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L’estasi dell’Oro: tornano gli Ufomammut

25 febbraio 2012

Ne ho già tessuto le lodi in modo abbastanza esteso in sede d’intervista, quindi non credo ci sia bisogno di ribadire come gli Ufomammut siano un gruppo della madonna, tra le realtà più ispirate e creative del panorama stoner/heavy psych mondiale. Dopo lo splendido Eve, per me tra i vertici assoluti del 2010, un trip senza ritorno composto da un’unica traccia oniricamente sospesa tra deragliamenti doom e allucinazioni psichedeliche, era difficile immaginare come potessero spingersi oltre. E invece, almeno a giudicare dalle premesse, rischiano di riuscirci. (Leggi tutto)

ISENGARD – Vinterskugge (Peaceville, 1994)

24 febbraio 2012

Continua l’opera imperterrita di ristampe da parte della Peaceville: questa volta è il turno di Vinterskugge di Isengard, progetto folk/black metal nato dalla mente del signor Gylve “Fenriz” Nagell che ha partorito due full length a cavallo della metà degli anni 90 per poi sparire nel nulla.
L’idea di Fenriz era quella di dare sfogo alla sua anima prettamente folk (che ovviamente non avrebbe potuto trovare alcun tipo di spazio all’interno dei Darkthrone), anima che poi si manifesterà ancora più platealmente nel grandioso Nordavind degli Storm, pubblicato di lì a poco.
A differenza degli Storm c’è da dire però che Isengard è ancora legato ad un retaggio propriamente black metal, come si può evincere dalla title track che tra l’altro è probabilmente il pezzo più rappresentativo dell’intero lavoro. Vinterskugge (che per questa ristampa presenta un secondo cd con una lunga intervista allo stesso Fenriz) è un’opera che presenta varie sfaccettature, considerato anche che dura più di un’ora e che si divide in tre capitoli separati tra loro: il primo Vanderen che rappresenta il disco vero e proprio con i brani più rappresentativi, il secondo Spectres Over Gorgoroth risalente al primo demo dell’89 (dove si sente parecchio l’influenza death metal dei primi Darkthrone) ed il terzo Horizons, che contiene uno dei brani meglio riusciti del disco (Storm of Evil) ma anche cose forse evitabili come l’assurda Our Lord Will Come (che credo Fenriz abbia cantato dopo essersi tracannato una trentina di birre). (Leggi tutto)

R.I.P. Stig Sæterbakken [1966-2012]

24 febbraio 2012

Con qualche settimana di colpevole ritardo rivolgiamo un pensiero a Stig Sæterbakken, che se n’è andato a fine gennaio (pare by his own hands, come si diceva un tempo nei circoli più kvlt). So che non sapete chi è, ma con i soliti, modici 40 euro all’ora potreste trovarvi un giorno a leggere ed apprezzare i suoi libri.

Il motivo per cui dovrebbe fregarvene qualcosa al di là dell’humana pietas, cari post-blacksters intellettualoidi, è che se avete potuto vedervi gli Ulver dal vivo più o meno sotto casa lo dovete solo a lui. Nel 2009 fu Sæterbakken che – allora direttore del festival letterario di Lillehammer – ruppe talmente le palle a Rygg che lo convinse a cominciare a suonare dal vivo. Al memorabile concerto del festival di Lillehammer, dove io c’ero e voi no, Sæterbakken li introdusse in sordina, alzando appena due cornine accanto a un microfono. (Leggi tutto)

Music to lights your joint to #2 – meglio tardi che mai

23 febbraio 2012
Blando tentativo di camuffaggio.

Mi approprio temporaneamente del format giornalettistico più fico della storia (come altro definire una rubrica i cui valori portanti sono il riff, la droga e Satana?) per passare in rassegna con atomico ritardo alcune delle uscite più notevoli dello scorso anno colpevolmente passate sotto silenzio.

Iniziamo alla grande la scorpacciata di sporcizia varia con i Gates of Slumber, la band non sbaglia la seconda uscita su Rise Above, le voci che volevano Hymns Of Blood And Thunder come l’album che avrebbe chiuso il ciclo classic metal per ributtarsi sul doom di stampo tradizionale si rivelano fondate: The Wretch ha più melma e meno testosterone fra i suoi solchi, filiazione diretta del sound americano di scuola Saint Vitus (tra l’altro attenzione che mo’ tornano anche loro); i suoni stessi hanno un che di cavernoso, l’album in genere comunica una cupezza che era mancata nella (comunque ottima) uscita precedente. Day Of Farewell possiede quel bel senso di fine imminente che ogni amante della musica del destino (di morte) non può  che apprezzare. Magia del lato artistico, perché poi quando lo incontri Karl Simon è un ciccione simpatico tutto birra e scuregge. (Letteralmente) grossi. Se siete veri alcolisti provate anche con i Devil, hanno una copertina con caproni ed un cantante chiaramente ubriaco, al conte Max piacciono, a me un po’ meno.

Dato che “i Black Sabbath non ci abbastano mai” si resta fuori dal tempo con i Lord Vicar, nati per volontà di Peter Vicar (qui sotto vero nome: Kimi Kärk) dei Reverend Bizzarre con la collaborazione di Lord Chritus dei Count Raven. Fin troppo ovvio dove possano andare a parare: doom ultra classico tutto religiosità e redenzione, la continuità con i RB non è diretta come si potrebbe pensare, decisamente meno estremi e più easy listening rappresentano un monito alla superiorità morale degli anni ‘70. Rullatone, assoli, vocals mega-ozzate e tutto il campionario della golden age, se vi erano piaciuti gli Orchid della prima puntata andate tranquilli pure con questi, Signs Of Osiris è più che consigliatissimo. Dall’espiazione dei Lord Vicar il passo all’inevitabile ricaduta negli abissi della depravazione è più breve di quel che si possa pensare. Black Fangs è un album lercio come non si ascoltavano da tempo e suonato con una delicatezza da metal-meccanici. Una vera zozzeria, dopo cinquanta minuti di ‘sta roba per darsi una pulita come minimo serve un bagno nell’acquaragia.  (Leggi tutto)

Musica di un certo livello #5: Wintergod, Winterchrist & Winterspirit

22 febbraio 2012

E chi se li ricordava. Erano dieci anni che tacevano nelle loro nordiche coltri. Tutto ad un tratto, siamo nel novembre scorso, escono dalla cripta puzzolente in cui si erano rintanati e danno alle stampe, abbastanza in sordina, Five Scars. Un ascolto non lo si nega a nessuno. Del resto la curiosità era legittima. Tornare a parlare e far parlare di sé dopo tanto tempo… Ma che c’avranno di nuovo da dire ‘sti qui? I Night in Gales fanno finta che il tempo non sia passato; loro sono tradizionalisti fin nel midollo; non gli parlate di evoluzione, di cambiamento, di novità, non sia mai s’incazzano. Che poi all’epoca erano anche piacevoli da ascoltare (Towards the Twilight mi garbava) e pur non essendo fondamentalmente niente di che erano conosciuti da ogni amante del melo-death svedese. I crucchi di Colonia cavalcavano bene l’onda ma non furono mai capaci di dare un contributo importante alla causa metallara. Certo, in mezzo alle interminabili diatribe se The Gallery fosse il vero manifesto del Bello o se Slaughter of the Soul rappresentasse l’apice dell’evoluzione umana o piuttosto se Projector fosse o meno un disco ricchione, capitava che ci finissero pure loro, i Night In Gales, magari alla decima birra quando non sapevi più che cazzo dirti, che avevi tirato in ballo tutti i santi e le madonne e subito prima che partisse la gara a infiammare scoregge. Ma diciamolo dunque, essi, i Night In Gales, non hanno mai veramente meritato di essere citati nel novero del Gothenburg Style. Però oggi, per noi che siamo cresciuti e pasciuti, imborghesiti o maritati, che alla decima birra qualcuno è costretto a chiamare la Croce Rossa, che non infiammiamo più scoregge nemmeno nell’intimo delle nostre case e che non insultiamo più gli sconosciuti per strada, per noi i Night In Gales hanno trovato finalmente un senso di esistere. Oggi che At The Gates è “solo” un nome da incidere sui muri delle stazioni o delle metro (perché il metallaro non usa lo spray – quella è robaccia rap – lui i suoi murales se li scolpisce sulla nuda roccia come un vero Manowar), oggi che In Flames e Dark Tranquillity sono sinonimi di “accanimento terapeutico”, finalmente i Night In Gales possono superare la fase del banale vorrei-ma-non-posso e recuperare il senso della vita. Essi nuotano contro corrente come dei salmoni infoitati, pronti a sparare le ultime cartucce per poi, alla fine, rovesciarsi sfiniti su di un lato e farsi trasportare mezzi morti dalla corrente. (Leggi tutto)

OPERA IX – Strix Maledictae In Aeternum (Agonia Records)

21 febbraio 2012

C’è un esile filo che lega la storia dei Litfiba e quella degli Opera IX, nonostante appartengano a due realtà musicali distantissime. Tanto Cadaveria quanto Pelù, pur non essendo affatto i compositori principali della band, rappresentavano l’aspetto commercialmente più spendibile, il valore aggiunto in fatto di visibilità, la prima perché uno dei primissimi esempi di vocalist donna in un gruppo metal estremo, il secondo per la sua immagine pubblica sempre più inflazionata a partire dagli anni novanta. Due fuoriuscite improvvise, all’indomani di due dischi particolarmente significativi, con le dovute distinzioni: The Black Opera era un capolavoro e rimane perla inarrivabile nella discografia dei piemontesi e del metal italico, Infinito dei Litfiba era il disco della definitiva svolta pop, dell’enorme successo di vendite ma, in definitiva, era e resta un disco di merda.

Destini analoghi anche per le successive carriere soliste dei due, arenatesi dopo l’iniziale exploit, dovuto più alle artificiose aspettative create intorno ai personaggi che non alla reale qualità dei dischi. A distanza di dieci anni non rammento neanche mezza nota di The Shadow’s Madame ma ricordo che all’epoca ne parlai benino, salvo poi gettarlo nel dimenticatoio (che non è una metafora, nella mia camera ho adibito uno scaffale a “dimenticatoio”) dopo una settimana. Il primo disco di Pelù, invece, era quello con Toro Loco e direi che non occorre aggiungere altro. (Leggi tutto)

Meanwhile in Finland #2

20 febbraio 2012

Iniziamo con gli SWALLOW THE SUN perché so che piacciono a un sacco di gente. A me in realtà non fanno impazzire: penso siano un po’ mosci, e troppo pulitini per le atmosfere che intendono creare. A volte riescono a toccare le corde giuste; ma accade più spesso di no. Questo è un discorso che vale comunque per molti gruppi finlandesi che suonano questo tipo di doom più o meno mischiato con il death melodico -centro di gravità irresistibile per grande parte del metal “estremo” uscito fuori dalla Finlandia negli ultimi dieci anni. Il prossimo disco si chiamerà Emerald Forest And The Blackbird (nome che sembra uscito dal generatore automatico di nomi dei Rhapsody) e questa Cathedral Walls è il singolo; a me fa scendere un po’ il latte alla ginocchia, ma se al Socci dovesse per caso piacere io alzo le mani e mi dichiaro sconfitto (stato d’animo peraltro perfetto per il contesto).

Se l’altra volta avevamo parlato dei Poisonblack dell’ex Sentenced Ville Laihiala, ora proseguiamo in bellezza con i THE MAN-EATING TREE, la band dell’ex batterista dei Sentenced Vesa Ranta. Il secondo disco Harvest è uscito un paio di mesi fa e non ve ne abbiamo colpevolmente parlato; cerchiamo di riparare adesso con il video di Armed, midtempo classicamente suicide metal con gli arpeggi da tundra a meno trenta gradi e il riff portante vagamente stradaiolo. Nel genere le canzoni tendono ad assomigliarsi un po’ tutte, ma i Man-Eating Tree per qualche motivo sembrano portarti a un decennio fa, quando chi si approcciava a questo genere doveva per forza fare i conti con i Katatonia, i cui dischi di fine anni novanta riecheggiano più o meno le stesse atmosfere della band di Vesa Ranta. O forse è solo un viaggio mentale mio; probabile. Armed è sicuramente il miglior pezzo tra quelli presi in esame, e il video è bello come quelli dei Sentenced. Un’altra cosa in comune è che anche questo potrebbe essere un’ottima colonna sonora per farla finita:  (Leggi tutto)

The Northern Ontario Black Metal Preservation Society

19 febbraio 2012

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Gente che mette la bandana per coprire la calvizie. Municipal Waste e Autopsy

18 febbraio 2012

I Municipal Waste sono una di quelle band che quando era cominciata la mia fase di riflusso metallaro e di spinta reazione ad ogni tipo di fighettismo stephenomalleiano (volendo, pure gregandersoniano, insomma, ci siamo capiti) mi aveva aiutato a superare il semplice livore reindirizzandomi verso quella che è la vera passione di ogni metallaro che almeno una volta nella sua vita abbia tenuto un vinile polveroso in mano.

Stiamo parlando della birra.

Dischi della Madonna come The Art of Partying o come si chiamava quell’altro erano per me poco più che una risposta al nascente trend thrash metal old school (semmai sia veramente esistita UNA sola scuola del thrash ottantiano) ma questo non poteva certo negarmi momenti di reale sollazzo alla faccia di tutti.

Pezzo dopo pezzo però la band ha cominciato ad essere sempre più scoreggiona e allora, fatti i dovuti calcoli, scoprivo facilmente che i Municipal Waste altro non erano altro che l’ennesimo divertissement di un batterista disumano come Dave Witte, una persona alla quale il metal e hardcore mondiale dovrà prima o poi qualcosa se è vero che costui ha suonato in band tutte grandi e diversissime come Dischordance Axis, Burnt By The Sun, Birds Of Prey, HUMAN REMAINS (!!!), Exit-13 etc. insomma, fatto sta che il precedente disco della band Massive Aggressive, che almeno nelle intenzioni doveva presentare un sound meno scanzonato, più thrashy, più serioso e meno Suicidal Tendencies in realtà si è rivelato una mezza cacata.

La band torna ora con un ennesima prova in studio a conferma che Richmond è forse la nuova capitale del Metal targato USA. I semi-afasici che si occupano dei comunicati stampa oltreoceano annunciano in questa maniera il nuovo disco della band, intitolato The Fatal Feast Waste in Space (che riprende un po’ il trend lo-fi e sci-freak di altre coeve band più cazzute, come Gama Bomb senza scordare i fantastici romanzi astrali dei Voivod):

“C’è un piccolo club e molto esclusivo di band che strappano e non in modo dando all’ascoltatore un sorriso sul loro volto. Rifiuti urbani di Richmond è sicuramente una di quelle band. La loro lingua in accoppiata con umorismo guancia thrash birra swilling riff è la roba che fa impazzire i bambini. Ora, con la Festa Fatale, da rifiuti sta assumendo un nuovo nemico, lo spazio.”

Parole sante. Il disco uscirà il 13 Aprile per il mercato europeo sotto quei marpioni di Nuclear Blast. Sotto lo streaming di Religion Proof, pubblicata anch’essa per la serie di vinili flessibili inaugurata da Decibel Magazine(Leggi tutto)

Fartwork spin-off: i migliori capri della nostra vita (part 2)

17 febbraio 2012

Cari bambini, è il momento di riprendere il nostro strabiliante viaggio nell’iconografia del nostro animale totem preferito. A mille ce n’è nel mio cuore di capre da narrar, e stilare la classifica finale (che non è consigliato approfondire se siete al lavoro o in compagnia di familiari) è stato oltremodo arduo. Come trattenersi dall’inserire almeno altre due o tre volte i gloriosi Nunslaughter (sui quali a ‘sto punto un giorno scriverò un articolo a parte), responsabili di capolavori come  quello che adorna Fucking Satan, il loro recente, imperdibile split con gli Abigail (che, lo ricordiamo ai più distratti, sono la most evil band of Japan)? Per non parlare dei tremendi Enbilulugugal, uno dei gruppi black più genuinamente inascoltabili nei quali mi sia mai imbattuto. Al cospetto di pattume consimile, avevo supposto che i nostri eroi arrivassero da qualche nazione assurda del Sud Est asiatico, invece Metal Archives il dà per californiani.  Dalla terra della Silicon Valley non ti aspetti però che nel terzo millennio possa uscire roba così, fatta in cinque minuti con la prima versione di Paint Brush dopo essersi iniettati dell’eroina nelle palle degli occhi:

Manco una croce rovesciata dritta è riuscito a fare ‘sto tizio. E si è pure firmato! Dato che la loro prima demo si intitola Satanic Killing of Christ in the Pagan Forest on Fullmoon Night c’è un po’ il sospetto che si tratti di una cosa demenziale ma francamente non ho avuto troppa voglia di approfondire. Certo, vale la pena andare a leggere come si chiamano i pezzi, che sembrano prodotti con un generatore automatico di titoli degli Impaled Northern Moonforest in versione extreme porn. Si va dagli altrettanto wertmülleriani Mate al Sacerdote Mientras que Sodomiza la Cabra Negra Durante el Ritual de Fullmoon, che azzarda uno sbarazzino spanglish senza nessun motivo plausibile, e Hang the Priests Head on the Unholy Tree While Sodomizing the Black Goat (morale della favola: la capra nera se la piglia sempre in quel posto) alla spero non autobiografica Acts of Coprophilia Commited Under the Influence of Alcohol, che conferma la grande influenza della figura di G.G. Allin sulla scena black metal statunitense, come già dimostrato dai grandissimi Profanatica. Insomma, un’emozione dietro l’altra.

Restiamo nel Golden State con i Morbosidad, che le cronache ci dicono oggi riparati in Messico, probabilmente perché erano immigrati illegalmente e si sono fatti sgamare. E voi sapete bene come il connubio tra metal estremo e passiòn latina sia un’inesauribile fonte di autentiche meraviglie. Questi qua sono un po’ sfortunati con i batteristi. Il primo ci lasciò la pelle nell’esplosione della loro sala prove nel 1995 (gliela avevano fatta saltare i narcos per una partita non pagata?). Il secondo, il compianto Goat Destroyer, è morto sfracellato tre anni fa dopo essere cascato dal terzo piano per motivi non ben chiariti. (Leggi tutto)

Musica da camera ardente #6

16 febbraio 2012

HOCICO

Sebbene il tentativo sia arduo, voglio tirare le fila di ciò che di migliore è uscito nel 2011 dal marcio mondo dell’electro dark, EBM & affini. Non potrei che principiare dagli Hocico, indubbiamente, oggi giorno, i signori indiscussi nel genere. È ovvio che qualsiasi cosa venga fuori dalla mente dei due cugini messicani meriti un ascolto a prescindere. Quasi un ventennio di attività durante il quale si conta un alto numero di produzioni. Ascoltarle tutte è cosa non facile sebbene, al netto dell’irrefrenenabile spirito critico insito in chi trangugia tonnellate e tonnellate di musica, anche solo pescando un po’ a caso nella lunga discografia degli Hocico si rischia di pescare bene poiché la qualità si pone costantemente ad un livello di sonora spaccaculaggine. Così, con la sicurezza che anche ad un superficiale ascolto avrei apprezzato oltremodo, mi sono gioiosamente accinto a fruire di Bite Me!, ultimo singolo nato in casa Hocico. Il brano era già stato coverizzato nel pestosissimo Tiempos de Furia, uscito nel 2010, ma qui viene presentato in versioni tutte diverse, una più spaccosa dell’altra. Non è mai troppo tardi recuperare roba vecchia infatti, come si sarà capito, l’accenno a questo singolo era meramente pretestuoso al ribadire un concetto fondamentale: gli Hocico sono li meglio. Per la cronaca è uscito di recente un live in Russia, Blood On The Red Square, che purtroppo non rende merito a questa musica che per sua caratteristica instrinseca abbisogna di un suono estremamente pulito. Si goda anche col singolo Dog Eat Dog la cui stampa vinilica è stata prodotta nelle tradizionali e confortanti 666 copie. Prego approfondire il discorso y que aproveche!

AESTHETIC PERFECTION

Se voi, come me, amate ogni tanto divagare lungo le frontiere del suono elettronico ma senza star lì troppo a ciulare nel manico e se, sempre come me, non vi stranite se si parla in modo non totalmente appropriato di harsh, di aggrotech piuttosto che di EBM, allora vi interesserà sapere che gli Aesthetic Perfection di Daniel Graves con All Beauty Destroyed continuano, seppure dopo qualche anno di silenzio, a dominare imperiosamente la scena. Anche qui la qualità è altissima. Quindi, pur non potendovi dare un giudizio oggettivo relativamente alle altre produzioni, state sicuri che il pacchetto conferisce, col suo connubio tra melodie e accelerazioni hellektro, la consueta carica a molla che vi farà andare a cannone per il resto della giornata.  (Leggi tutto)

Ci sono gruppi destinati a suonare più a lungo dei Pooh, non importa chi ci sia dentro. Tipo i TERRORIZER

15 febbraio 2012

Non  starò a rompervi i santissimi postandovi questo pezzo o quest’altro solo per ricordarvi dell’immensa portata di un disco d’esordio come quello che fu proprio della vecchia formazione dei Terrorizer. Sappiate solo che quando dei giovin signori (nessuno) del death metal di lì a venire incontrarono il latino beone (pace alla sua santissima e grindissima anima), vennero fuori decine e decine di bootleg e demo che, tutto sommato, difficilmente avrebbero lasciato presagire uno sviluppo del grindcore come dimostrato in World Downfall. In effetti quel disco fu registrato quando Pintado era già in formazione con i Napalm Death (mi rendo conto che ultimamente non faccio che scrivere di loro… si vede che attendo con trepidazione il loro nuovo disco), l’influenza death metal poteva dirsi ormai incorporata e la band era stata già sciolta e riunita all’uopo, anche se Harmony Corruption (altro disco à la Terrorizer) sarebbe stato rilasciato solo un anno dopo. Chissenefrega, però. Mi sta bene tutto, pure i Morrisound Studios se il risultato è quella roba là.

Tutta questa introduzione per dirvi dell’imminente pubblicazione del nuovo disco dei Terrorizer intitolato Hordes Of Zombies  prevista per il 28 febbraio (quel giorno ci sarà da sborsare l’anima al negozio di dischi).

Nella band non ritroviamo lo stesso organico che aveva reso Darker Days Ahead un disco veramente mediocre, ma una formazione rinnovata almeno per metà, ovviamente escludendo il buon latino bastardo che tanto mi piaceva (rimpiazzato da tale Katina Culture, dai Resistant Culture) ed incluso –notizia bomba- David Vincent, qui al basso, suo strumento principale dopo le sfere Ben Wa. Di Garcia non c’è ombra, ci mancherebbe. E manco di quel fattone con la faccia strana.

Non dico altro, non farò della facile ironia su un’ipotetica trasformazione del combo Grindcore per eccellenza in un ensemble EBM pasticcomane. A voi la parola e alla band, soprattutto, i fatti. Produce Season of Mist. Qui lo streaming di Subterfuge, dal nuovo disco:  (Leggi tutto)

VENOM – Fallen Angels (Spinefarm)

14 febbraio 2012

Nella nostra lotta senza quartiere contro l’hipsterizzazione e l’infighettimento del metallaro moderno, l’uscita di un disco dei Venom costituisce magari non l’arma di distruzione di massa che ci farà vincere la guerra (per quella attendiamo il prossimo Manowar) ma di sicuro un diversivo che consenta di creare scompiglio e disorientamento tra le linee nemiche, dandoci il tempo di organizzare l’attacco finale a colpi di alcol-puttane-satana (sacra trimurti di cui l’act inglese è sempre stato la quintessenza) contro questi sventurati che in vita loro non hanno mai vissuto esperienze come svegliarsi con un grande mal di testa, il proprio vomito sul petto, gli anfibi ancora indosso e di fianco un’ignota entità pluricellulare di sesso femminile che meno male che sta girata dall’altra parte perché non ti ricordi che faccia abbia. Cronos invece queste cose le conosce bene. E gli mancavano. Magari dopo il fallimento della reunion della line-up storica, che aveva fruttato il notevole Cast In Stone e il non ispiratissimo Resurrection (qua però Abaddon se ne era già andato), in qualche modo si era pure sistemato. Con i soldi delle tournée si sarà aperto, che so, un bar a Newcastle o un negozietto di antiquariato. Però, giustamente, un po’ si annoiava. Voleva tornare in giro, tanto per ubriacarsi, fare un po’ di casino e ripassarsi qualche pupa un po’ meno stagionata di lui. Chi siamo noi per impedirglielo? E allora richiama suo fratello Antton dietro le pelli, che tanto quei pezzi dopo qualche lezione li sa suonare anche mia zia, alle sei corde ci mette il postino (non ricordo cosa fosse successo con Mantas ma manco me ne frega più di tanto) ed ecco che nel 2006 esce un album intitolato, colpo di genio, Metal Black, con una copertina che è un incrocio tra l’esordio e quel mitico platter dell’82 che, paradossalmente, battezzò quello che – almeno nella sua accezione ortodossa – è forse il filone dell’heavy metal più distante in assoluto dall’attitudine rock’n'roll (ecco perchè oggidì si contamina con lo shoegaze). Il dischetto è simpatico e viene accolto piuttosto bene da quei puzzoni di noi vecchi fan, che facciamo le cornine e per qualche giorno smettiamo di lavarci e alziamo il gomito ancora più del solito per la maggior gloria di Satana. Del resto Cronos e i suoi nuovi amici – la formazione è cambiata di nuovo: adesso alla chitarra ci sta Coso e alla batteria Quell’altro – vogliono solo sbronzarsi, prenderci a calci in faccia e divertirsi, proprio come trent’anni fa. (Leggi tutto)

blog di donne belle #6

13 febbraio 2012
i fan della rubrica durante il primo raduno annuale

Blog di donne belle, ovvero la rubrica più amata dalle persone perbene, raccoglie alcune delle chiavi di ricerca con cui sventurati soggetti sono andati su google cercando, mettiamo,

ultime tendenze delle infradito

e in qualche modo sono finiti su Metal Skunk. Come già ribadito, è un mondo difficile. Sapete come funziona, quindi direi di partire:

cosa significa se un amica mi sogna e sogna la serranda del mio negozio chiusa?

Non lo so, ma speriamo che la tua amica non sia un’analista di Standard & Poor’s.

 “il più grande inganno del diavolo è aver convinto la gente che non esiste” (Dave Mustaine)

cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta” (Fabrizio Frizzi)

angela merkel da piccola

Per favore ditemi che questa non è una perversione sessuale.

la gente che non beve pensa che si possa risolvere tutto non bevendo

Sarebbe ottimo come slogan per l’associazione Orgoglio Alcolista.

in quali discoteche di roma si spaccia l’anfetamina?

Cerca su Google Maps. Per ulteriori dettagli BETTER CALL SAUL

caparezza salta sul palco

E mai che cade di sotto, mannaggia.

nella sua biografia cosa intende ibra con evil super beach de luxe

Così ad occhio non è una formula magica per vincere la Champions League. Personalmente punto tutto sul campo semantico del vaffanculo.

non ricordo il titolo di una canzone anni 90 c’era una cantante donna con pirsing in bocca

Mi gioco QUALSIASI COSA che stava cercando Joan Osborne – One of us.

la madonna col serpente

Questa ero indeciso se metterla o meno, perché pensavo fosse una bestemmia. Poi sono andato a controllare e pare che la Madonna col serpente sia una rappresentazione religiosa con una tradizione abbastanza solida alle spalle. Del resto se esistono cose tipo IL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL GAZZO non vedo perché non debba esistere pure la Madonna col serpente. Tra l’altro il suddetto SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL GAZZO si trova sulla cima di un monte (il MONTE GAZZO), cosa che lo rende decisamente epico e maligno.

il MONTE GAZZO

cristo alla colonna

Anche qui ci sono forti dubbi sulle intenzioni del ricercante: blasfemia o puro interesse artistico? Io me lo chiedo sempre, anche perché qua arriva pure gente che cerca

secondo me cristo è un p*rco

Asterisco mio. Ma, a parte gli amanti dell’arte figurativa e gli empi senza dio, ci sono anche quelli che sono mossi dalla ricerca della Fede, che, come ognuno sa, pone incessantemente dubbi e domande all’uomo timorato. Come comportarsi in determinate situazioni? Cosa è giusto e cosa non lo è? Sto commettendo peccato se compio una specifica azione? Da qui giunge la curiosità di conoscere il rapporto tra

la madonna e marijuana

Perché un conto è la legge secolare, un conto è la legge di Dio. E se la legge di Dio dovessere per caso permettere qualcosa, come potrebbe mai lo Stato impedirlo? Quindi meglio togliersi lo scrupolo di sapere, non si sa mai.  (Leggi tutto)

La finestra sul porcile: La Cosa (2011)

12 febbraio 2012

La cosa di John Carpenter è senza alcun dubbio il miglior remake di un film tratto da un libro uscito negli anni ottanta. A margine è anche il miglior film di Carpenter (più o meno alla pari con Il seme della follia) nonché uno di quei dieci film da salvare in caso di naufragio su un’isola deserta dotata di corrente elettrica e lettori dvd. Per questa, e per mille altre ragioni, la sola idea che a qualcuno potesse venire in mente di rimettere le mani su quel capolavoro ha suscitato in me le stesse reazioni della popolazione iraniana dopo l’uscita di Fitna.

Anche qui c’entrano gli olandesi, visto che la nuova Cosa è opera di tale Matthijs van Heijningen junior, uno che non solo ha a malapena due righe di pagina su Wikipedia e un impietoso curriculum su imdb, ma ha addirittura un padre col suo stesso nome. Senza addentrarci in giudizi di merito sullo stato dell’arte del cinema horror olandese (praticamente iniziato e finito con Amsterdamned, e ho detto tutto), la sola idea che un tizio, semisconosciuto anche in un paese dove i registi di genere si contano sulle dita di una mano dei Simpson, possa mettersi a dirigere un remake di quel film mi fa rabbrividire, davvero. Ma ormai la frittata è fatta, anche se in Italia non è ancora ben chiaro se uscirà al cinema, direttamente in dvd oppure non uscirà proprio, e siccome dalle uova si capisce molto della personalità di una persona, come ci insegna In The Market, sarà il caso di capire come tutto ciò sia stato possibile.

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Les Discrets: il video che annuncia l’uscita del nuovo album

11 febbraio 2012

Lo so che questa roba interessa solo me e pochi eletti tra voi, o fedeli seguaci del nobile blackgaze, ma mi ostinerò fino alla fine a proporvi queste bellissime “tarantelle francesi”, come qualcuno ebbe l’ardire a definirle. Fursy Teyssier, oltre che dirigere i superni Amesoeurs, oltre ad aver disegnato la maggior parte delle copertine più belle viste negli ultimi anni (un nome a caso Alcest, ma anche quella della stupenda raccolta Whom The Moon A Nightsong Sings), oltre ad aver diretto e realizzato questo video per gli Old Silver Key con la tecnica del 2D cut-out puppet animation (non chiedetemi come funziona) è pronto per dare alle stampe un altro saggio di arte musicale franciosa: Ariettes Oubliées… Speriamo che le promesse e le premesse siano promosse nei fatti.

ps. per la cronaca Fursy ha disegnato anche la copertina dell’album di remixes di Illud Divinum Insanus, con quasi assoluta certezza l’unica cosa riuscita negli ultimi tempi ai Morbid Angel. Mi riferisco alla copertina ovviamente. (Charles)

Soundtrack to the apocalypse (per così dire)

10 febbraio 2012

- C’è nessuno qui? Ehi, svedesi!
- Non sono svedesi Mac, sono norvegesi…
(MacReady, Copper – La Cosa)

Tornerà un altro inverno
Cadranno mille petali di rose
La neve coprirà tutte le cose
E forse un po’ di pace tornerà.
(Bruno Martino – Estate)

- Preso contatto con qualcuno?
- ‘Preso contatto con qualcuno’? Abbiamo il nulla per mille miglia intorno amico, e le cose continueranno a peggiorare non certo a migliorare, purtroppo!
(Garry, Windows – La Cosa)

Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror.
Example? Winter always comes too soon. This year was the worst I can remember, except when I was five years old. Pushed open the front door, got lost in the snow.
(Bob Mould, dalle note di copertina di Warehouse: Songs and Stories)

Fa freddo. Fa molto freddo. E la neve, anche. Tempeste di neve che in Siberia al confronto si sta in crociera. Manca solo un adeguato accompagnamento musicale. A quello provvediamo noi: ecco dieci dischi da ascoltare soprattutto in questo periodo, perché il freddo è uno stato della mente ma quando fuori fa meno venti gradi aiuta.

KATATONIA – Brave Murder Day
D’inverno si soffre meglio, e Brave Murder Day in questo è il più funzionale: un disco da tirare fuori assieme ai maglioni in naftalina appena arrivano i primi freddi, lacerante come geloni sulla carne fresca, ottundente come il torpore che precede l’assideramento, è il capolavoro irripetuto di una band che ha saputo essere immensa nel declinare in musica le diverse sfumature del ghiaccio. Funziona uguale anche a ferragosto, ma con le attuali congiunture climatiche è la colonna sonora migliore che si possa desiderare.

UNHOLYRapture
Il freddo è la distanza tra questo corpo fatto di carne e sangue e la morte, Rapture un tramite tra i più incisivi e temibili di sempre. È come sperimentare l’agonia, una riproduzione virtuale del momento in cui il corpo si raffredda dopo avere esalato l’ultimo alito di vita, però da svegli. Dischi come questo sono un’arma capace di mandare in briciole il sistema nervoso; pubblicarlo è stato un folle atto di devozione, subirlo dall’inizio alla fine ancora oggi puro masochismo. Chi vuol morire lentamente?

IMMORTAL – Blizzard Beasts
O svegliarsi un giorno a Capo Nord. Non so se è il loro disco migliore (a me comunque piace moltissimo), di sicuro è quello che più rende l’idea di FREDDO, a partire dal titolo e da pezzi come Nebular ravens winter, Suns that sank below, Mountains of might, Winter of the ages, Frostdemonstorm: basta la parola. È anche il più veloce e caotico, come se registrarlo così sia stata una scelta obbligata, del tipo continuare a muoversi o morire congelati (o almeno così mi è sempre piaciuto immaginarlo). Boreale.

DARKTHRONE – Transylvanian Hunger
Già sai com’è qui. Roba che porterebbe il permafrost anche alle Bahamas. Come dire che il giorno di Natale cade il 25 dicembre: banalone, ma inevitabile.

MISERY LOVES CO. – Not Like Them
Scaglie di ghiaccio cibernetico, il suono di una metropoli del futuro immersa nella neve quando sognare futuri lontani era ancora un esercizio praticabile (l’anno era il 1997). Il concetto di “freddo” applicato all’industrial metal in una maniera che nemmeno i Godflesh: loro ti trituravano il cuore, ma questi erano capaci di abbassare istantaneamente di quaranta gradi la temperatura della stanza. (Leggi tutto)

Colate di miele #1

9 febbraio 2012

Sono pienamente consapevole del fatto che mi sto rivolgendo, fondamentalmente, ad una platea di assatanati death, thrash e black metallers. Ma siccome su Metal Skunk facciamo un po’ come cazzo ci pare, beccatevi una rubrica sull’hard rock più mieloso e melodico. Chissà che pure voi, amici delle foreste innevate e profanatori di tombe, non capiate che le tastiere non servono soltanto a creare gelide atmosfere ma che ogni tanto un tocco di stucchevolezza nella vita ci vuole. Aor e melodic saranno dunque le parole d’ordine dello spazio che qua si inaugura, voluto anche dal buon Ciccio (“ti prego, qua sono tutti blackster!”). Non che lui si lecchi i baffi quando sente parlare di roba come White Lion e Night Ranger, però posso capire la voglia di inserire una rubrica diversa una volta ogni tanto. E quindi mi auguro che vi piaccia o che almeno la troviate un minimo interessante. Partiamo, dunque, per questo meraviglioso viaggio nel mondo delle tamarrerie melodiche che più tamarre non si può… Ovvero, inguardabili petti villosi che si intravedono dietro camicie di pizzo, virtuosismi vari e, diciamolo pure, una certa classe. Cercheremo quindi di fare un sunto di alcune delle uscite più interessanti del 2011…

Partiamo dai veterani. Ovvero JOURNEY e NIGHT RANGER. Come si dice in questi casi? Alive and kickin’? Hell yes! La band di San Francisco, dopo la sostituzione del leggendario Steve Perry, rimpiazzato al microfono dall’ex Tyketto Steve Augeri nel 1998, a sua volta sostituito nel 2007 da Arnel Pineda, non ne vuol sapere di andare in pensione. Anzi, continua ad ingranare a più non posso. Devo ammettere che, pur apprezzando questo genere, non sono mai stato un grandissimo fan dei Journey, però Steve Perry era un grande cantante. Eppure Pineda, con un timbro non dissimile da quello del suo illustre predecessore, ha finora svolto il proprio ruolo in maniera ultra-professionale. E questo Eclipse non è affatto male. I loro suoni si sono ulteriormente induriti rispetto al passato, e alcuni pezzi sono piuttosto heavy. Chain of Love ad esempio. Passiamo ad una band che invece ho sempre amato molto, almeno per quanto riguarda i loro primi tre album, prima che intraprendessero la svolta iper-commerciale e fossero chiamati per la colonna sonora de Il segreto del mio successo, con protagonista l’irritante yuppie Michael J. Fox. L’album in questione era Big Life (1987). Stiamo parlando dei Night Ranger, ovviamente. (Leggi tutto)

L’apice assoluto del gay metal (still not gay as Twilight)

8 febbraio 2012

I vincitori sono ancora i FREEDOM CALL, che battono il precedente record detenuto da loro stessi grazie a Farewell, di ormai undici anni fa. Hero On Video è il singolo scelto per rappresentare Land Of The Crimson Dawn, album dal titolo ottenuto grazie a un generatore automatico di titoli power metal e che uscirà a fine febbraio. Ora sto parlando seriamente: che vi piacciano o meno i Freedom Call, guardate questo video. Perché non vedrete mai nulla di simile. Tra video, canzone e testo (bang bang, who is the bad boy? bang bang, who’s gonna get that gun? bang bang for a big time? Ma seriamente?) non c’è NULLA che non faccia pensare a qualcosa concepita appositamente per il mercato di omosessuali.

Rimane ovviamente il fatto che ogni volta che li insultate un piccolo micino viene decapitato. Quindi occhio a come commentate e se proprio volete ripulirvi il cervello da tutto sto zucchero usate questa. Funziona.

NECRONOMICON – Invictus (Massacre)

8 febbraio 2012

Autori di una terrificante tripletta nel giro di tre anni nel corso dei famigerati eighties, ovvero il debutto omonimo, il successivo Apocalyptic Nightmare ed Escalation, ecco tornare tra i vivi i mangiacrauti Necronomicon, teteschi che più teteschi non si può. Già su Escalation avevano un po’ (ma solo un po’) snaturato il loro bestiale suono teutonico, con l’intento di renderlo un tantinello più appetibile grazie all’introduzione di qualche coro e di un certo mosheggiare e riffare exodusiano e overkilleggiante, esattamente come avrebbero fatto poi anche i connazionali Destruction (sempre del Baden-Ruttenberg, per la cronaca) con Cracked Brain. Oggi i nostri sembrano voler urlare ai quattro venti: “Ehi, avete sentito come siamo migliorati? Adesso sappiamo suonare!”. E infatti ci propinano qualche riffino power-heavy in stile crucco qua e là, condito da melodie che proprio non si confanno a questo combo che è sempre stato riconosciuto come il più ignorante tra gli ignoranti (in senso buono, ovviamente). Ogni tanto non disdegnano neanche qualche ritornellino furbetto e facilone, mandando a farsi benedire la bestialità che è sempre stata il loro marchio di fabbrica, e che, diciamolo, faceva pure tenerezza. (Leggi tutto)

Skunk Jukebox: the all star edition

7 febbraio 2012

Pensavo fosse una mia perversione, invece The Hunter, il disco della svolta rock’n'roll dei Mastodon, ha riscosso consensi insperati anche tra i colleghi di blog più insospettabili (tra cui un blackster tutto d’un pezzo come Matteo Ferri), tanto che se a fine anno avessimo stilato una top 15 ciascuno (non che non abbia provato a convincere gli altri a farlo) molto probabilmente sarebbe riuscito a piazzarsi nella classifica finale. Trasformandosi, di fatto, in un gruppo simil-stoner e mantenendo comunque il sound ricercato e sfaccettato che la ha sempre contraddistinta, la formazione di Atlanta si è scrollata brutalmente di dosso quella pericolosa aura intellettualoide che avrebbe rischiato di renderli simbolo di tutto quello che non va nella scena heavy metal attuale. Per ribadire il concetto ci spariamo il nuovo video girato dal loro amico artista Tim Biskup per Dry Bone Valley. Non è nemmeno lontanamente fico come quello di Curl Of The Burl ma è strafattone al punto giusto. Enjoy:

Un altro album sul quale, a distanza di mesi, confermo le ottime impressioni iniziali è Worship Music, l’insperata resurrezione degli Anthrax. Se penso alla sprezzante sufficienza con il quale ne avevo accolto le anteprime, brani che poi avrei ascoltato in modo compulsivo, mi sento una merda. Il recente video ufficiale di The Devil You Know non è sto granché ma, anche qua, è per ribadire il concetto: (Leggi tutto)

Tre uscite natalizie da ascoltare davanti al pupazzo di neve

6 febbraio 2012

Lo so che Natale è passato e che tutto ciò è very unprofessional, ma qui a Metal Skunk ci prendiamo i nostri tempi, in aperta ribellione contro il logorio della vita moderna; e soprattutto io sono molto lento a scrivere e ancor più soprattutto non mi dovete rompere i coglioni. Di seguito tre uscite a sfondo natalizio rilasciate nello scorso Natale: Black Label Society, Austrian Death Machine e Korpiklaani.

I BLACK LABEL SOCIETY hanno fatto uscire Glorious Christmas Songs That Will Make Your Black Label Heart Feel Good, in vendita esclusivamente su iTunes Store alla modica cifra di 3 dollari circa. Ci sono tre canzoncine tradizionali di Natale risuonate da Zakk Wylde insieme al fido Nick Catanese. I pezzi sono interamente strumentali: ci sono solo le chitarre, la tastiera e il pianoforte. Sono un po’ una lagna, anzi decisamente una lagna; e danno tutta l’impressione di essere stati ideati e realizzati durante un hangover preso male; cosa che probabilmente è stata. Non c’è neanche una sessione ritmica: solo chitarre e tastiere (e pianoforte). Però potrebbe avere il suo perché durante una di quelle cene in periodo natalizio, non quelle con la famiglia ovviamente, in cui si beve troppo e ti piglia a male. Questa però è solo un’ipotesi, perché potrebbe pure essere che sto disco è effettivamente una lagna e basta.

hangover natalizio preso male

Suppongo conosciate gli AUSTRIAN DEATH MACHINE. Sono una one-man band del tizio degli As I Lay Dying, e suonano una specie di thrashcore/deathcore concettualmente e liricamente incentrato su Arnold Schwarzenegger. I titoli riecheggiano frasi famose dei suoi film, i testi parlano dei suoi film, così come sono presenti svariate campionature dei suoi film, e occasionalmente pure un tizio che lo imita. Siccome Arnold Schwarzenegger spacca il culo anche a tua sorella, fighetto che leggi e non sei d’accordo scotendo la testa con fare sardonico, da ciò ne deriva che a noi gli Austrian Death Machine piacciono un casino anche se musicalmente non sono proprio la nostra tazza di tè. A Natale se ne sono usciti con Jingle All The Way, ep di tre pezzi disponibile o in formato digitale o in 7’’ con tiratura grim & frostbitten di 500 copie. Dentro ci sono due inediti: I’m Not A Pervert e It’s Turbo Time. Se non li conoscete, conosceteli. (Leggi tutto)

Nemo propheta in patria: intervista a Sonya Scarlet (Theatres des Vampires)

5 febbraio 2012

Arrivo al Qube (per gli amici er Chiubbe) in anticipo perché stasera avrò un incontro ravvicinato con i Theatres des Vampires. Temo per il mio collo e dunque mi presento con una vistosa sciarpa. Un po’ mi tranquillizza il fatto che all’ingresso il tipo alla porta mi avesse scambiato per “quello della sicurezza”, infondendomi un insperato coraggio. Entro nell’antro buio ove risiedono i vampiri e li trovo industriosamente impegnati nell’arte del circuire la preda prima dello sgozzamento. Non dirò di quale preda si trattasse perché la vostra immaginazione farà sicuramente il resto. Insomma, interrompere 5 vampiri famelici che si approntano a cenare è un casino dunque cerco di andare subito al sodo.

Dal precedente album Anima Noir, impostato su elettronica e suoni industrial, un ritorno a goth tradizionale con Moonlight Waltz.
Sonya: Penso che nell’evoluzione di ogni band sia naturale non rimanere sempre delle stesse idee. Sperimentare fa parte delle cose della vita. Anima Noir ha rappresentato un progetto sperimentale che sentivamo di dover fare. Avevamo usato molta elettronica e sinth perché volevamo dare un impatto moderno al disco per superare determinati cliché legati alla nostra immagine. In AN si sentono comunque le radici da cui proveniamo. Moonlight Waltz è stato invece un parziale ritorno alle atmosfere gotiche. Come amo definirlo: la colonna sonora del tuo peggior incubo. Sono presenti molte orchestrazioni, poi abbiamo una violinista bravissima, ma nel complesso credo che la band sia più matura, il sound più deciso e convincente.

Già speravo in una svolta EBM. In quel caso però dovreste mandare in pensione il vostro chitarrista.
(lei ride mentre il Stephan, il chitarrista, fa una palese smorfia di disappunto) Sonya: Guarda io adoro l’EBM e l’elettronica in generale, ma è chiaro che lui non possa essere d’accordo. L’idea che volevamo portare avanti con MW era proprio quella di dare un impatto più diretto e chiudere la parentesi di AN. Una bella parentesi comunque.

funeste presenze

Confermo. Infatti il pezzo che ho preferito dall’ultimo album è Sangue, uno dei brani in cui l’elettronica la fa ancora da padrone. Potrebbe essere il vostro nuovo cavallo di battaglia?
Sonya: Si, infatti. Volevamo ricreare un brano che avesse lo stesso immediato impatto di La Danse Macabre Du Vampire, un brano questo che ci accompagna sempre in ogni concerto. Quindi con Sangue si voleva perseguire lo stesso obiettivo: essere catchy e, essendo meno orchestrale degli altri pezzi, il più diretto possibile.

Il black metal è stato già da tempo messo da parte.
Sonya: È vero ma io credo che, pur essendo una parte importante del nostro bagaglio cultural-musicale, noi non siamo mai stati un gruppo BM, nonostante l’etichetta ci fosse stata affibbiata dalle riviste di settore. Sai com’è, bisogna dare una categoria a tutti i costi. Ma eravamo noi i primi a dire di non essere un gruppo BM e di non voler fare BM.  (Leggi tutto)

Reunion Black Sabbath: Bill non parteciperà (porca puttana)

4 febbraio 2012

Insomma, ad un certo punto vien fuori quasi del nulla che i Sabs decidono di riunirsi. Gente che salta dalla sedia, metallari quarantenni che si vomitano addosso, anziani biker che iniziano a parlare oscure lingue precolombiane al contrario, giovani metallari con la tremarella, doomster che si cacano a letto dalla felicità tra una pera e l’altra.

Non si scherza con i brummies. Come diceva Barney dei Napalm Death ci dev’essere qualcosa nell’acqua di Birmingham se questa città ha prodotto grupponi come il suo, appunto, ma anche Carcass, Judas Priest.

E Black Sabbath.

Qui la notizia della reunion. Qui, purtroppo, la notiziaccia della malattia di Tony. Ed ora -strano come si accanisce il destino- una notizia riguardante Bill Ward, storico batterista dei Sabs nonché icona imperitura del basso profilo di tutta un generazione di batteristi metal. Sembra confermato che Bill non parteciperà alla reunion della band, anzi copio proprio il post della band diffuso via Facebook (lo dicevo che rovina le famiglie):

We were saddened to hear yesterday via Facebook that Bill declined publicly to participate in our current Black Sabbath plans…we have no choice but to continue recording without him although our door is always open… We are still in the UK with Tony. Writing and recording the new album and on a roll… See you at Download!!!
- Tony, Ozzy and Geezer

Le ragioni sembrerebbero stare in un fantomatico unsignable contract. (Leggi tutto)

Ascoltare gli Autopsy, leggerne i testi e toccarsi i gioielli

3 febbraio 2012

A noi di Metal Skunk il nuovo degli Autopsy ci è piaciuto un bel po’. Non che all’inizio fossi del tutto convinto del risultato, ma quel Macabre Eternal mi aveva fatto un certo effetto. Insomma, almeno il fattore nostalgia potevo capire rientrasse nella girandola di sensazioni comunicate dal disco, quello che non sopportavo era proprio l’idea che il mondo va avanti, le band death metal si trasformano in tritacarne melodici e Chris Reifert ancora non ha imparato a cantare come si deve. O a suonare la batteria decentemente, che è un must per chi fa quel genere. Ma agli Autopsy si perdona tutto (e si è perdonato tutto) quando ci si ricorda di pezzi scuoia-cotenne come Twisted Mass Of Burnt Decay.

Che poi, una volta per tutte, chiariamo come possa nascere da una grande band che tira fuori un disco come Mental Funeral la disillusione associata alla classicissima pubblicazione del disco-scoreggia di turno. Semplice: tu hai delle chitarre lente e sabbathiane (sempre le stesse), batteria minchiona e polverosa, voce del cazzo e groove addirittura pre-death. Fai due dischi eccelsi e poi quella loffia sciroppata di Acts of the cazz o come diavolo si chiama, che è la stessa cosa (e cioè chitarre sempre uguali batteria sempre uguale voce sempre uguale) solo suonata senza mordente e dopo una pera di eroina. Musica per dementi, ma davvero. Così descriverei eventualmente anche i pessimi Abscess(Leggi tutto)

Il nuovo disco di Anneke van Giersbergen e un lamento all’amor perduto

2 febbraio 2012

Anneke cara. Io sono stato innamorato di te. Intendo innamorato davvero, in modo adolescenziale; mi volevo fidanzare con te. Ascoltai per la prima volta la tua voce quando comprai il singolo di Kevin’s Telescope, era un freddo autunno dell’anno 1997 e io neanche ti avevo vista e già ero innamorato di te. Non mi serviva vederti per amarti, capisci? La tua voce era la cosa più bella che fosse mai giunta al mio orecchio, anche più di Back From The Dead degli Obituary, col quale in quel periodo stavo proprio sotto. Non c’erano foto in quel booklet, sulle riviste non ti avevo mai vista e internet ancora non stava a calendario; e così non potevo conoscere il volto della persona cui anelavo. Comprai Nighttime Birds, e neanche lì c’erano tue foto. Presi Mandylion, ma evidentemente la mia innamorata era troppo pudica e superna per mostrarsi volgarmente al pubblico. Poi basta, perché altri dischi non ne avevi ancora fatti.

E insomma, Anneke, a un certo punto ti vidi. Non ricordo dove, come né quando, ma ti vidi. E soprattutto ti vidi in questo video:

Ca va sans dire. Immaginavo di correre felice con te nella verde campagna, Anneke, con indosso vesti bianche, e ridevamo felici e mangiavamo le bruschette mentre tu mi canticchiavi The May Song intrecciando ramoscelli di salice. Avremmo costruito una capanna vicino ad un ruscello, e io avrei mietuto il grano per te e tu mi avresti fatto il pane e così saremmo andati avanti fino a che non fossimo stati seppelliti l’uno vicino all’altro, sotto l’albero dove ci eravamo incontrati.

Considerando che a quell’età si fanno cose di cui non sempre si andrà fieri, e che in America c’è gente che finisce a spacciare eroina ai compagni di classe o a sparare con un fucile a pompa al bidello, ammetterai che l’essere stato innamorato di te non è un peccato adolescenziale così grave. Quando poi ho scoperto che tanta altra gente aveva provato gli stessi miei sentimenti, ci sono rimasto un po’ male. Alcuni parlavano di te con lascivia, Anneke, come se tu fossi una popstar ancheggiante da quattro soldi e non un essere di puro spirito, innocente come un piccolo usignolo che pigola nel nido esposto alle intemperie.

Ma la vita è una puttana, Anneke. Avevi qualche anno più di me, e sei cresciuta prima di me. Ti ho vista farti i dreadlocks, tagliarti i capelli corti, colorarteli fuxia, ho sentito la tua voce cambiare e il fuoco dentro di essa svanire piano piano. E poi dai, i tuoi gusti musicali. Va bene, non sei metallara; è stato un brutto colpo, ma l’ho accettato. Ti piacevano i Radiohead di Ok Computer, e va bene, piacevano anche a me. Ti piaceva Perdition City degli Ulver, e va bene, non potevo pretendere che a una non-metallara piacesse Bergtatt. Ma Prince? Madonna? Come li giustifichiamo? Come si può giustificare Madonna? Questo non andava bene, Anneke. Madonna mostrava le pudenda alla televisione. Tu non avresti  dovuto essere neanche a conoscenza del concetto della cosa. La tua mente era troppo innocente per conoscere un tale abominio. E invece ti piaceva; era la tua cantante preferita. Questo come si giustificava, Anneke?  (Leggi tutto)

Angela Gossow è una fattona (un appello a Mario Monti)

1 febbraio 2012
Qua ha appena scoperto che Michael Amott le ha finito la scorta di Orange Bud

A me degli Arch Enemy non è mai fregato più di tanto, manco quando c’era ancora Johan Liiva. All’epoca si stava più o meno tutti di sotto con il death svedese e ascoltavamo anche le band più sfigate e improbabili che suonassero tale genere. Charles e Roberto mi facevano tutto il giorno due palle così con Stigmata e Burning Bridges che, a detta loro, erano dei disconi imperdibili. A me sono sempre sembrati carini ma niente di che. Poi Michael Amott, che per me continua ad essere l’ex secondo chitarrista dei Carcass, buttò fuori il povero Johan sostituendolo con la sua nuova fidanzata crucca. In quel momento persi totalmente interesse per la band svedese, diventata in tutto e per tutto la quintessenza del gruppo per ragazzini. Niente di male, per carità. Però io ragazzino non lo sono più da un pezzo. Come disse Morrissey a proposito dei The Darkness, gli Arch Enemy non mi offendono ma non sono la mia tazza di tè. E invece mo’ ci tocca rivalutare pure loro, almeno dal punto di vista della statura morale. Leggo infatti su Rocksalt un‘intervista dove Angela Gossow discorre amabilmente della sua passione per la marijuana e si schiera con teutonica risolutezza a favore della sua legalizzazione.

Parlando dei Judas Priest, la vezzosa urlatrice si lascia sfuggire che Defenders Of The Faith e Painkiller sono il genere di album che ama ascoltare a casa il pomeriggio da sballata (restando sui classici, uno in teoria dovrebbe trovarsi più a suo agio con Master Of Reality o Led Zeppelin III ma de gustibus…) al che l’intervistatore prende la palla al balzo e le chiede di approfondire l’argomento. Apprendiamo così che Angela se la cresce in giardino per conto suo, che usa un vaporizzatore perché asmatica e che il tema della legalizzazione della marijuana fa parte dell’”agenda politica” del nuovo album Khaos Legions (attenzione, scopriamo che i dischi degli Arch Enemy hanno pure un’agenda politica: ma quanto li avevamo presi sottogamba?). Io sono andato subito a leggermi i testi ma non ho trovato alcun riferimento esplicito. Poi magari nell’edizione limitata ci sono dei volantini informativi, che ne so.

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BLIND GUARDIAN – Memories Of A Time To Come (Nuclear Blast)

31 gennaio 2012

Memories Of A Time To Come sta ai Blind Guardian attuali come Forgotten Tales stava ai BG di quindici anni fa. Un parallelo impietoso, dato che quello uscì dopo Imaginations From The Other Side, cioè esattamente un attimo prima che la loro parabola (se non creativa, quantomeno qualitativa) principiasse, lentamente ma inesorabilmente, a scendere. Era un tempo in cui i Blind Guardian erano ancora i Blind Guardian, in cui stavano costruendo la propria storia, ed erano ancora in condizione di cambiarne il corso compiendo delle scelte. Adesso non più; e quando vanno a toccare il proprio passato, lo fanno dall’esterno.

Perché? Perché continueranno anche a fare dei dischi gradevoli, ma concettualmente sono un gruppo finito, bollito, dei dinosauri che non esistono più nel senso in cui esistevano quindici anni fa, senza iniziativa a livello strutturale, senza non dico la forza per cambiare, ma neanche la capacità di rimanere sé stessi. Ciò che rimane è una coazione a ripetere nella disperata e insieme rassegnata speranza di replicare qualche riflesso dell’antica scintilla. A volte, sempre più raramente, ci riescono; ma vederli arrancare così mette davvero parecchia tristezza addosso. I Blind Guardian hanno ceduto le armi, diventando uno dei tanti gruppi dello scintillante e adolescenziale roster Nuclear Blast. Rinvio alla mia recensione di At The Edge Of Time non tanto per il mio scritto quando per il meraviglioso commento del lettore Eugenio sul discorso delle copertine come simbolo del declino artistico della band; perché non saprei dire di meglio di quanto abbia fatto lui in poche righe.

Per tutti questi motivi, il remixing dei vecchi pezzi puzza di blasfemia, come se Michelangelo a ottant’anni e in piena demenza senile avesse preso una scala e si fosse messo a ritoccare la Cappella Sistina. Il sentimento generale non sarebbe stato “Ma sì, certo qualcosa si potrà anche migliorare, gli strumenti moderni, le ombreggiature più sfumate, qualche personaggio troppo realistico, si può rinfrescare il tutto, e poi è suo diritto, in  fondo l’ha dipinta lui, appartiene a lui, chi siamo noi per questionare”; sarebbe stato più una cosa tipo OU GUARDA QUELLO CHE CAZZO STA FACENDO FERMALO FERMALO FERMALO. Qua il remixing è pesante, tanto che certi pezzi ne escono completamente stravolti. Il fatto è che ogni disco dei Blind Guardian, almeno fino a A Night At The Opera, fa storia a sé; prendere dei pezzi a caso e farne un restyling vuol dire appiattirli, decontestualizzarli, e quel che è peggio farlo secondo il criterio dei BG di adesso, che come detto sopra non hanno nulla a che vedere con quelli di dieci, quindici, venti anni fa.  (Leggi tutto)

Ciao Mark

30 gennaio 2012
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Qual è il primo nome che salta in testa se dico “heavy metal”? A parte “Black Sabbath”, ai quali si può ricondurre qualsiasi band appartenente a qualsiasi sotto-genere, credo che molti di voi risponderebbero “Iron Maiden”… O forse “Motorhead”? L’immaginario metallaro, anche per chi non lo bazzica, è legatissimo a Eddie The Head o al teschietto zannuto di Lemmy e soci. Perché tutto ciò? Semplice: tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta furono loro a emergere dalle ceneri del punk e a suonare un nuovo tipo di musica che i genitori e i nonni odiavano, se possibile, anche più delle teste crestate. Raccolsero l’eredità di gente che li aveva indirizzati sulla giusta via. Gente come Thin Lizzy, Budgie, UFO o Rainbow. Tutto ciò avveniva nella perfida Albione. E in America? Qualcosa si muoveva già da tempo nel settore del rock duro. I Kiss avevano all’attivo per lo meno cinque o sei album. E i Van Halen stavano nascendo. Il loro hard rock da grandi arene era in grado di soddisfare la voglia di divertimento dei teenager americani. Bere e accoppiarsi a ritmo di hard rock. E il metal? Chi poteva essere l’alter ego americano di Motorhead o Maiden? Forse i Riot, una band di New York City fondata nel 1976 da un ragazzo italo-americano di nome Mark Reale. (Leggi tutto)

MURDER IN THE FRONT ROW: Shots from the Bay Area

29 gennaio 2012

Ben prima che  che diventasse il modello socio-economico-ecologico che è oggi e che i suoi abitanti iniziassero ad annusare le proprie scoregge compiaciuti, e molti anni dopo la fine dell’estate dell’amore e degli indiani metropolitani, di Janis Joplin e tutta quell’altra gente là, in un felice decennio compreso più o meno tra il 1981 ed il 1991, la città di San Francisco godeva di una pessima fama. Almeno musicalmente. Abbandonati i ponchos e le piume indiane, i pantaloni a zampa e le pitture facciali, ecco che i giovani iniziavano a ricoprirsi di cartucciere e giubbottacci di pelle borchiati. La loro musica non vaneggiava più di LSD o di pace nel mondo, al contrario… Solo alcol, Satana e violenza urbana.

Poi avvenne che, come già successe per i Metallica, altri quattro ragazzi di Los Angeles si trasferirono in quel di Frisco per cercare di sfuggire alle lacche per capelli e le giarrettiere rosa che ormai impazzavano per le strade della città degli angeli. Questi quattro figuri si presentarono alla loro prima gig nella Bay Area truccati e pitturati, ma chissà perché, quella fu l’ultima volta che si presentarono on stage col cerone. Sì, perché perfino gli Slayer non si erano inizialmente ben resi conto di quale fosse la realtà che dominava in città a quel tempo. Niente cazzate glamour. Solo pelle, toppe, vestiti stracciati e capelli lunghi, possibilmente sporchi. Al momento in cui si trasferirono nella città californiana avevano appena mollato le cover dei Judas Priest e iniziavano a fare sul serio. Furono notati da mr. Metal Blade, Brian Slagel, che li volle nel terzo episodio della mitica compilation Metal Massacre con la loro Aggressive Perfector. Tutto ciò è documentato nel libro Murder in The Front Row (mai titolo fu più azzeccato), succulento volumone fotografico a colori e in bianco e nero che ci riporta ai giorni migliori, quelli in cui Robb Flynn ancora non ci scassava le palle con i suoi Machine Head, per intenderci, ma militava ancora nei Vio-lence, autori di quel capolavoro che risponde al nome di Eternal Nightmare. (Leggi tutto)

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