Avanti ragazzi di Buda: THY CATAFALQUE & ISATHA

Solitamente mi tengo ben distante dal cosiddetto metal avantgarde e dai gruppi pazzerelli, perché riesco a sentire la puzza di presa per il culo da molto, molto lontano e trovo che spesso le manifestazioni musicali più arzigogolate nascondano pochezza di idee, solitamente accompagnata da una prosopopea senza eguali (vi ho sentiti distintamente, avete detto bububu), propinando prodotti ben confezionati per incantare la tenia del mainstream e ricercare il facile plauso di coloro che sono alla disperata ricerca della next big thing o del suono dei propri tempi, che semplicemente non esiste.

Uno che sicuramente non appartiene alla categoria di venditori di fumo di cui sopra è l’ungherese Tamás Kátai. Tra i riferimenti dei suoi THY CATAFALQUE vi sono richiami concreti alle tradizioni del suo paese, al folklore, alla natura, al cosmo. La sua musica mescola con sapienza, accortezza e intelligenza strumenti etnici all’elettronica, voci soprano all’urlato black metal, il death tecnico al folk puro e semplice, dimostrando di aver appreso la lezione del progressive rock. Non sempre cerca la coesistenza di tutti questi elementi ma sembra anche apprezzare il valore della separazione, suddividendo all’interno di un disco momenti aggressivi a momenti aulici; altre volte studia la contaminazione andando ad esondare, a sconfinare la natura dei generi musicali, dandomi l’impressione che l’impegno non sia sterile e forzoso, non volto a generare l’effimero effetto wow, bensì autenticamente al servizio della canzone.

Mentirei se dicessi che lo seguo da molto tempo e che apprezzo qualsiasi cosa abbia fatto nella sua lunga carriera, o che mi piacciano proprio tutte le sue manifestazioni e tutte le sue influenze o che qualche volta alcune di esse non mi faccia perdere la pazienza, ma non ho grossi dubbi sul fatto che nel complesso Vadak sia uno dei migliori album del 2021, sicuramente uno dei più interessanti. Sentire per credere.

Si cambia completamente atmosfera pur rimanendo nei boschi ungheresi, nei pressi della splendida Budapest per la precisione, e ci si accomoda al desco insieme agli ISATHA, si ordina una decina di litri di Borsodi alla spina, goulash a profusione, pörkölt e töltött come se non vi fosse un domani e si mette su a tutto volume From Here to Beyond. Visto che si parla di trattoria, si sarà capito, si parla anche di folk metal in purezza. Quest’album ha tutti, ma proprio tutti i sacri crismi del genere e nel suo ambito specifico è una delle migliori uscite di quest’anno. La band si compone di ben otto membri, una piccola orchestra zufolante che mi ha stupito positivamente per l’essere molto equilibrata. Ogni strumento ha la sua voce e il suo momento preciso.

La band segna una netta evoluzione rispetto all’album di esordio praticamente in ogni comparto, del resto anche la line-up è stata stravolta dai tempi di Erdei Regék e i risultati sono tangibili. Questa nuova formazione restituisce anche un approccio più duro e un ritmo più serrato, a partire dalla batteria, per finire ai growl molto usati. Ma se state ancora leggendo è perché volete sapere se ci sono i violini e le voci femminili: ebbene nì, cari amici zufolatori di piedi, non ci sono i violini, ma ci sono le tastiere e le voci femminili sono anche abbastanza predominanti. Però vi dirò di più: ci sono i vostri amatissimi zufoli. Non vi aspettate il solito folk metal naturalista melenso, in cui tutti si vogliono bene e danzano strafatti di funghetti allucinogeni intorno a un fuoco scoppiettante scambiando lucciole per fatine dei boschi. Qui, a tratti, l’atmosfera si fa anche cupa e sovente, come detto più su, i ritmi diventano molto concitati, il ché mi ha fatto pensare più volte ai primi Finntroll. (Charles)

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