Avere vent’anni: FINNTROLL – Jatkens Tid

Charles: E insomma, cari amici zufolatori di piedi, anche il secondo album dei Finntroll compie la veneranda età di vent’anni. Jaktens Tid è un disco invecchiato bene poiché la formula dei nostri non era ancora incasellata al 100% e si attestava su un black metal molto edulcorato con importanti influenze folk. In seguito la quota zumpappà, come sappiamo, diventerà predominante e, sebbene il successore Nattfödd, che resta il mio preferito, possa vantare tra le sue fila l’immortale Trollhammaren, e sebbene anche alcuni album più recenti votati allo strimpellare a più non posso contengano tastierine e melodie che dimenticheremo a fatica, questi risultano figli di un modo di concepire il metal del tutto sui generis, diciamo votato più al cazzeggio che altro, ed è un attimo auto-relegarsi a un periodo, a uno luogo preciso: la trattoria. E va benissimo, per carità. Insomma, amici e sostenitori del giargiametal, ciò che vado cianciando è che i dischi dei nostri la cui quota black metal è predominante (tipo, appunto, i primi due o Ur jordens djup) stanno invecchiando meglio di quelli in cui i flautini e gli scacciapensieri la fanno da padrone. Che poi, attenzione, anche in Jaktens Tid troveremo parecchie musichette da fischiettare in compagnia durante le cene a base di vodka del discount, crauti in scatola e stinchi di maiale precotti, tipo la bellissima Skogens hämnd o la cover di VargTimmen del gruppo folk Hedningarna, che sembra una roba da indiani d’America e invece ha origini Sami, scandinave o salcazzo.

Il Maresciallo: Jaktens Tid è IL disco dei Finntroll, quello che tutti amano, nonché il principale metro di paragone per loro stessi e per chiunque decida di utilizzare quel tipo di immaginario fiabesco in cui non si fa altro che declamare storie in cui i troll vincono mentre i preti muoiono male. I troll dei Finntroll vincono a mani basse perché fondamentalmente sono grossi, puzzano e, ballando la polka, stordiscono i nemici che ne ridono e dunque li sottovalutano. Fa sorridere in effetti pensare a queste storielle pazzerelle in cui questi enormi esseri mitologici zompettano attorno al fuoco su motivetti allegrotti, tra le rane e i grilli, mentre la carne di cristiano viene lessata dentro enormi pentoloni ribollenti, ma questo è. L’unicità di Jaktens Tid risiede forse nell’essere il perfetto punto di congiunzione tra l’anima “infantile” del gruppo, e cioè quella che unisce le storielle dei testi ai buffi suoni della foresta e degli strumenti improbabili quali banjo, cordofoni generici e campanellini assortiti, e tra passaggi più seriosi ed epici, strumentali o di impostazione rituale, che emergono di quando in quando. Un esempio su tutti il cantato joik di Jonne Jarvela dei Korpiklaani in Aldhissla.

3 commenti

  • Sta cosa dei Finntroll gruppo da trattoria non so da dove sia partita ma è abbastanza una minchiata. Hanno sempre avuto una ricercatezza nelle atmosfere come nelle composizioni inarrivabile per tutte le altre band di quel giro, e anzi Jaktens Tid da questo punto di vista è pure uno dei loro dischi meno riusciti. Semplicemente è uscito durante il boom della Finlandia di Ensiferum e degli stessi Moonsorrow ma rispetto ai successivi sente molto il peso degli anni, per quanto rimanga godibilissimo e appunto variegato.

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  • Non ho mai deciso se mi piacesse di più questo o il successivo Nattfödd, quel che è certo è che i Finntroll per me sono stati una sorta di spartiacque, superato il quale ho progressivamente perso interesse per le uscite più Black precipitando nel poserismo. Già mi ero avvicinato a Viking e Pagan, da Nattfödd in poi i miei ascolti sobo precipitati giù nel Folk Metal più gaio, e non solo nel senso di “allegro”. E me ne vanto pure.
    Qua eravamo ancora su quello che un mio amico battezzò come “Black Metal fischiettabile”.

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