Masterpiss of Pain, la promessa non mantenuta dei KHOLD

Di preciso non mi ricordo per chi la scrissi, forse Voices from the Darkside, ma la recensione di Masterpiss of Pain dei Khold mi garantì sofisticati e variegati insulti a profusione che coinvolgevano me e tutti i miei antenati fino a risalire agli oscuri tempi medievali. Ma questo senza nemmeno scriverne peste e corna: non scrissi nulla di eclatante o controcorrente così tanto per l’anima del cazzo, per il gusto di andare aprioristicamente contro TUTTO l’universo black metal che attendeva questo album come la rinascita definitiva di tutto quello che era stato otto/dieci anni prima, la Nuova Nera Fiamma, la stella cometa da seguire se si voleva ritornare al vero monolito nero dal quale il black ha avuto origine ed al quale bisogna necessariamente fare riferimento. No, io dissi – come sempre – solo quello che pensavo.

Quante puttanate sono state dette su questo disco. Masterpiss of Pain è, oggi come allora, un sopravvalutatissimo album di decente black metal suonato in modo scolastico con le chitarre downtuned come fossero i Cadaver, concepito da quelli che fino a poco tempo prima si facevano chiamare Tulus, loro sì autori di tre demo (ristampati nella compilation a quei tempi postuma Cold Core Collection del 2000) e due dischi stratosferici di black metal norvegese tradizionale, freddo, brutto, sporco e cattivo (Pure Black Energy e Mysterion), prima di pubblicare quella schifezza inenarrabile di Evil 1999 che li portò allo scioglimento, salvo poi riformarsi dopo una decina d’anni, credo, ed essere attivi ancora oggi. Non lo so di preciso perché li ho del tutto persi di vista, se hanno fatto qualcosa in tempi recenti non lo ho ascoltato e non sento la necessità di farlo.

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E quindi, dice la leggenda, i Tulus cambiarono nome in Khold, vennero incredibilmente messi sotto contratto da Moonfog (sono ovviamente sarcastico, anche perché allora qualsiasi gruppo norvegese con velleità di fama mondiale e potenzialità commerciali di pari livello usciva per la Moonfog di Satyr e solo ed unicamente per quello aveva la garanzia di vendere paccate di copie… roba da fessi, e tra questi mi ci metto anch’io) ed incominciarono una rinnovata proficua carriera di black metallers desiderosi di tornare al vero passato, alle sonorità dei primi DarkThrone, al freddo ed al gelo delle innevate foreste norvegesi, in the grip of eternal frost, alleluja.

Curiosamente anche i Khold, dopo cinque dischi tutti uguali, si misero on hold nel 2009 o giù di lì, salvo ritornare (quando la band prioritaria Tulus già era risorta) con un sesto disco uguale ai precedenti qualche anno fa e da allora essere di nuovo on hold fino a chissà quando, forse fino a quando i Tulus avranno sufficiente materiale di scarto per organizzare un nuovo disco arrangiando i pezzi rimasti nei cassetti della sala prove in modalità Khold.

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Perché quello è sempre stato il materiale pubblicato dai Khold: gli scarti dei Tulus. Loro certamente sapevano scrivere un brano black metal con i controfiocchi, lo hanno fatto fino dagli esordi del 1993, sono stati tra i prime movers della scena norvegese conquistandosi un vasto quantitativo di fan anche senza troppi eventi più o meno criminosi che solitamente in quei tempi facevano anteporre nelle bio dei gruppi la fedina penale dei componenti piuttosto che i dati anagrafici degli stessi. È bastato arrangiare i pezzi un paio di toni più bassi, accordare le chitarre un altro paio di toni più bassi, dargli un certo feeling retrò ed il gioco è fatto. Hai bell’e pronto un disco da trenta/trentacinquemila copie senza esserti sbattuto più di tanto: il fatto di uscire per Moonfog, avere i membri del gruppo in grado di vantare un curriculum di notevole rispetto e avere nonostante tutto la capacità di comporre un black metal in grado di soddisfare il 95% dei palati dei blacksters ci metteva tutto il resto che serviva.

Ora, come spiegare che di per sé ogni pezzo dell’album è una potenziale black metal hit priva di difetti particolarmente evidenti ma che il disco intero alla fine è una discreta rottura di palle? Manca di mordente, manca di cattiveria, è come farsi una corroborante passeggiata primaverile in un boschetto in cerca di funghi, non è certo uno schiaffo di blizzard in faccia a trentacinque gradi sotto zero come molti, moltissimi altri in Norvegia sono riusciti a fare, Tulus compresi. Ascolti una volta la melodica, malinconica Svart Helligdom di chiara matrice Dødheimsgard e quasi quasi cadi nel trucco, poi ci ripassi sopra un paio di altre volte e ti chiedi se non hai avuto un po’ troppa fretta nel comprare il disco e che forse avresti dovuto ascoltarlo meglio. Dopo il quinto ascolto è già sullo scaffale mentre stai rimettendo su per la milionesima volta Pure Black Energy, poi esce il successivo Phantom (l’anno dopo, 2002) e rispolveri il debutto per fare un minimo di paragoni, ti accorgi che sono uguali, che uno vale l’altro e tutt’e due non valgono la metà di quello che la campagna promozionale prometteva, ti ricordi che ne avevi scritto una recensione non giubilante, un po’ dubbiosa sull’effettivo valore del disco, ricordi gli insulti ed amenità varie ma non cambi idea, e continui a non cambiarla anche passati vent’anni. (Griffar)

3 commenti

  • Bah, alla fine non erano malaccio questi Khold ma che dovesse essere la nuova avanguardia del black metal faceva ridere. Più che altro mi ha sempre fatto cagare lo stile grafico che aveva la Moonfog, con queste immagini appiccicate alla meno peggio fra loro, che volevano dare un taglio..boh..moderno, industriale? Poi ti ascoltavi i dischi ed era la stessa roba di dieci anni prima rimasticata male. Pure i Darkthrone del pure ottimo Plaguewielder ci cadranno dentro

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  • Concordo con te caro Gridare, mai capito tutto questo hype verso di loro. Cmq mi stai facendo tornare indietro nel tempo con tutti questi gruppi Black che stai cacciando fuori. Avevo un compagno di università in fissa con il black polacco e mi passava parecchia robba, tra cui i North da te citati. Mi parlava sempre di tali Gontyna Kry ma ora come ora non ricordo nemmeno se li ho mai ascoltati.

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  • Maledetto correttore Griffar non gridare…

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