RAVEN – Gli inossidabili!

“Athletic Rock”. Con questa formula la Neat Records, prima label dei Raven, battezzò la musica del trio di Newcastle. Un’etichetta che, nella sua inusualità, esprimeva la difficoltà di inquadrare il sound di questa band, tra i nomi fondamentali della New Wave of British Heavy Metal. “Rock Until You Drop”, esordio targato 1981 dei fratelli John e Mark Gallagher, affiancati dal carismatico batterista Rob “Wacko” Hunter (che, con la sua tenuta da giocatore di football americano, in quanto a presenza scenica aveva come unico rivale il leggendario Thunderstick dei Samson), e il successivo, ancor più devastante, “Wiped Out” furono un piccolo terremoto per la scena heavy dell’epoca. Solo i Motorhead e i Venom, allora, picchiavano così duro. Ma i Raven, rispetto ai succitati connazionali, avevano poco a che spartire con le sonorità punk. La loro musica miscelava l’hard rock di Sweet e Status Quo con le innovazioni apportate al genere dai Judas Priest. E, soprattutto, nessuno andava veloce come loro. Se ci sono dei musicisti che possono essere definiti, senza il timore di essere contraddetti, progenitori del thrash, quelli sono i Raven, un gruppo che ha attraversato pressochè indenne trent’anni di mode e rivoluzioni stilistiche come non è riuscito a nessun altro esponente della Nwobhm, esclusi i Saxon (capite bene che per i Maiden il discorso è diverso), dimostrando una tenacia, una caparbietà e una coerenza che da sole bastano a valere loro la stima e l’affetto di ogni metallaro degno di questo nome. Perchè nulla è mai riuscito a fermare i Raven. Non un contratto con una major, la Atlantic, che a metà anni ’80 li costrinse a snaturare il proprio suono e ad incidere due dischi fiacchi e commerciali come “Stay Hard” e il famigerato “The Pack Is Back”; nè le avvisaglie del metal estremo, al quale risposero con il violentissimo “Nothing Exceeds Like Excess”, del1988; nè l’esplosione del grunge. E nemmeno il tremendo incidente occorso nel 2001 al chitarrista Mark che, recatosi in un cantiere per visitare un amico, si vide letteralmente crollare un muro addosso, riportando lesioni gravissime ad entrambe le gambe. La band fu costretta ad un lungo stop forzato, durato fino al 2009 quando, dopo nove anni di silenzio discografico, venne pubblicato, solo sul mercato giapponese, l’eccellente “Walk Through Fire”, un lavoro che lascia esterrefatti per tiro, convinzione e pura e semplice qualità. Ora che l’album è finalmente disponibile anche sul mercato europeo, ne abbiamo approfittato per fare quattro chiacchiere con John Gallagher, cantante e bassista di questa storica band…

Da dei veterani come voi non ci si aspetta sempre un disco così incazzato. Tutta questa rabbia deriva dall’essere stati costretti ad una pausa così lunga?

“Parte di questa energia era legata alla consapevolezza di dover uscire con un disco che spaccasse davvero. Ovviamente abbiamo avuto più tempo per comporre, ma solo pochi brani sono stati scritti prima dell’infortunio di Mark. Abbiamo raccolto le canzoni che funzionavano meglio insieme e le abbiamo incise in modo che suonassero il più possibile “live”, dopodichè abbiamo corretto le cose che non funzionavano, sistemato alcuni dettagli qua e là, scritto gli assoli e le parti vocali. Ci abbiamo impiegato circa due settimane, poi, dopo un po’, abbiamo riascoltato tutto e lavorato al missaggio finchè non ci è sembrato tutto ok!”.

C’è mai stato un momento nel quale avete pensato di mollare a causa delle condizioni di Mark?

“Ad un certo punto non si capiva se gli avrebbero amputato una gamba o meno, se avrebbe mai potuto camminare di nuovo, questioni molto più importanti della sorte della band. Ad ogni modo, quel testardo figlio di puttana è riuscito a dimostrare che tutti i medici si erano sbagliati ed ora sta benissimo. Incredibile ma vero!”

“Walk Through Fire” era uscito in Giappone ben un anno fa, perchè ci è voluto così tanto tempo per trovare una distribuzione decente in Europa e Usa?

Perchè il music business è fottuto. Ci serviva un prodotto finito da poter vendere, quindi i tempi si sono allungati. Volevamo la Spv, che però ha avuto dei problemi finanziari che adesso sono stati risolti. Ora le cose stanno andando bene con tutte le etichette con le quali stiamo lavorando… Meglio così!”.

Ma com’è che avete tutto questo successo in Giappone?

“Beh, i giapponesi amano i “personaggioni”, e noi lo siamo!”.

Da poco, proprio in Giappone, siete stati protagonisti di una jam con l’ex chitarrista dei Megadeth Marty Friedman…

“Ci siamo messi in contatto tramite un amico comune. Marty mi aveva chiesto se poteva suonare qualche canzone con noi e gli ho risposto: “Certo, vieni quando vuoi!”. Anche Joe (Hasselvander, batterista dei Raven dal 1988, in forza anche ai riuniti Pentagram, ndCiccio) lo conosceva, dai tempi in cui entrambi vivevano a Washington… Il mondo è piccolo! Arrivò e suonammo “For the future”, ‘Don’t need your money” and “Born to be wild”… Una ficata! Nei primi anni ’80’, quando lui suonava negli Hawaii e noi eravamo ancora sotto contratto con la Neat, ci eravamo scambiati pure qualche lettera…”.

Kevin101 ha fatto un ottimo lavoro dietro la consolle, raramente capita di sentire un basso così nitido in un album di metal classico… Come siete finiti a lavorare con lui?

“Kevin mi aveva mandato un messaggio su myspace dicendo “hey, ragazzi, vi adoro, dovreste provare il mio studio!”. Volevamo iniziare a incidere delle demo per l’album ed andammo da lui, nella Virginia del Nord, e rimasi strabiliato. Kevin è un musicista come noi, ha uno studio moderno che spacca il culo e mi fece ascoltare alcuni estratti del suo lavoro, dal folk al death metal, e restai di sasso. Chiamai gli altri ragazzi e registrammo quattro pezzi in due giorni! Kevin ha la combinazione giusta di doti tecniche e capacità di comprendere la nostra musica e ci ha reso semplicissimo dare il meglio di noi!”.

In autunno farete un tour in America. Per quanto riguarda l’Europa, è stata finora ufficializzata solo la vostra partecipazione all’Hellfest francese e allo Sweden Rock Festival. Qualche altro festival estivo in programma?

“Come, no?!? Ci faremo il Rock Hard, il Graspop, l’HOA, e il Wacken, poi verremo anche in Italia per il Play it Loud, non vediamo l’ora! Siamo reduci dal Rocktower in Germania ed è stato grandioso, un pubblico pauroso, ci siamo divertiti un sacco!”

Il cartellone dei festival del vecchio continente ogni anno si riempie sempre più di vecchie glorie, ma mi sa che oltreoceano la situazione è un po’ diversa…

“In America le mode hanno un grande potere ma, al di fuori di New York o Los Angeles, è sempre il rock’n’roll che domina. Ovviamente in Europa è molto meglio, la gente ascolta quello che vuole ascoltare, senza farsi influenzare da quello che viene loro proposto. Se hai un pubblico, tieni buoni show con costanza e pubblichi bei dischi, la situazione è fantastica!”.

A proposito, vivi ancora a New York o ti sei trasferito? Hai mai pensato di tornare a vivere in Europa?

“Ora vivo vicino Washington, Mark sta in Florida e Joe in Massachussets. Ci piace venire in Europa ma gli States sono ormai casa nostra”.

In che modo vi ha influenzato crescere in una città operaia come Newcastle?

“Newcastle era ed è una città dura, gli unici modi per evadere erano la musica e il calcio. Andavamo a vedere qualsiasi band saltasse fuori, imparando, prendendo da loro quel che potevamo e creandoci una nostra identità. Non frequentavamo i ragazzi delle altre band ma avevamo un buon rapporto con quasi tutti loro (Newcastle diede i natali alle band più “dure” della Nwobhm: oltre ai Raven, Warfare, Atomkraft e, noblesse oblige, Venom, ndCiccio). A Newcastle c’era una “scena” molto prima che si iniziasse a parlare di New Wave of British Heavy Metal”.

All’inizio della vostra carriera suonaste alcuni show di supporto a gruppi punk e new wave come gli Stranglers e i Motors. Costituivate un’eccezione, dato che quel giro e la scena heavy metal erano separati in modo piuttosto rigido…

“Puoi dirlo forte. C’erano sempre risse tra gli skin, i punk e noi “capelloni”. Mi ritrovai con il braccio spaccato subito dopo aver inciso il singolo “Don’t need your money”. Una banda di skinhead irruppe nello studio e uno di loro provò a rubare uno dei miei bassi. Lo rincorsi fuori, gli strappai lo strumento e lo usai per colpirlo. Otto dei suoi compari se ne accorsero, mi circondarono e furono su di me! Suonare con quelle band era una merda, non ti avrebbero prestato manco un microfono”.

Quando firmaste per una major come la Atlantic, nel 1985, foste costretti ad incidere due album dal sound molto commerciale come “Stay Hard” e “The Pack Is Back”. Le case discografiche sono uscite con le ossa rotte dalla rivoluzione di internet. Ora, ok, i dischi non venderanno più ma, perlomeno, gli artisti godono di maggiore libertà, una label non può più avere tutto quel potere su una band…

“Beh, sì, almeno oggi hai delle alternative, allora giravano tanti soldi, e se una casa discografica ti dava 150mila dollari per registrare un disco SAPEVI che avrebbe voluto voce in capitolo. Fu quello che accadde con “The Pack Is Back”, a scapito di tutte le persone coinvolte. Le case discografiche meritano di stare nella merda per colpa della loro avidità e della loro incapacità di guardare oltre, ma è uno schifo che ora la musica sia per le band giusto una scusa per vendere delle magliette”.
‘Sta domanda te la faranno in ogni intervista ma, abbi pazienza, non posso farne a meno: che ricordi hai del tour con i Metallica del 1983?

“Ricordo l’afa… Faceva sempre più caldo ogni santo giorno. E la puzza del tour bus… Mio Dio! Ma ci divertimmo troppo. Ricordo Cliff Burton… La testa di un uomo maturo sulle spalle di un ragazzino, la persona più simpatica del mondo. Fu il primo tour nel quale aprirono per noi, e ogni notte mettevamo l’America sottosopra!”.

Sei ancora in contatto con il vostro primo batterista, Rob “Wacko” Hunter? So che ora fa il produttore e si è dato al jazz…

“Dopo lo split ( avvenuto nel 1987, dopo le registrazioni di “Life’s a Bitch”, ndCiccio) non ci sentimmo per anni. Ora, ogni tanto, ci scambiamo un’e-mail. Ora lavora con Branford Marsalis… Si è pure beccato un Grammy!”.

Tutti questi dischi, tutti questi tour… In oltre trent’anni di carriera te ne saranno capitate di storie assurde…

“Hai voglia. Una delle mie preferite riguarda il gestore di un club di Philadelphia che, dopo la prima canzone, venne da mio fratello, gli urlò qualcosa nelle orecchie e se ne ando. Mio fratello iniziò a ridere fino alle lacrime. Mi avvicinai e gli chiesi: “Ha detto che suoniamo a un volume troppo alto?”. Mi rispose: “No… Dice che siamo TROPPO VELOCI!”.

Caro John, hai superato i cinquant’anni, hai appena fatto un disco che spacca il culo e sei sempre in giro per il mondo a suonare… Vuoi dare un consiglio ai nostri lettori più giovani perchè crescano bene?

“Come dice la canzone, “Life is what you make it”. Bisogna fissare degli obiettivi e lavorare per raggiungerli. Suona semplice, ma non è facile! La vita è un dono, ragazzi, godetevelo! Grazie a te ed a tutti i fan per il loro sostegno!”. (Ciccio Russo)


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