L’angolo del rock’n’roll: THE STOOLS, STEPMOTHER, GOLDEN GRASS, SWEAT

THE STOOLS (Detroit, MI) – R U Saved?

Giusto un paio di lettere e confondereste quasi gli Stools con gli Stooges di Ann Arbour, MI. Però come suono sanno più di Gories, pure loro invece di Detroit, MI. O meglio, sanno di dozzine di meteore rimaste sui solchi di compilation come Nuggets, Killed by Death, al limite Rockin’ Bones. Insomma, pepite garage punk ancora sporche di fango. E r’n’b sotto anfetamine che puzza di catrame e olio motore. Voce formato cartavetrata e suono essenzialissimo, basso, batteria, una chitarra. R U Saved? mi riporta a quel periodo, fine anni Duemila, che di questa roba ne usciva a tonnellate ed io ne ascoltavo a tonnellate. Dodici brani per ventitré minuti scarni, disossati. Immagino che non sia musica familiare per molti lettori di Metal Skunk, ma i Cramps li conoscete, no? Perfetto: Conner & Hell è una specie di stomp macabro. Psychobilly, insomma. Per dire un numero che non dovreste faticare a farvi piacere. Tutto il resto però è rock’n’roll basilare, selvaggio, sporco, ignorante. Disco zeppo di mazzate punk e urla, tipo Evangelista, che ha persino una specie di assolo indie anni ’90. O tipo Bad Eye Bob. Musica stupida, per lobotomizzati. Ne ascoltavo a tonnellate di musica così, poi non so perché avevo smesso. Avevo smesso pure di seguirne le novità. Non sapevo ce ne fossero. Quindi, ecco, che culo essere incappati nei The Stools. Dopo essere transitati per la Third Man Records di Jack White (che di garage se ne intende, ovvio, ma forse anche di altro visto che ha sponsorizzato il ritorno degli Sleep), stavolta li diffonde la Feel It Records di Cincinnati, Ohio.

STEPMOTHER (Melbourne, AUS) – Planet Brutalicon

La Tee Pee, da New York City, NY, non sta letteralmente sbagliando nulla. È impressionante. Sapete quanto mi siano piaciuti Limousine Beach e Danava. Si rilancia con gli Stepmother, da Melbourne, AUS. Occhio che nel rock’n’roll certe provenienze vogliono dire moltissimo. Gli Stepmother manco hanno due righe di biografia su Spotify, ma lo sentite subito che i Radio Birdman qualcuno di questi tempi se li ricorda ancora. E che se lì ricorda per bene. Proto-punk, ovvero: il Detroit sound (Stooges/MC5) deportato in Oceania e diventato una forma di Aussie rock(‘n’roll). Con quella dose di romanticismo di strada che proprio i Birdman ci hanno messo di loro e che i Saints si sono sbrigati subito dopo a trasformare nel punk rock migliore di tutti (dubbi?). Saints e Radio Birdman: se vi dicono qualcosa, allora sapete cosa suonano gli Stepmother. Se li amate, amerete pure gli Stepmother. Che in mezzo a olio motore, assoli, cori, infilano pure stomp pub rock (One Way Out) e lenti per fermarsi a fare benzina (Do You Believe). Il grado di modernità di questa musica è zero spaccato. La modernità, d’altronde, fa schifo. Il passato è prendere un riff basilare e praticamente inattaccabile e tirarci su un brano che potrebbe pure durare molto più dei pochi minuti del brano registrato. Tipo il riff di Here Comes the End, con cui i nostri ci prendono pure per il culo (mica finisce lì, il disco). Subito dopo, il riff di Stalingrad butta dentro i Blue Cheer. Male non fa. Una cover dei Love, Signed D.C. (ve ne consiglio la versione di Leighton Koizumi & Tito and the Brainsuckers) e poi il finale sixties surf, El Gusano. Che disco, signori! We want more! O per lo meno io…

GOLDEN GRASS (New York City, NY) – Life is Much Stranger

Ci spostiamo a New York City, NY, coi Golden Grass, ma non aggiungiamo nemmeno un’oncia di modernità. Anzi. Anche se decliniamo il r’n’r in maniera diversa. Ovvero psichedelia, proto-hard rock e una puntina di power pop. Già, power pop. Ovvero saper scrivere una canzone di tre minuti con tutti i crismi e metterci i riffoni, che so, degli Who. O dei Kiss. Potete sentirceli benissimo i Kiss in Life is Much Stranger, pubblicato dalla nostrana Heavy Psych Records, da Roma, RM. Potete sentirci altre cose, tipo Blue Öyster Cult, Steppenwolf, Mountain, Grand Funk Railroad. Di tutti un pezzetto, un riff, un assolo, un coro. Ora, non sto a dirvi che questo disco è un capolavoro. È più manierista e meno brillante di quello degli Stepmother, per dire, con tutte le differenze di stile. Però se sotto sotto siete voi pure dei rimastoni (slang di casa mia) certe cose non vi lasciano indifferenti. Tipo l’attacco alla Locomotive Breath di Island in Your Head, che poi va chiaramente da un’altra parte. A tratti più che proto-hard rock o quasi-power pop, pare quasi un pre-AOR. Ditemi se per voi è un problema. Per qualcuno no, ne sono sicuro.

SWEAT (Pittsburgh, PA) – Who do they Think they Are?

Visto che abbiamo già tirato in ballo come categoria il power-pop (che, occhio, per essere tale deve essere pop, ma pure power), tiriamo fuori un’altra chicca di casa Tee Pee. Per i più dolciotti di voi. Quello degli Sweat, da Pittsburgh, PA (ma guidati da una cantante/tastierista svizzera), è un esordio che avevo aspettato per mesi perché li avevo beccati sul manifesto di uno show dei Limousine Beach (un membro in comune) e perché le prime anticipazioni erano splendide. Siamo al limiti di quello che dovrei potermi permettere, qui tra le tenebre di Metal Skunk. Però a me Jane, come singolo, aveva esaltato parecchio. In casa poi mi hanno tolto il saluto perché mi ero speso per Dark Horse (White Lies), fantastica, tirando in ballo persino Patti Smith. Invece in giro tirano in ballo i Deep Purple perché il titolo ovviamente li richiama e un hammond c’è, ma in realtà non c’entrano nulla. Non è un male (e io a quindici anni la discografia fino a Come Taste the Band me la sono goduta). Il fatto è che gli Sweat sono power, ma non hard, per nulla. Anzi, sono piuttosto soft (ahi, ora scappate). Ascoltando il disco, più di quello che speravo io, sono sincero. Diversi numeri sono fatti di zucchero filato. In un disco che è pura bubblegum music tardi ’70. Roba da film adolescenziale e patemi sentimentali (la ragazzetta che non ci sta, il ragazzetto che sta con la cheerleader invece che con te). Però su per giù metà scaletta schitarra, schitarra piuttosto bene. Tanto che, se lo ascoltate in macchina con gente che non tollera i vostri soliti gusti musicali e vi mettete a fare air guitar, non passate più di tanto per scemi. Lament, Paradise e le due già citate sono i titoli migliori, per me. Pure Running Around, andando verso la fine. Per come sono fatto io, avrei preferito che le chitarre fossero mixate più in alto, ma fa niente, stavolta. Aspetto fiducioso le prossime uscite e, perché no, una data quaggiù a Milano, MI. (Lorenzo Centini)

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