di questa fama infausta. Invitò a cena Battisti, Mogol, il cantautore Gianni Manfredi e il discografico Nanni Ricordi della Dischi Ricordi, in quanto membri di un collettivo autonomo, denominato Rosso, ma critico nei confronti del PCI e anche della linea extraparlamentare. Nulla: l’aver firmato un testo come quello di Io ti Venderei era troppo anche per essere riabilitati dal collettivo Rosso.
Forse Battisti fu osteggiato non perché si schierò a destra (non lo fece), ma perché non si schierò a sinistra. O perché al centro delle sue canzoni c’è la sfera privata (qualunquista!). O l’ecologia (borghese!). Su quest’ultimo punto credo che ci torniamo un’altra volta, una delle prossime. Fu attaccato anche come musicista. Per esempio, dalle pagine di Oggi, quando venne definito “dilettante spaventoso” e “pallone gonfiato” da Augusto Martelli, poi diventato famoso per essere stato l’arrangiatore dell’inno di Forza Italia (grande successo professionale) e poi ancora per essere rimasto invischiato in una storiaccia per possesso di immagini pedopornografiche (come riporta Wikipedia). Fischiato durante le sue ultime poche esibizioni dal vivo, Battisti dichiarò di preferire l’olio di ricino alla televisione (ahi). Poi si ritirò a vita privata, comunicando col mondo esterno (e con la nazione che prima l’ha affossato e poi lo ha pianto) solo con la sua musica.
Per certi versi, se ci pensate, non è così diverso il caso del Museo Rosenbach. Un caso di censura diffusa, ma anche esplicita ed istituzionale, che ha alcuni elementi in comune col caso Battisti. Battisti che artisticamente (e non solo) è stato più forte ed ha potuto andare avanti, forte della sua posizione straordinaria, acquisita arrivando alla popolarità prima della condanna politica. Per il Museo Rosenbach, ben altra proposta, questo non è stato possibile. Nonostante Zarathustra fosse, a conti fatti, una prova eccezionale. Anche se non vi concentraste sull’età dei musicisti (Moreno aveva ventuno anni). Musicalmente, uno degli esempi migliori di rock sinfonico italiano. Non lontano dai vertici, dai complessi più famosi. Tutto il lato A occupato dalla suite che dà il nome al disco. Cupa, a tratti ossessiva. Moreno ha rivelato di non essere un tipo da ripetizione, da ritornello, da riff. In effetti non ne trovate. Noi amiamo il riff e ne stiamo cercando, in giro per i cassetti degli anni ’70 italiani, di riff che ci restituiscono una magia simile ai Black Sabbath, ma diversa, italiana. Dal Museo però non riusciamo ad isolare un riff gigante o una canzone mitica. Dalla struttura e dall’evoluzione avventurosa della splendida suite possiamo però isolare un movimento, intitolato Al di là del Bene e del Male. Perché è cupo e minaccioso. Perché ha un riff d’organo doppiato da una chitarra elettrica sporca, purtroppo sacrificata da missaggio e produzione. Riff circolare, scende in basso e risale, non si afferma mai mostruoso ma ribolle, inquieto. Qui anche la prova di Lupo (poi intensissimo nel movimento successivo, Superuomo) è eccellente, pure se non figura mai tra le voci migliori dell’epoca. Strano, più caldo, umano e sentito di tantissimi più celebrati. Poi nel finale del movimento, e questo Moreno ce lo concederà, appare quello che sembra proprio un riff, anzi, un Riffone. Di chitarra elettrica distorta. Accompagna pesante un tappeto di tastiere con cadenza che non possiamo non denunciare come doom. E anche oggi la nostra ricerca ha trovato un pezzetto del mosaico.
Ci resta come al solito solo la suggestione di cosa avrebbe potuto essere il Museo Rosenbach per la nostra musica. L’impressione è che, contrariamente a dei giganti inquieti e gotici come il Balletto di Bronzo di Ys, avrebbero potuto dire qualcosa di importante anche con grammatica e sintassi rock. Per sinfonico che fosse. Ma la storia terminerà di lì a poco, schiacciata da una condanna collettiva e silente di una superficialità che grida vendetta. Così il complesso che cominciava a condividere il palco con Francesco Guccini (noto squadrista) e Francesco De Gregori (vedi sopra), che aveva investito soldi per procurarsi un impianto Lombardi usato, curiosamente da Charles Aznavour, non riuscì a ripagare i denari e gli sforzi né a raccogliere soddisfazioni. Dovettero persino disfarsi, per ragioni di sicurezza, del furgone nero con la scritta Museo Rosenbach che li avrebbe dovuti portare in giro per la penisola, fossero andate le cose come meritavano. Il Museo si sciolse, a poco serviva essere sotto contratto con Dischi Ricordi (anzi…). Moreno finì di studiare e divenne insegnante. Fu professore al liceo di Sabrina Salerno (la ricorderete per la sexy rivalità con Jo Squillo). Golzi invece transitò nei genovesi J.E.T., che poi divennero Matia Bazar e di cui Golzi, fino alla sua morte avvenuta nel 2015, fini per essere l’unico membro originario costantemente in formazione.

I Matia Bazar. Ogni scusa è buona per postare una foto con Antonella Ruggero
Il 17 e 18 ottobre partecipò coi Matia Bazar al concerto della reunion di Albano e Romina Power, a Mosca. Per poco non ci andavo pure io a quel concerto. Non scherzo, ero da quelle parti. Sul palco, oltre a Tozzi, Ricchi e Poveri, Pupo, Gianni Morandi, c’era pure Toto Cutugno col coro dell’Armata Rossa. Chissà se sapevano della condanna passata di Golzi… Non è però davvero finita così la storia del Museo Rosenbach. Forti della fama che, lentamente, ha raggiunto il loro Zarathustra tra gli appassionati di prog (incredibile il consenso in Giappone), per due volte Moreno, Golzi e “Lupo” Galifi si sono ritrovati sotto il vecchio nome per pubblicare album di nuova produzione e portare sul palco vecchia e nuova musica. Hanno così prodotto Exit nel 2000 e Barbarica nel 2013. Poi appunto, la scomparsa di Golzi e la fine di una storia che avrebbe meritato molta più fama e considerazione. Tutto perché un album che indagava il rapporto tra Uomo e Natura, da una prospettiva ecologica, e che promuoveva una libertà di pensiero non vincolata da barriere ideologiche stabilite a priori e a volte ciecamente è stato vittima proprio di queste barriere. Cieche. Melmose. E dire che destra e sinistra si scontravano già a viso aperto (o coperto dal passamontagna) nelle strade. Con violenza e tantissime vittime. E dire che nel frattempo si stava davvero diffondendo (in circuiti carbonari) una musica dichiaratamente schierata a destra, c’era proprio bisogno di andarselo a inventare un complesso prog fascista dove non c’era? (Lorenzo Centini)

Credo si tratti di un articolo interessante… Però, appena ho visto la vergogna di “Nietzche”, ho smesso di leggere…
"Mi piace""Mi piace"
Per un banale refuso in un pezzo lunghissimo dove nelle altre menzioni è scritto giusto? È un peccato perché è un articolo eccellente, ti perdi qualcosa.
"Mi piace""Mi piace"
Chiedo scusa, ma chi studia Nice va letteralmente fuori, quando legge il cognome errato…
Per le occorrenze, avevo controllato: compariva due volte, con lo stesso errore. Una volta, come aggettivo, era corretto. Anche se, quando si utilizza l’aggettivo, altri modi di scriverlo sono ammessi.
"Mi piace""Mi piace"
Perdona la nostra ignoranza ed il nostro pressapochismo, Ignis. Imperdonabili.
"Mi piace""Mi piace"
Sì, anche sulla coppia Colli-Montinari e sulla Volontà di potenza non ci siamo…
"Mi piace""Mi piace"
Comunque, erano interventi per migliorare la qualità, non prendetevela.
Quando avrò letto l’articolo, vi dirò la mia opinione.
Sempre grande metalskunk!
P.S.: ma il nome della casa editrice non è Adelphi? Non L’Adelphi.
"Mi piace""Mi piace"
Ma serio?
"Mi piace""Mi piace"
Ma chi? E cosa?
"Mi piace""Mi piace"
Articolo stupendo. Incredibile come certa feccia si sia riciclata a tutti i livelli, con le tasche pure belle gonfie.
Ma siamo la nazione dove molti oggi piangono la morte di Negri, condannato ad 12 anni per terrorismo
"Mi piace"Piace a 1 persona
Magari, Toni avrebbe scritto Nice in modo corretto…
Molti lo piangono non di certo perché aveva avuto problemi con la giustizia…
"Mi piace""Mi piace"
Bravo. Io stappo.
"Mi piace""Mi piace"
Cosa stappi?
"Mi piace""Mi piace"
Perfetto.
"Mi piace""Mi piace"
So che bevi bene: cosa stappi?
"Mi piace""Mi piace"
Scusa il ritardo. Colli Euganei, nello specifico Lapilli riserva almeno di 5 anni.
"Mi piace""Mi piace"
Se non hai studiato filosofia all’università lo sbagli quattro volte su nove, quel cazzo di nome simil codice fiscale polacco. L’articolo è molto, molto bello. Daje Centì.
Propositi per il nuovo anno: annamo più random. Fate recensire il power (europeo) a Lorenzo. Griffar lo mettemo al crossover (roba strana, prog incluso) e Bartolo all’aor.
Cito sti nomi perché la baracca l’hanno tirata loro quest’anno. E cazzate a parte complimenti a loro.
"Mi piace""Mi piace"
Che lusso di articolo. Ragazzi, questo blog è oro colato. Veramente grazie.
Sul Vigorelli:
https://www.tsunamiedizioni.com/libri/le-tormente/led-zeppelin-71-la-notte-del-vigorelli/
"Mi piace""Mi piace"
Ho letto interamente: articolo davvero bello e utile!
"Mi piace""Mi piace"
Gran bell’articolo.
A tutt’oggi si vedono fascisti dove non ce ne sono e partigiani laddove ci sono neonazisti.
Si vede che il lupo PerDe il pelo ma non il vizio.
E io non sono certo di destra. Ma nemmeno di sinistra. E tanto meno di centro
"Mi piace""Mi piace"
Gran bell’articolo.
Complimenti
"Mi piace""Mi piace"
Ruggiero, non Ruggero.
"Mi piace""Mi piace"