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ENFORCER – From Beyond (Nuclear Blast)

24 aprile 2015

PrintDopo quella autentica palla di fuoco di Death by Fire, ecco finalmente il suo successore, attesissimo (almeno da me) per constatare se gli Enforcer avessero abbassato il tiro rispetto al disco precedente, come capitò in passato col pur buono Diamonds.
La band svedese sembra infatti seguire un cammino evolutivo di picchi e picchiate (non necessariamente in senso negativo), fatto di momenti di minore esuberanza, come appunto Diamonds, in cui, smaltiti i bagordi di quell’orgia di speed metal rovente che fu l’esordio Into the Night, si assestarono su un più normale heavy/hard rock, ed altri in cui l’assalto continuo dei loro ritmi spezzacollo e il ruggito delle chitarre rendono lo scapocciamento un bisogno fisiologico. E questi sono gli Enforcer che ci piacciono di più.
Diciamoci la verità: i nostri sono fatti per ricalcare le orme di Raven, primi Metallica, speed metal e Nwobhm in generale. Danno il meglio quando suonano su ritmi frenetici e assestano fendenti di rasoio con i loro cambi di tempo e riff genuinamente eighties. Li ho visti dal vivo qua in Polonia assieme ai canadesi Skull Fist e sul palco sono esattamente come li senti su supporto analogico o digitale. Tremendi.

Normalente snobbo i revival, trovando inutile spendere soldi per comprare dischi che ho già sentito decenni fa e che ancora girano sul mio piatto, a meno che non si tratti di proposte interessanti e originali come ad esempio i cervellotici Vektor, per fare un nome. Tuttavia gli Enforcer non possono e non devono essere ignorati, se si ama il metallo più incontaminato. La loro genuinità (a tratti naïveté) li rende davvero irresistibili. Ascoltate Hell Will Follow da questo loro ultimo album e ditemi se non vi viene voglia di rompere cose. (Leggi tutto)

Il doom prima del doom: BEDEMON – Child of Darkness (Relapse)

23 aprile 2015

bedemon_childofdarknessVabè, lui comunque è un gallo.
“No”, interviene il gallo, come un vilipendio del cadavere di Dio.
No cosa?
Non sei un gallo?
“No”.
E chi sei?
Er Diavolo?
La Morte?
I Bedemon?
“No”.
Spaccano i Bedemon.

(Svart Jugend, Er gallo che te se frega)

Bobby Liebling la chiamava “Ram Family”. Era tutto il giro di musicisti e varia umanità che negli anni ’70 ruotava intorno ai Pentagram. Nella Ram Family c’era pure questo Randy Palmer, che ogni tanto si divertiva a scrivere canzoni ispirate ai Black Sabbath ma più pesanti e oscure, nonché meno aggressive di quello che diventeranno poi i Pentagram, quando nel 1985 troveranno la lucidità sufficiente per incidere il primo full. Ogni tanto Randy, che pare si drogasse troppo pure per gli standard della Ram Family, chiamava i suoi amici Bobby Liebling, Geof O’ Keefe (primissimo batterista e cofondatore degli autori di Be Forewarned) e Mike Matthews per incidere qualcosa in cantina. Tra il ’73 e il ’79 registrarono una quindicina di pezzi, beccandosi ogni tanto per cazzeggio, senza l’intenzione di fare qualcosa di serio. È doom prima del doom. L’esordio dei Saint Vitus è dell’84, per capirci.

I Bedemon non erano veramente una band“, aveva spiegato Liebling in un’intervista di qualche anno fa, “era giusto un vedersi nei fine settimana per aiutare Randy con qualche canzone che stava scrivendo. Le incidemmo tutte con un registratore a bobina e due microfoni di plastica”. (Leggi tutto)

Roadburn Festival 2015: 9-12 aprile, Tilburg, Olanda

22 aprile 2015

chatIl primo vero highlight della trasferta olandese lo regala Mr. Roberto “Trainspotting” Bargone intorno alle 9.30 del giovedì mattina quando si è ancora in aeroporto. Un messaggio in chat seguito da telefonata delirante con poche e confuse informazioni dalle quali sembrerebbe che uno dei biglietti del festival non sia mai stato acquistato. Non il treno, l’alloggio o la macchina, proprio IL biglietto, quello per entrare allo 013. La mia prima reazione è pensare che si tratti di uno scherzo di dubbio gusto, dalla conversazione mi rendo conto che il timore è reale. Cerchiamo di ricostruire i fatti, seguono dieci minuti di silenzio in cui temo davvero che per qualcuno il Roadburn potrebbe essere già finito. Poi un messaggio chiarificatore e l’unica conclusione possibile: i biglietti ci sono e lui è un fulminato di buon livello. A due ora dalla partenza non si ricordava di averli comprati. Sì, è successo davvero.

Giovedì
Al contario di quanto accaduto al dinamico duo Russo-Trainspotting, per i fratelli Corna tutto fila liscio con i trasporti, quindi alle tre e mezza siamo già dentro per una generale supervisione prima dell’immancabile rituale di entrata che è la prima birra al Polly Maggoo. Per qualche motivo il giovedì è sempre infernale e l’abbondante offerta costringe a rinunce tutt’altro che piacevoli (oggi Eagle Twin e Monolord). Comunque sia, l’inizio è col botto: i Salem’s Pot fanno friggere gli amplificatori della Green Room, malsane vibrazioni in salsa eyes wide shut transex. Paura. Suonano un pezzo nuovo fichissimo e roba dagli svariati Ep. Subito a freddo è arrivata una delle cose migliori del festival. Il proseguo non è da meno, anzi, gli Spidergawd alzano ulteriormente l’asticella per un uno-due iniziale di quelli che in qualsiasi altro posto ti basterebbero per almeno venti giorni. Nel mondo parallelo di Tilburg invece ci sono i Russian Circles che ti attendono sul palco principale dopo cinque minuti, imbarazzante il confronto con quento visto solo la settimana prima a Roma in cui suonavano con l’amplificazione del Canta-Tu. D’altra parte, se decidi di andare a vedere un gruppo a 1200 km da casa, è anche perché sai che si sentirà un pochino meglio. Verso sera finalmente emerge da un lungo black out di telecomunicazioni la premiata ditta Ciccio & Roberto che, dopo varie peripezie, arriva allo 013 carica di libagioni provenienti dalla capitale olandese. Il giusto incentivo per apprezzare al meglio la proposta coraggiosa di Eugene Edwards alias Wovenhand. Nonostante la distanza dai suoni generalmente associati al festival, il pubblico sembra apprezzare, anche in virtù di uno show estremamente fisico ed emozionale. Si prosegue senza alcuna pietà ed è il turno del disagio con boogie a firma Eyehategod. Il finale è nel più classico stile chiusura Roadburn-primo-giorno con i claustrofobici Bongripper, gruppo da sempre molto amato da chiunque ami tagliuzzarsi le orecchie con le lamette da barba. Volume da arresto e conseguente sordità completa per tutti gli astanti. Su, a nanna, che domani arrivano i vichinghi.

RB2015

Venerdì
Per una volta la giornata inizia con una certa calma, mi perdo i Virus perchè ho deciso che mi stanno sul cazzo (o forse erano i Focus?) e mi presento direttamente a vedere i Sólstafir. Dissento con quanto espresso dall’esimio collega Ciccio sulla proposta e la prestazione degli stessi, che ho invece apprezzato con un certo ardore. Mi piace proprio quello che fanno, ne ammiro in particolare il sound dilatato piuttosto inusuale per il genere, non so bene spiegarmeli, per me band di vera classe. A fine concerto il conte Max viene approcciato da una cicciona americana oversize; la tipa è parecchio su di giri e vorrebbe attaccare bottone, ma deve essere piuttosto confusa dato che ci scambia per norvegesi. Lui non è interessato e cerca di appiopparmela, io sono della teoria che il vero uomo si vede dai cessi che si riesce a fare, ma qui siamo davvero un po’ oltre, forse dopo altre dodici birre, chissà. Due chiacchiere di cortesia metallara e poi si tira dritto fino alla prossima stazione. Un po’ di giri a cazzo e poi di nuovo al main stage per i Fields Of The Nephilm che, pur non essendo proprio il genere mio, non mi lasciano certo indifferente. Dawnrazor in apertura è roba molto seria, For Her Light la gemma del set. Dopo essersi rifocillati giunge finalmente l’ora del satanismo da supermercato. La scusa per adorare il capro oggi la danno i Lucifer, gruppo basico creato per noi gente dai bassi istinti, scopiazzature sabbathiane a go-go che manco gli Orchid e una biondazza semi figa alle volte sono tutto quello che serve. Gossip: finito il set la tipa si sbaciucchia con un tizio che credo fosse Lee Dorrian, non ne sono troppo sicuro però, se qualcuno fra voi ottimi lettori lavora a Dagospia e sa qualcosa di più ci faccia sapere. (Leggi tutto)

Phil Rudd confessa, rischia fino a sette anni

21 aprile 2015

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Delle antipatiche disavventure legali che hanno coinvolto Phil Rudd, costringendo gli Ac/Dc a riesumare Chris Slade per quello che sarà probabilmente il loro ultimo tour, abbiamo già scritto più volte. Dopo essere stato prosciolto dall’accusa più grave (quella di tentato omicidio per procura), il batterista si è recato ieri presso il tribunale di Tauranga, in Nuova Zelanda, per rispondere delle imputazioni ancora in piedi: minacce di morte e detenzione di stupefacenti (mezzo grammo di metanfetamina e un etto scarso di marijuana, poca roba quindi). Rudd si è dichiarato colpevole di entrambi i capi d’accusa e il suo avvocato, Craig Tuck, ha liquidato la faccenda come “una semplice telefonata arrabbiata” a un ex dipendente, reo di aver organizzato in modo inadeguato il lancio del suo album solista Head Job. (Leggi tutto)

Assaggini: PARADISE LOST

21 aprile 2015

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Ammetto di essermi perso per strada i Paradise Lost ormai da qualche anno. L’ultimo loro disco che ho ascoltato in modo approfondito (apprezzandolo non poco, per inciso) è quel Faith Divides Us, Death Unites Us che tutt’ora mi sparo con piacere di tanto in tanto. Tragic Idol non l’ho sentito nemmeno per sbaglio e così tutto il resto del materiale dal 2009 ad oggi.

Mi è capitata or ora per le mani questa No Hope In Sight, prima anticipazione da The Plague Within, la cui uscita è prevista il 1 Giugno su Century Media. Il disco, a quanto ha affermato la stessa band, dovrebbe sancire una sorta di ritorno alle sonorità death/doom degli esordi. Evidentemente sia Greg Mackintosh (proprio alle sonorità di album come Lost Paradise e Gothic si rifà il suo interessantissimo progetto Vallenfyre, che ha purtroppo deluso con la sua seconda prova) che Nick Holmes (presente sull’ultimo, inutile, lavoro dei Bloodbath) ci hanno preso gusto. Non ho ancora capito se la canzone mi piace oppure no, fatto sta che mi pare un po’ moscia e, a voler essere onesti, neanche così death. (Leggi tutto)

Ti porterò dove si venera IL RIFF: Roadburn Festival 2015, Tilburg (Paesi Bassi)

20 aprile 2015

Il Roadburn non c’entra nulla con i festival a cui siamo abituati. Poca gente, solo tremila persone, al chiuso, arrivi al quarto giorno che conosci più o meno tutte le facce dei convenuti, compresi i musicisti che, quando non sono sul palco, girano tra il pubblico a guardare gli altri concerti. Si svolge tutto in una piccola viuzza del centro di Tilburg, nella quale ci sono: lo 013 (la struttura principale, con tre palchi: il Main Stage, la Green Room e lo 01); di fronte a quest’ultimo, l’edificio dedicato a merchandising/mostre/cinema etc; e infine, venti metri più in là, il Patronato, di cui parlerò più diffusamente in seguito. L’unica struttura più distaccata è il Cul de Sac, un minuscolo pub a 50 metri di distanza. Vi risparmio l’odissea del viaggio di andata perché dopo lo Wolfszeit ogni sfacchinata mi sembra una passeggiatina di salute, ma sappiate solo che per colpa dei controllori di volo mangialumache d’oltralpe siamo arrivati alle nove di sera, perdendoci una quantità di roba impressionante: Salem’s Pot, Sub Rosa, Primitive Man, Minsk, Solstafir e soprattutto i Russian Circles, che non potete capire quanto ho bestemmiato quei maledetti mangiarane per avermi fatto perdere i Russian Circles.

PRIMO GIORNO

setlist thursdayQuando riusciamo finalmente ad arrivare in loco salutiamo i due fratelli Greco e ci fiondiamo subito dai MONOLORD, che suonano quasi tutto il debutto Empress Rising al Patronato (all’anagrafe Het Patronaat). Quest’ultimo è un vecchio edificio, lungo più o meno venti metri e largo dieci, adiacente a una chiesa e che in passato ne faceva parte: a testimonianza di ciò rimangono, tra le altre cose, il soffitto altissimo e le vetrate con le immagini di santi e madonne; ora però si venera IL RIFF, e i Monolord sono il modo migliore per iniziare il Roadburn, quantomeno in mancanza dei Russian Circles. La cosa di cui ci rendiamo conto subito è che il suono è praticamente perfetto e che, se volessimo, potremmo tranquillamente infilarci tra le prime file semplicemente chiedendo permesso e senza neanche usare troppa cazzimma all’italiana. Questa nozione ci sarà molto utile per tutti e quattro i giorni del Roadburn. Concerto spettacolare, comunque.

Per entrare subito nell’atmosfera da festival ci fiondiamo a prendere posto per gli EYEHATEGOD che suonano sul Main Stage. O quantomeno ci proviamo: lo 013 è strutturato come un cinema multisala, con un’infinità di porte, porticine, scale, uscite di sicurezza e interstizi vari che collegano le parti della struttura: siamo stati quattro giorni a bazzicare là dentro e ancora non ho capito come si arrivi al piano superiore della Sala 01 (quantomeno volontariamente, perché involontariamente ci sono capitato più volte, magari mentre cercavo di arrivare al bagno). Roadburn-2015-Bongripper-AfterburnerInsomma alla fine riusciamo ad arrivare al Main Stage, e di lì a poco Mike Williams ci vomita addosso tutto il suo disagio; che non è più quello di un tempo, dato che ormai il Nostro ha smesso di farsi di eroina. Il suono un po’ ne risente: troppo pulito e nitido, molto lontano dal torbido che li caratterizzava tempo fa. Io non li avevo mai visti prima d’ora, quindi va bene lo stesso.

Dopo gli Eyehategod arriva il primo dilemma del festival: Bongripper, Mugstar o Goatwhore? Io propenderei per i primi, mentre Ciccio è indeciso tra gli ultimi due. Ma è stata una giornata molto sfiancante, e anche il sardo bastardo si convince a rimanere nel Main Stage per l’esibizione dei BONGRIPPER, che per l’occasione suonano tutto l’ultimo Miserable, feedback più feedback meno. Ogni musica va associata al giusto stato d’animo, e fortunatamente io ero in quello stato d’animo in cui rimani tutto il tempo riverso sui gradini, con la testa tra i ginocchi, affamato, stanco e lurido, mentre quei quattro soggetti fanno stridere le chitarre a un volume considerato fuorilegge in svariate parti del Pianeta. La chiusura ideale per il primo giorno di Roadburn.

SECONDO GIORNO

Roadburn-2015-Houses-Of-The-HolisticMi sveglio pieno di buoni propositi e scendo giù nell’area benessere dell’albergo. Vedo subito la piscina dietro a una vetrata e spreco un tempo indefinito cercando di arrivarci aprendo un’infinità di porte, ma senza riuscirci: un suggerimento per gli albergatori olandesi potrebbe essere, non so, quello di non usare solo scritte in olandese sulle porte, anche perché in quelle situazioni uno va tutto convinto per andare in bagno e si ritrova nello spogliatoio femminile, il che non è proprio il massimo specie perché l’età media dei frequentatori di questi posti è tipo quella del pubblico della Signora in giallo. Nelle mie peregrinazioni in quel labirinto di porte che danno su corridoi che danno su altre porte a un certo punto trovo i Grecos in una specie di sala relax, vestiti solo di un asciugamano in vita, accasciati su due lettini come dei patrizi romani debosciati. Sfiduciato e timoroso di piombare per sbaglio in una stanza piena di anziane che si depilano, ripiego sulla sauna, nella quale trovo la simpatica compagnia di un settantenne scandinavo a palle all’aria che respira come Darth Vader. È un po’ inquietante, anche se sono sicuro che lui direbbe lo stesso del feedback di chitarra dei Bongripper che ancora mi ronza nelle orecchie.  (Leggi tutto)

Taccuino del Roadburn: Day 3 & Afterburner

17 aprile 2015
kingdude

I say: what’s that love? Lucifer’s the love. Lucifer’s the love of the world…

 Day 3

CLAUDIO SIMONETTI’S GOBLIN: Zombi

Sul megaschermo del Main Stage scorre Zombi di Romero. Simonetti e i suoi ragazzi, tra i quali il metallarissimo Titta Tani, con lui dai tempi dei Daemonia, suonano la colonna sonora nel frattempo. Esatto, è una cosa meravigliosa. Me ne vado a metà film perché non posso perdermi King Dude. Ma lo faccio a malincuore.

KING DUDE

Lodi al Demonio in versione unplugged. E nella cornice paraecclesiale del Patronaat, attenzione. TJ Cowgill, che nella vita gestisce l’azienda di abbigliamento metal e dark Actual Pain, su disco sembra un’incarnazione neofolk di Johnny Cash. Dal vivo, beh, lo è. Cazzeggia e interloquisce col pubblico con la nonchalance e la placida ironia che ti aspetti dal personaggio. Dice che è allucinante che lo abbiano chiamato al Roadburn. Sei il primo a sapere che non è così, amico. Il 6 maggio viene a Roma al Dalverme. Lo stesso giorno suonano Blind Guardian e Goat. Per quanto mi riguarda, rischia di vincere il terzo incomodo.

MESSENGER

Psichedelia acida buttata sul progressive; è il mio genere solo fino a un certo punto. Non so bene come ci capito ma Roadburn significa anche e soprattutto ciondolare in giro nei momenti di pausa e incocciare gruppi sconosciuti random.

ENSLAVED

Dovrei vedermi gli Acid Witch ma non resisto. Un po’ meno coinvolgenti di ieri ma è una questione di scaletta. L’altra volta avevano suonato due pezzi da Frost, uno da Eld e nessun estratto dal nuovo In Times (bel disco ma inferiore alla media stellare alla quale ci hanno abituato i norvegesi), oggi rappresentato da tre pezzi. Va detto che, per un gruppo come gli Enslaved che non riuscirebbe a incidere un album brutto o insignificante nemmeno se ci provasse, stilare la scaletta non deve essere semplicissimo. (Leggi tutto)

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