Avere vent’anni: DEFTONES – st
Il quarto e omonimo album dei Deftones appartiene a una categoria molto particolare definibile come “quello dopo”, e, come si era già dibattuto da qualche parte in passato, in genere l’album che segue un classico conclamato è quasi sempre destinato a deludere (non troppo difficile per chiunque legga questo blog mettere insieme una simile lista). Non è un discorso legato solamente alle aspettative (che sicuramente ricoprono un ruolo) ma molto più semplicemente al fatto che è la natura stessa dei classici quella di essere unici e irripetibili.
Deftones ha svariati pezzi di alto livello e sono abbastanza certo che siano in molti a credere che se fosse uscito tre anni prima sarebbe considerato e ricordato meglio. Io stesso ci torno più spesso rispetto ad altri episodi della loro discografia, in particolare ne apprezzo la vena notturna che, per motivi imprecisati, me lo fa associare al primo degli Interpol (bellissimo, nonostante Centini abbia deciso di parlarne male). Questo non toglie che a White Pony non si avvicini proprio. Perché ok ci sono buone canzoni (comunque non così buone) ma è il livello di coesione, e soprattutto il suo andamento e la sua sequenza, a non renderli minimamente paragonabili. White Pony non lo puoi sentire in shuffle perché sarebbe fare della macelleria e il tutto perderebbe di senso; la stessa cosa non si può dire di questo omonimo (discorso che poi vale anche per la quasi totalità degli altri).

Paradossalmente è come se l’album cosiddetto “di transizione” fosse questo e non il suo predecessore. Il disco del 2000, quale fosse il motivo, gli venne fuori in quel modo probabilmente in maniera non del tutto consapevole. A distanza di pochi anni la cosa sembra lasciare la band parecchio indecisa sulla direzione da prendere e su cosa fare dopo. Ancora meglio, sembra chiaro che sia necessario proseguire sulla stessa strada ma non sia troppo chiaro il modo in cui sia possibile farlo. Quindi c’è una ripresa e centralità di chitarroni e strilli a cui però fanno da puntuale contrappunto morbidezze, pianole e romanticherie. Le componenti sono grossomodo le stesse di White Pony ma in Deftones sono amalgamate peggio e alle volte compensate in maniera quasi scolastica. Al punto che pure la copertina con teschi e fiori sembra doverlo spiegare. Nell’incertezza diffusa però ci sono cose davvero notevoli (Battle-Axe, Deathblow e altro) tra cui l’episodio ambient (Lucky You è in tutto e per tutto il miglior pezzo inciso dei Team Sleep, il cui vero debutto discografico avrebbe dovuto attendere ancora un paio d’anni). In ogni caso, nonostante sia un po’ indeciso e inconsistente, il self-titled resta un capitolo rilevante nella discografia del gruppo. Al solito, come EP sarebbe stato tutt’altra cosa. (Stefano Greco)

Pochi gruppi hanno una discografia solida come quella dei Deftones. Inferiore ai due precedenti, vero, ma comunque validissimo e ancora fresco all’ascolto vent’anni più tardi.
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Il mio giudizio dell’epoca soffriva dell’idea molto anni 90 che ogni disco dovesse essere radicalmente diverso dal precedente e suonare “strano” e spiazzarti, per lo meno ai primi ascolti. Nel loro caso dopo 3 dischi epocali semplicemente un grandissimo disco, essendo tra l’altro praticamente impossibile andare oltre al White Pony. Avercene…
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Sarà, per me il capolavoro dei deftones rimane “around the fur” resta il fatto che di roba brutta ne han fatta ben poca.
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