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italianoChitarra [Piero Tola]

25 marzo 2012

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

CCCP – Socialismo e Barbarie (1987)

Come posso descrivervi il primo impatto con la storica band di Reggio Emilia se non dicendo che già dall’opener A ja ljublju SSSR il mio piccolo mondo fu sconvolto e da quel giorno non fu più lo stesso… Il mio amico mise il disco nell’impianto ultra mega lusso del babbo, con casse incastonate al muro come solo la gente di un certo livello e… WOW! Immaginavo Ivan Drago che si allenava in laboratorio mentre le note dell’inno sovietico, ancora più accattivanti nella loro versione elettronica, mi avvolgevano totalmente. TI SPIEZZO! mi diceva Dolph Lundgren, mentre Ferretti voleva odorare il sapore celeste del ferro e vedere il profumo sanguigno del fuoco. Ora l’unica cosa che può odorare è l’incenso di qualche chiesa. Triste. Molto triste. Disco sperimentale e fondamentale. Che ve lo dico a fare…

ELECTROCUTION – Inside the Unreal (1993)
Tempo fa riuscii a beccare il buon Mick Montaguti su Youtube e a chiedergli se erano previste ristampe di questo capolavoro del death metal mondiale (si, perché secondo me caca in testa a moltissime release molto più quotate). La risposta fu secca: NO! Peccato! Perché trovarlo originale oggi ti costa come minimo un’ipoteca sulla casa. Io ricorderò sempre quando il mio nastro TDK  iniziò a girare nello stereo e Premature Burial mi prese come un cazzotto allo stomaco. Carneficina totale. Quelle chitarre, così compresse e brutali, quella voce, quel UHHHHHHH iniziale, erano tra le cose più truci mai sentite. La band bolognese era e rimarrà semplicemente er mejo del death metal made in Italy, non ci sono cazzi. Uno di loro, ora non ricordo chi, fece persino un’audizione per diventare il nuovo vocalist dei Sepultura, quando Max andò via. Ma loro preferirono Derrick Green. De gustibus…

GOBLIN – Profondo Rosso (1975)
Claudio Simonetti sostiene che il loro lavoro migliore fu Suspiria, per via dell’impressionante ricerca musicale e l’incredibile varietà di strumenti musicali etnici utilizzati in quella colonna sonora. Ma per me il loro capolavoro è un altro. Profondo Rosso, mi sembra superfluo dirlo ma lo dico lo stesso, rimane uno dei film più schizoidi nel mondo del thriller. Ancora oggi lo posso tranquillamente affermare. Ma provate ad immaginare quella pellicola senza l’accompagnamento sonoro dei musicisti romani. Impensabile. La joint venture tra il jazzista Giorgio Gaslini e Simonetti e co. ha prodotto qualcosa di indimenticabile e irripetibile. La band compone i tre brani principali (Profondo Rosso, Death Dies e Mad Puppet) e arrangia i temi del buon Gaslini in una maniera unica, che poi diventerà il loro marchio di fabbrica. Organi, tastiere e moog allucinanti e allucinati sparati a tutto volume su quelle melodie e cantilene che fanno accapponare la pelle anche dopo un milione di ascolti. Occhio a non restare impigliati nell’ascensore con la catenina della prima comunione.

PREMIATA FORNERIA MARCONI – Storia di un minuto (1972)
Gli anni in cui impazzava il progressive, diciamolo, hanno rappresentato l’apogeo del rock in Italia. Dopo questo âge d’or nulla sarà mai più lo stesso, discograficamente parlando. Tutta la musica successiva si dovrà confrontare inevitabilmente con questa decade, i seventies, di impressionante stimolo creativo. Band come Osanna, Goblin, Banco del Mutuo Soccorso, Delirium, Napoli Centrale e chi più ne ha più ne metta arrivarono a vette compositive talmente alte che a quelle altitudini l’ossigeno inizierebbe a mancare a chiunque. Ad innalzare ulteriormente il livello abbiamo poi Impressioni di Settembre, a detta del sottoscritto la più bella canzone italiana di sempre (e che, guardacaso, porta anche la firma di Mogol). Questo pezzo rappresenta infatti un punto di congiunzione tra me, metallaro terminale, e alcuni amici miei, che mai si sognerebbero di toccare la musica del diavolo, manco con guanti ultra-imbottiti. Beh, strano ma vero, su una cosa ci troviamo tutti concordi, ovvero il giudizio su questa bellissima canzone. Quelle atmosfere sognanti, l’immaginare di correre a piedi nudi su un morbidissimo prato… QUEL GIRO DI MOOG che ti trasporta via come su di una nuvola. Davvero, non ci sono parole per descrivere le sensazioni che provoca l’ascolto di questo pezzo. Stupenda, ma ancora più bella (incredibile ma vero) è forse la versione del 45 giri pubblicata l’anno prima, nel 1971. Se poi andiamo a vedere il resto della tracklist, beh… E’ Festa, Dove… Quando…, La Carrozza di Hans… Devo proprio aggiungere altro?

KENZE NEKE – Naralu! De uve sese (1992)
Sardegna, patria mia, come ti hanno ridotta! Secoli e secoli di colonizzazioni che ancora stiamo subendo. Servitù militari, inutili “grandi opere” che si profilano all’orizzonte, con ulteriori stupri della nostra bellissima terra. Sprechi, disoccupazione, povertà, uranio impoverito, Billionaire, Costa Smeralda, calciatori, veline… Povera terra mia! Una terra dalla storia millenaria, con una precisa identità linguistica e culturale, di cui ci si ricorda soltanto per tre mesi l’anno, quelli più caldi. Il profondo malessere che ho solo sommariamente descritto ha partorito figli come i Kenze Neke (“Senza Colpa” in lingua sarda), che nel bene e nel male ne sono diventati i cantori, con il loro combat rock dalle molteplici influenze.
C’è davvero di tutto in questo disco e negli altri lavori della band, come il bellissimo Liberos, Rispettatos, Uguales (1998). Punk, metal, epic, folk, ska… E’ davvero notevole la ricerca musicale che la band di Siniscola ha portato avanti in tutti questi anni. E se poi, ascoltando Amerikanos a balla ki bos bokene (che si può tradurre più o meno come: “Americani, che vi ammazzino a fucilate”) non vi infogate, allora non siete umani. NON BOS SUPORTO! GHIRATEBOKE! AMERIKANOS, AMERIKA DE MERDA!

IL BALLETTO DI BRONZO – Ys (1972)
Il giovanissimo Gianni Leone, allora considerato un vero e proprio enfant prodige della scena musicale italiana, si unì a Il Balletto di Bronzo nel 1971, dopo aver lasciato i Città Frontale (altra storica formazione che in seguito diede origine agli Osanna). La band aveva già alle spalle l’importante Sirio 2222, debutto che li aveva lanciati nel mondo del rock progressivo. Ed ecco che  il giovane Leone (in tutti i sensi) si unisce ai nostri. Inevitabile il salto di qualità. Con un musicista di quel talento e portatore di cotale ispirazione, il risultato naturale è un capolavoro con la “c” maiuscola. Ys, appunto. Il concept sull’ultimo uomo rimasto sulla terra che intraprende un viaggio allucinante, basato su un’antica leggenda celtica, è affascinante. Il vero e proprio delirio musicale, favorito dall’estro di Gianni e dalle sue tastiere, dal magico organo hammond e dalle complicate soluzioni e dissonanze che si susseguono nei cinque pezzi che compongono l’album lo rendono un gioiello che dovrebbe stare negli scaffali di tutti i prog maniacs. Altro che Dream Theater.

STRANA OFFICINA – st (1984)
E’ difficile, se non impossibile, parlare di metal made in Italy senza citare gli Strana Officina, il combo che, assieme a pochi altri, ha forse più rappresentato la nostra amata musica nella scena tricolore. Il loro debutto fu questo bellissimo ep al fulmicotone che ancora oggi emoziona e stupisce per la qualità compositiva e la bellezza di pezzi come Viaggio in Inghilterra o Autostrada dei Sogni. La stupenda Piccolo Uccello Bianco (così Lexington Steele apostrofò il primo coprotagonista bianco incontrato sul set) è sempre coinvolgente, intonata dalla mitica voce di Bud Ancillotti. Mentre Luna Nera ancora commuove a distanza di ben ventotto anni. First strike is deadly, direbbero i Testament. Ma anche il resto del loro catalogo non scherza, lasciatevelo dire.

MONUMENTUM – In Absentia Christi (1995)
Ricordo ancora quando completai la scheda acquisti della Casa del Disco, vera e propria istituzione tra i negozi di dischi cagliaritani (R.I.P. – ti ricordi, Ciccio, quante avventure là dentro? Era una delle mete preferite di chi bigiava). In alcuni mesi avevo acquisito il diritto di portarmi a casa un disco gratis, visto che avevo raggiunto oramai i dieci acquisti. Spulciai lo scaffale del metallo, deciso più che mai a far valere il mio diritto, ed ecco che mi imbattei in un’uscita di cui avevo già sentito parlare, ma che mai avevo udito. Il titolo era quello che veniva annunciato da tempo come forthcoming sui cataloghi Deathlike Silence, etichetta del defunto Oystein Aarseth, noto Euronymous. Era un’uscita nuova di zecca, perché dopo mille peripezie legate appunto ai ben noti avvenimenti norvegesi di quell’epoca, il disco finalmente vedeva la luce. L’anno era proprio il 1995 o giù di lì. E io mi trovavo nel momento giusto al posto giusto. Il titolo in latino mi attirava di brutto, devo dire. Aveva quell’aura di malvagità al punto giusto da spingere un quattordicenne a buttarcisi a pesce. E non mi sbagliai. Ancora oggi ascolto questo capolavoro di musica esoterica dalle atmosfere decadenti con lo stesso orecchio di allora. Non fu nemmeno tanto complicato abituarsi alla proposta musicale dei Monumentum, perché la bellezza delle atmosfere create dalla band di Roberto Mammarella è evidente e innegabile, ed è impreziosita dalla collaborazione della brava Francesca Nicoli, con la sua bella voce evocativa. Se non lo avete peggio per voi!

PAUL CHAIN – Alkahest (1995)
La carriera discografica di Paul Chain è lunga, molto lunga. Il buon Paoletto è in pista dal 1977 ormai e di “cose che voi umani…” ne ha viste parecchie. Alcuni diranno che il capolavoro della sua produzione potrebbe essere quel Life and Death che vide la luce nel 1989, e direi che non c’è proprio nulla di male nel sostenerlo. Tuttavia io sono più legato ad Alkahest, vero e proprio gioiello del doom, che in quanto tale vide la partecipazione di Lee Dorrian dietro il microfono. Come dire: garanzia di qualità!
Le atmosfere che riesce a creare coi suoi lenti riff e le liriche in una lingua tutta sua, che solo foneticamente suona come l’inglese, hanno contribuito a lasciare un segno indelebile nel magico mondo della musica lenta e tombale, che a noi piace così tanto. Three Waters, Roses of Winter o l’infernale Voyage to Hell (già presente su Detaching From Satan, ri-registrata per l’occasione), dove Lee Dorrian dà il meglio di sé, rimangono negli annali del doom, e dovrebbero venire insegnate in tutte le scuole di musica cadenzata e sballona, se queste esistessero. Il contrasto tra la voce di Paul, pulita e cristallina, e quella di Lee, che sembra venire fuori da qualche girone infernale dove si tortura chi indulge nei vizi capitali (boh, mi vengono così…) è senz’altro uno dei punti di forza di quest’opera. Eccezzziunale veramente.   (Piero Tola)

10 commenti leave one →
  1. Strozzaupo permalink
    25 marzo 2012 23:32

    Era Alex Guadagnoli, che fece il provino per i Sepultura, l’unico europeo!!!!

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    • Piero Tola permalink
      26 marzo 2012 01:13

      grazie per la precisazione!
      ne approfitto per corregere una cosa allora…
      E’ in effetti prevista una ristampa di Inside the Unreal non si sa esattamente per quando, ma è sicura… su un’etichetta che si chiama Goregorecords
      i dettagli qua:

      http://www.bravewords.com/news/179222

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  2. 26 marzo 2012 02:58

    Caro Piero, solo per aver messo in mezzo il Balletto di Bronzo meriti tutta a stima(e le genziane) che si debbono ad un fratello
    ..che poi, secondo, me nonostante sia più debole come film, (suspiria capolavoro), preferisco forse Phenomena come colonna sonora….

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  3. lafessadesoreta permalink
    26 marzo 2012 16:37

    Il disco italiano al quale sono più affezionato è la cassettina del metodo didattico di Richard Benson “Per corde e grida” (tutto un programma il titolo) che acquistai a tipo sedici anni (un milione di anni fa, e chi cazzo lo conosceva all’epoca), con gli esercizi sbagliati.

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  4. Randy Rozz permalink
    26 marzo 2012 23:55

    Gli Electrocution…Dio mio che disco…secondo me nella top ten death metal di tutti i tempi…è incredibile, abbiamo dei gruppi fantastici e li lasciamo svanire così…penso ai Death SS anni 80 che spaccavano il culo a qualsiasi cosa…

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  5. Riccardo permalink
    30 marzo 2012 22:00

    Ho la cassetta originale degli Electrocution!!! Mamma mia quanto spacca! Quando la comprai all’epoca non sapevo neanche che fossero italiani.

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  6. Daniele permalink
    6 settembre 2012 18:35

    Piccola nota per Paul Chain:
    Mai capito tutto questo apprezzamento per “Alkahest”, cioè è un disco bello e ascoltabilissimo, sì, ma non un capolavoro secondo me. E poi di “Voyage to Hell” preferisco la versione originale (nonostante la nuova sia molto riuscita). Secondo me i veri capolavori dell’artista (perfino questo è riduttivo come termine!) sono “In the Darkness” e quel “Life and Death” che hai citato tu. Ma tutta la sua chilometrica discografia (circa 40 album) è costellata di dischi grandiosi, penso a “Detaching From Satan”, “A Sign from Space” o “The Violet Art of Improvisation”.

    Nella tua lista manca anche Land of Mystery dei Black Hole, amico.

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    • Piero Tola permalink
      7 settembre 2012 07:57

      mah…. cosa potrei dire se non “de gustibus”??? Personalmente non ho mai stravisto per i Black Hole… e se proprio dovessi aggiungere qualcosa, direi che c’e’ stato tanto di quel prog in Italia negli anni 70 che sinceramente manco penserei al metal. Grazie del commento comunque…

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  1. Musica di un certo livello #13: NECROMASS, TWILIGHT OF THE GODS, CAGE | Metal Skunk

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