Avere vent’anni: PRIMAL FEAR – Nuclear Fire

Barg: Come da tradizione crucca, Nuclear Fire è stilisticamente identico a tutti gli altri dischi dei Primal Fear, quindi una versione birra&salsicce dei Judas Priest con un cantante tamarrissimo e potentissimo, una slavina di fischi di chitarra, pugni in faccia ed esplosioni nucleari. L’unico motivo per cui questo è stato il loro disco che è passato più volte degli altri nel mio stereo è che contiene due pezzi della madonna e cioè l’apertura Angel in Black e la semiballad Iron Fist in a Velvet Glove, che peraltro sembra essere stato il modello su cui da quel momento in poi gli Iced Earth hanno composto tutti i loro pezzi lenti. Nient’altro da dire che non sia stato detto già mille altre volte, ma se non conoscete quest’album recuperate almeno quei due pezzi perché spaccano sul serio.

Cesare Carrozzi: Più di altri gruppi tedeschi, i Primal Fear rappresentano plasticamente l’idea che uno ha dei crucchi, ovvero di qualcuno con poca o scarsa fantasia, molto quadrato, con poco senso dell’umorismo e generalmente piuttosto freddo. Non che i tedeschi siano tutti vulcaniani, però se ascoltate Nuclear Fire e, boh?, l’ultimo album in studio dei Nostri non noterete quasi differenze, cioè le canzoni che li compongono potrebbero essere tranquillamente scambiate tra i due dischi e pochi si accorgerebbero che non è lo stesso disco, fatte salve ovviamente la produzione e poco altro.

Già ne parlai tempo fa: i Primal Fear sono un po’ come la Volkswagen: auto efficienti (a parte i valori di anidride carbonica nei gas di scarico taroccati), sicure, comode ma anche noiose da morire con quelle linee squadrate e plance impersonali – insomma, i tempi del Maggiolino sono lontani. Cioè, magari un bel modello gli viene pure fuori, però per lo più è un piattume su tutta la gamma. Poi ci sono quelli ai quali la macchina piace proprio così, affidabile, prevedibile, sempre la stessa, con buona pace della fantasia e della creatività; ovviamente buona parte di questo tipo di persone sta tra i tedeschi, ma non solo, in Italia si vendono (o meglio si sono vendute) un botto di Golf, in America pure (insieme alla Jetta), anche se c’è da dire che gli americani, quelli che se le possono permettere almeno, hanno la fascinazione per le auto europee, specialmente di gamma alta.

Comunque tutto questo per dire che Nuclear Fire sta all’ultimo disco dei Primal Fear esattamente come una Golf del 2001 sta ad una del 2021: stessa macchina, magari senza gli assistenti alla guida o i fari a led e con un telaio un po’ alleggerito, ma fondamentalmente una vettura identica al nuovo modello. I dischi dei Primal Fear sono come la Golf: Nuclear Fire non è la versione più riuscita, ma è comunque sempre lo stesso disco. Non che sia brutto o totalmente da buttare ma mostra ben poca fantasia, si basa sempre sugli stessi schemi, è prodotto un po’ peggio dell’ultimo e Ralf Scheepers ha sempre la stessa voce (il che se non altro è un bene). Diciamo che di Nuclear Fire si salvano il pezzo omonimo (che è bello assai), Iron Fist in a Velvet Glove e l’iniziale Angel in Black, mentre il resto non è proprio da buttare ma scorre senza lasciare il benché minimo segno, con tutto che ci scappa pure il tempo per un mezzo plagio ai Judas Priest di Painkiller (Kiss Of Death). Ecco, Nuclear Fire non è stata la versione migliore della Golf, però se vi piace l’affidabilità a tutti i costi potreste trovarlo piacevole anche a vent’anni di distanza, ricordatevi solo di fare controllare la frizione e di cambiare olio e filtri.

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