Torneremo a sudare sotto al palco

Ho vissuto tre anni lavorando tra due delle monarchie più oscurantiste del pianeta. In Arabia Saudita dovevo ascoltare la musica in auto nel traffico a basso volume per non essere denunziato da altri automobilisti in coda. In Qatar un po’ meglio e qualche bar per expat organizzava concertini a porte chiuse. Una volta ero alticcio (un po’ tanto, forse), preso particolarmente bene e sul palchetto del bar c’era una band anonima, il batterista ed il chitarrista della quale erano però indiani e metallari, borchie, capelli lunghi, Les Paul, quella roba lì. Un miraggio. Un miracolo. Così su una Come As You Are all’acqua di rose cominciai a pogare buttando a terra le ragazzette per bene e per poco il buttafuori non mi spaccò il muso. Allora mi piazzai sotto al palchetto, davanti a quel ragazzetto indiano alla chitarra che era un incrocio tra Slash e Kim Thayil. Chiusero con una versione credo decente di Sweet Child O’Mine e no, non ce la feci, dopo due anni e mezzo di oppressione e divieti: mi piazzai sotto a quella Les Paul, corna alzate al cielo, cantando a squarciagola parole a casaccio. Quando hanno finito, saluto pugno-contro-pugno con quel ragazzetto splendido che probabilmente il giorno dopo sarà tornato al suo lavoro di semi schiavitù, ma che quella sera, almeno per me, era stato il Dio della Rock.

Poi in due anni dall’arrivo a Milano ho buttato al vento i risparmi per inseguire i concerti in città e non solo. Privilegiato due volte, perché le finanze me lo hanno permesso e perché finalmente ero tornato in un sistema pseudo-democratico che ci farà pure schifo a volte, ma, signori, non sapete quanto sono felice di aver ritrovato, sempre meglio di una satrapia sabbiosa. Anche per poter cantare tutta Vermi sotto il palco dei Gozzilla e le tre bambine coi baffi senza il rischio di essere torturato per questo in qualche sotterraneo segreto. Sui tristi destini dei metallari della mezzaluna vi aggiorna periodicamente il Giardina, mentre sulle nefandezze commesse comunque da alcuni individui appartenenti alle nostre forze dell’ordine ci sono inchieste giornalistiche e non. Non voglio parlare di questo.

Voglio parlare invece di quello che stiamo rischiando di perdere, ed è un rischio concreto. Prima o poi questa merda di virus sarà domata, e ci riprenderemo quello che era nostro. Sempre che non sia rimasto sepolto dalle macerie, però. In questa situazione di merda purtroppo alcuni di voi avranno sperimentato problemi più pesanti della privazione di concerti heavy. Qualcun altro invece magari ruota proprio intorno a quel giro, magari non come musicista, ma come barista, tecnico del suono, delle luci. Un’industria tra le tante colpite, ma la nostra industria. Qualcuno di voi vivrà lontano dai giri di Milano o Roma. Qualcuno per vedere un concerto deve ancora mettersi in macchina per ore. Anzi dovrebbe, perché tutto è fermo, ora. Ci sono certo delle priorità. Ma pensate che un giorno prossimo il governo ci dirà che possiamo uscire di casa a farci una birra in sicurezza e troveremo una bella band scongelata a suonare su di un palco? No, manco per sogno. Sarò pessimista, ma qui oltre alle case discografiche, agli impresari, le agenzie, qua sono gli artisti stessi che un altro po’ e non avranno più la possibilità di girare. E chi pensate che andremo a sentire? Quali occasioni avremo di ascoltare qualche band dal vivo?

I grandi concerti? Non credo. Prima che sarà possibile nuovamente radunare 50mila persone sotto un megaschermo passerà del tempo, sicuro non sarà la prossima estate. Ed il biglietto che ho dei Maiden? TicketOne lo da ancora per buono. Speriamo. Ah, poi, le varie polemiche sulle società che monopolizzano i biglietti che sono diventati ormai inavvicinabili per prezzi, spesso del tutto sproporzionati all’organizzazione. Beh, polemiche a parte, quel carrozzone, brutto e capitalista quanto vogliamo, anche quello sta sicuramente soffrendo. Bene o male che sia, chi volete che organizzi un concerto di certe dimensioni, se non una società capitalista? Sospendiamo qualsiasi giudizio e chiediamoci: fra quanto tornerà “conveniente” per una Spa organizzare un carrozzone da migliaia di spettatori?

Allora i festival di taglia medio-piccola? Stesso discorso, secondo me, anche se spesso nascono per la passione e dedizione di persone che si sbattono e ci rimettono, soldi e salute. Stavolta però l’ostacolo è un tantino fuori scala. Un occhio ai siti dei festival ce lo buttiamo, ma siamo realisti: tra voli impossibili, quarantene e limitazioni, le possibilità che la prossima estate si torni a pisciare tra gli spalti asburgici di qualche festival in Europa orientale sono pochine. Ed i concerti “piccoli”, quelli che riempiono un Traffic o uno Slaughter Club, magari saranno possibili prima degli altri, per le poche decine o pochissime centinaia di contagi probabili, ma dipendono dalla disponibilità di viaggiare di gruppi che spesso prendono ferie per poter girare in furgone e almeno devono poter permettersi di non rimetterci troppo e di rifarsi un po’ col merchandise. Ma se non ci saremo sotto al palco, chi glielo farà fare?

E non parliamo della scala ancora più piccola, i sottoscala, l’underground, le scene locali… Perché, ce ne sono davvero ancora? La musica si è spostata del tutto sul mondo digitale da prima del Covid e non dico credo niente di scioccante sostenendo che già anche i concerti dal vivo fossero solo un “evento”, maledettissima parola, per la maggior parte dei presenti. E questo va di pari passo con la base. Per esserci una scena underground dovrebbe esserci un pubblico. Per esserci un pubblico dovrebbero esserci dei musicisti. Per esserci dei musicisti, dovrebbero esserci degli ascoltatori, degli appassionati. Non c’è più quasi niente di tutto questo e a meno che non mi stia perdendo un mondo meraviglioso che ho sotto il naso senza accorgermene, direi che l’underground era pressoché morto da prima dell’epidemia.

Ma da qualche parte dovremo ricominciare. Anzi, dobbiamo farlo ricominciare. Non solo per chi, amici, conoscenti, con quel carrozzone bene o male ci tirava a campare. Dobbiamo perché se ci definiamo metallari, anche se ormai non pisciamo più per strada, chi più e chi meno, è perché sappiamo cos’è sudare di brutto sotto un palco, rischiare l’integrità della dentatura e delle articolazioni, prendere testate, urlare e perdere il controllo. La metto così un po’ triste, ma se non torneremo a sudare sotto ad un palco diventeremo definitivamente come tutti gli altri. Ci differenzierà solo lo stile della playlist che abbiamo di sottofondo. Sai che soddisfazione. Abbiamo visto chiudere i negozi di dischi negli ultimi anni e non abbiamo mosso ciglio perché si, ci dispiace, era tutta un’altra cosa il rapporto umano, ma Spotify è gratis, tanto comodo e non si sente affatto male. Ora rischia di morire un altro pezzo fondamentale di quello che ci rende o ci ha reso quello che siamo. Quello che ci permette di farci scivolare via tonnellate di merda perché quando gli ampli cominciano a sfrigolare non c’è capo o professore che conti. Chi può dire quando, ma prima o poi potrete mettere il muso fuori dal mondo formato Netflix e magari da qualche parte sfigatissima qualcuno avrà avuto la sfigatissima idea di dare l’occasione di suonare ad una band sfigatissima. Beh, se vi capiterà sarà importantissimo esserci. Chissà che a qualcuno non tornerà pure la voglia di riprendere una chitarra. Chissà che non ci si incontri sotto al palco con una birra in mano a cantare Sweet Child O’ Mine. (Lorenzo Centini)

N.B.: il poster di Zen Arcade dietro è da lacrima…

9 commenti

  • CHE PEZZO DA BRIVIDI. I miei totali rispetti.

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  • Trovo risibile l’idea che che i concerti rock (e tantissime altre cose) ritorneranno mai, esattamente per i motivi elencati in questo post.
    Non si possono ricostruire equilibri ed catene di valore una volta spazzate via: dopo la seconda guerra mondiale (esempio cretino) le donne che erano andate a lavorare nelle fabbriche di armamenti non se ne sono mica tornate brave e buone in cucina.
    I Wu Ming (che trovo in generale odiosi ma qui ci hanno preso) hanno fatto un’analisi intelligente sul loro blog nell’ultimo anno.
    Quelli lì non scherzavano mica, quando parlavano di “nuovo normale”: svegliati, siediti alla scrivania (di casa tua), produci, ordina su Amazon, trova da scopare su Meetic, vai a dormire.
    C’è la volontà di fare questo – non in senso di teoria del complotto, ma nel senso che proprio Bezos ha qualche miliardo di dollari che può investire a questo fine – e c’è anche il mezzo: le catene che facevano da barriera sono state spazzate via.

    Piace a 4 people

    • E aggiungo: i musicisti professionisti che hanno iniziato _in perdita_ da giovanissimi, ne hanno fatto un lavoro e ora se ne sono dovuti trovare un altro, pensiamo che molleranno tutto per tornare a mettere su spettacoli che inizialmente non potranno pagare l’affitto?

      Quando il costo dei beni si alzerà e/o il paniere cambierà, ingoiando la parte di uno stipendio medio che oggi viene risparmiata perchè non si spende al cinema e ai concerti, pensate che quei soldi riappariranno magicamente con un +300 euro in busta a tutti?

      I dilettanti avranno i soldi da sputtanare in ampli?

      I ragazzi cresciuti in casa per 3-4 anni (quasi tutta l’adolescenza) vorranno andare a vedere degli scemi che si agitano sul palco?

      No.

      La musica suonata resterà prerogativa dei salotti della classe medio-alta (che poi è quella che sta gestendo la crisi e scegliendo i compromessi da fare), che potrà dire di non aver sprecato i soldi a mandare la figlia piccola a lezioni di violino e il figlio grande di pianoforte.

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    • Per quanto il quadro descritto sia suggestivo, non mi trova d’accordo.
      Per i concerti più grossi, la domanda tornerà non appena sarà possibile, e con essa l’offerta, perché ci sarà sempre qualcuno che ha i capitali per organizzare eventi del genere; semmai, il problema sarà che ce ne saranno di meno, e dunque i prezzi dei biglietti saliranno, o che verranno previsti dei numeri massimi di spettatori, anche in tal caso con incremento del costo dei biglietti. Né i grossi nomi che fanno da headliner ai festival o che fanno tour (inter)continentali hanno smesso di suonare in questo anno, né smetteranno, perché hanno troppi interessi economici in ballo (i dischi, d’altronde, non si vendono, e lo streaming non paga) e perché hanno guadagnato abbastanza negli anni scorsi da potersi permettere di restare fermi per un po’ senza finire sul lastrico.
      Anche per i concerti dell’underground non cambierà nulla, perché in questo ambito soldi non ce n’erano prima e continueranno a non esserci; per capirci, il gruppo thrash che suona al pub per un manipolo di amici, in cambio di birra e, bene che vada, un contributo alle spese della benzina, continuerà a farlo. E in questo senso i dilettanti continueranno.
      Il comparto che soffrirà di più sarà quello medio, dei locali dedicati ma non troppo grandi; ma anche in tal caso, chi resterà aperto vedrà la domanda tornare progressivamente ai livelli precedenti.
      Insomma, ci sono buone ragioni per non essere pessimisti, purché, naturalmente, il rischio epidemiologico cali effettivamente

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      • Posso credere che gli Iron Maiden avranno ancora capitali e interesse a fare tour mondiali, ma sarei più pronto a scommettere che punteranno sui concerti in streaming, vendendo preferenzialmente al limite il biglietto per vederli in diretta al cinema e suonando una volta per incassare simultaneamente in tutto il mondo.

        Anche perchè fino al 2030 probabilmente non sarà legale da nessuna parte fare un evento grande come un concerto dei Maiden, e comunque anche fosse: sticazzi, i Maiden con le loro due date italiane negli stadi coi megaschermi non sono il metal da molto tempo.

        Giustamente osservi che nei concerti crust punk marci di soldi non ce n’erano prima e non ce ne saranno poi, ma non è del tutto vero.
        I locali avranno chiuso, le sale prove pure, i musicisti dilettanti (che le spese ce le mettevano di tasca propria) hanno perso il lavoro che gli permetteva di coltivare l’hobby, e il pubblico non avrà probabilmetne soldi e/o interesse (il pubblico degli adolescenti sfigati è sempre stato importantissimo per un certo giro).

        Concordi con me che il medio ce lo siamo perso, ma secondo me sottovaluti quanto la fine del medio sia sempre la fine un po’ di tutto, o almeno il suo ridursi a una nicchia minuscola, putrefatta e autoreferenziale.

        Se pare fantascienza, vai fuori da un liceo e guarda se vedi qualche ragazzo con lo scooter.
        I genitori hanno iniziato a tagliare quella spesa nel 2008, e semplicemente non è più stato parte della cultura adolescenziale: se nessuno dei tuoi amichetti ce l’ha, cazzo chiedi a papà lo scooter a fare?
        E del resto, papà ti ha già comprato l’iPhone…

        Va da sè: spero ardentemente di sbagliarmi, ma vedo dei gran brutti segnali che suggeriscono che nulla di quello che stiamo vivendo sia così temporaneo come vorremmo.

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      • E poi dai: se arriviamo a biglietti da 300 euro a botta per due concerti nello Stivale, il metal come l’abbiamo sempre conosciuto (musica dei giovani squattrinati e/o della classe operaia con funzione di aggregazione anche locale) è morto per definizione.

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  • Che tristezza vedere il sito di Rockthecastle ….morto

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  • Personalmente questo periodo mi ha aiutato, nonostante la sua merdosità, a capire tante cose. In primo luogo che, e parlo in maniera assolutamente personale, non ho bisogno di tante cose. Non ho bisogno di social e di leggere continuamente che hanno da dire tutti su qualunque cosa, non ho bisogno di spotify e se qualcosa la manco, pazienza. Magari può essere l’occasione per ascoltare nuovamente un disco per intero tra quelli che già ho. Mi sono reso conto che non ho bisogno di essere tempestato di notizie (della cui qualità poi…vabbè.) ma se sono incuriosito su qualcosa faccio nuovamente una cosa antica che si chiama ricerca. Sembra che non c’entri nulla con l’articolo (mi è piaciuto e lo condivido in pieno), ma non è così. Non è che si debba fare una crociata anti tecnologia, va fatta una crociata anti puttanate, di queste cose ne siamo davvero troppo saturi.

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