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Avere vent’anni: RAGE – Black In Mind

28 maggio 2015

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Ho scoperto i Rage vent’anni fa con questo disco e ci sono andato fuori di testa. Che anno il 1995, signori miei. Rage, Gamma Ray, Iced Earth, giusto per nominare alcuni gruppi tutti usciti con dischi della Madonna che o hanno fatto epoca o poco ci manca. Come nel caso di questo Black In Mind, che magari epoca proprio non l’avrà fatta ma appunto poco ci manca. Pensate, tanto mi piacque questo disco che da lì ricostruii a ritroso tutta la discografia di Peavy Wagner e compagnia, i quali, pur avendo appena passato il periodo d’oro della formazione a tre con quell’altro mezzo genio di Manni Schimdt alla chitarra (culminato con The Missing Link), all’epoca erano ancora in pieno stato di grazia, oltre che freschi dell’ingresso in formazione di Sven Fischer e Spiros Efhtimiadis (fratello del batterista Chris) a sostituire il mezzo genio di cui sopra.

Ed erano tanto ispirati che tirarono fuori un capolavoro incredibile di potenza e melodia che a distanza di vent’anni suona fresco, attuale e potentissimo come ieri. Peraltro è piuttosto incredibile come un disco di quattro lustri fa si senta meglio di quelli odierni, e parlo proprio di produzione, di bontà del suono, non di qualità intrinseca dei pezzi; ed infatti la produzione degli ultimi dischi dei Rage è firmata, come nel caso dei Blind Guardian e degli Helloween tanto per nominarne un paio, da Charlie Bauerfiend, giusto per confermare la tesi secondo la quale a ‘sto stronzo dovrebbe essere vietato per legge di avvicinarsi a meno di cento chilometri da un qualsiasi studio di registrazione (o vedersi tagliate mani e orecchie, alternativamente).  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: NAGLFAR – Vittra

27 maggio 2015

Quando ho visto che sulla lista dei dischi usciti nel maggio 1995 c’era anche Vittra ho pensato che avrei proprio dovuto scrivere qualcosa. Sembra brutto dire perché questo disco se lo merita, dato che di sicuro un capolavoro del genere non ha alcun bisogno che io ne scriva due cazzate a supporto; però, per qualche imperscrutabile motivo, questo album non ha mai ottenuto la considerazione che merita, venendo relegato più che altro nell’infame definizione di disco di culto che, alla fine, ha finito per nuocergli.

Non si può dire che Vittra sia stato un fulmine a ciel sereno, sia perché raramente in musica qualcosa esce fuori dal nulla sia perché nella Svezia dei primi anni novanta le condizioni affinché un disco del genere potesse uscire c’erano eccome. Però, una volta uscito, questo disco ha cambiato per sempre il modo di intendere il black metal, o quantomeno ha spostato i confini che a quest’ultimo si era soliti dare. In questo senso Vittra può essere paragonato a The Somberlain: due dischi usciti fuori chissà come, e da chissà dove, e che hanno colpito il mondo della musica estrema europea come uno schiaffo in piena faccia.

Con questo disco il concetto di black metal melodico assume una forma concreta. Certo c’erano stati tentativi analoghi prima del 1995, ma niente che incarnasse letteralmente quella definizione. Vittra ha così tanti spunti da essere diventato uno degli album più influenti della scena estrema di metà anni novanta, anche se da un certo punto di vista è un tipico disco di metal estremo svedese di quegli anni, con tanto di breve intermezzo strumentale a metà scaletta e pezzi particolarmente ‘forti’ in apertura e chiusura (As the Twilight Gave Birth to the Night ed Exalted Above Thrones); e le stesse influenze maideniane si collocano benissimo in quel contesto, da Dismember e In Flames in giù. Probabilmente, il grande merito dei Naglfar è stato approcciarsi al black metal nello stesso modo in cui all’epoca i loro conterranei si approcciavano al death.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ELDRITCH – Seeds of Rage (raccontato da Terence Holler)

26 maggio 2015

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Vent’anni fa usciva Seeds of Rage, album unanimemente riconosciuto tra i fondamentali del prog metal nostrano e, più in generale, tassello importante per la scena italiana. Tempo fa parlai con Terence Holler, il cantante della band toscana, dopo un loro concerto tenutosi qui a Roma, e gli chiesi se avesse voglia di condividere con noi qualche ricordo personale su quel disco e l’atmosfera di quel periodo. Ebbene, vi lasciamo alle sue parole. (Charles)

Estate 1994, dopo tre demotapes su cassetta (Reflections of sadness 91, Promo tracks 92 e Promo tracks 93) sotto la guida di Limb Schnoor (manager e scopritore di Helloween e Angra e successivamente di Rhapsody) abbiamo firmato il nostro primo contratto discografico… E che contratto! Tre dischi in cinque anni per la tedesca Inside Out Music! Nel luglio ’94 entriamo negli studi K&K di Dario Cappanera a Livorno col fonico Luca Bechelli e ne usciamo esattamente due mesi dopo. La formazione era quella originale, che è rimasta intatta dal ’92 sino al ’99, e cioè Terence Holler (voce), Eugene Simone (chitarra), Martin Kyhn (basso), Oleg  Smirnoff (tastiere) e Adriano Dal Canto (batteria). Emozioni, risate, litigi e stress a palla! Senza dubbio un album riuscito, sperimentale, originale e “avanti”. (Leggi tutto)

ANGEL WITCH / DOOMRAISER @Traffic, Roma 17.05.2015

25 maggio 2015

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Anche stavolta arrivo al Traffic troppo tardi per la maggior parte dei gruppi di supporto. Non che lo faccia apposta, eh. Di solito è perché stacco da lavoro alle 21. Questa volta, che è domenica, è per via del viaggio di ritorno dal Tube Cult Fest, il piccolo Roadburn sull’Adriatico che mi aveva tenuto impegnato tra feedback e arrosticini di fegato nei due giorni precedenti. Giungo giusto in tempo per l’esibizione dei Doomraiser e mi spiace soprattutto essermi perso i Plakkaggio HC, autori dell’immortale cavallo di battaglia Colleferro, dedicato alla squadra di rugby del loro paese, e di quest’altro pezzo che, lo ricordiamo, è tra gli inni non ufficiali di Metal Skunk insieme a Tak, kurwa dei Semargl e Porta na donna dei Kurnalcool. A proposito di Kurnalcool, lo scorso weekend sono stato a trovare Piero Tola a Cracovia e ho conosciuto un suo amico marchigiano anch’egli grande fan degli Accept di Falconara. L’abbiamo finita completamente sbronzi alle sei del mattino a cantare a squarciagola C’ho il bisolfito e Fucking beverò mentre tutti intorno ci guardavano malissimo, barboni compresi. Non c’entra niente ma ci tenevo a scriverlo.

I doomster romani, probabilmente nella top 6 (le top 5 sono per fighetti) dei gruppi che ho visto più volte dal vivo, restano una garanzia e la nuova formazione, con l’innesto di due chitarristi dall’approccio e dallo stile più moderno dei loro predecessori, è sempre più rodata. Per non essere ripetitivo, evito di dilungarmi nelle consuete lodi alla compattezza e alla capacità di suggestione che questi veterani del culto del riff sfoderano dal vivo, soprattutto ora che la loro esposizione internazionale è aumentata e girano molto più spesso per l’Europa. Ammetto, però, che il loro recente Reverse (Passaggio Inverso) non è il loro album che amo di più, quindi finisco per smuovermi soprattutto sui pezzi più datati. Questione di gusti: i Doomraiser che preferisco sono quelli più retrò di Mountains of Madness. Il pubblico, ad ogni modo, risponde con il calore consueto, in attesa che si impossessi del palco la Leggenda. (Leggi tutto)

La finestra sul porcile – Mad Max: Fury Road

22 maggio 2015

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Quando uscì, nel 1979, il primo capitolo della saga di Mad Max (inspiegabilmente distribuito in Italia col titolo di Interceptor), il filone cinematografico della fantascienza post-apocalittica era pressoché inesplorato. Le inquietudini sociali che attraversavano gli anni settanta, si erano tradotte nella nascita dell’eco-horror e, nella migliore delle ipotesi, nell’inarrivabile 2022: I sopravvissuti. Per ridefinire i confini del genere bisognava aspettare un misconosciuto esordiente australiano come George Miller, che chiuse il decennio ed aprì quello successivo inventandosi di sana pianta un mondo distopico dove la società, collassata sotto i colpi dei bombardamenti nucleari, regredisce fino a piombare nel medioevo più scuro. A metà strada tra il western crepuscolare e i classici greci, il secondo capitolo dell’iniziale trilogia poneva definitivamente le basi per la costruzione di un genere così come lo conosciamo oggi; poi arrivò il terzo atto ed un non-finale che lasciava aperte diverse strade. Invece, negli ultimi trent’anni, Miller ha preferito dedicarsi a tutt’altro, passando dai drammoni strappalacrime ai maialini coraggiosi, fino al musical di animazione coi pinguini che aveva ormai convinto tutti che si fosse definitivamente rincoglionito. In realtà il Nostro covava da oltre quindici anni il progetto di riportare sullo schermo l’eroe meno eroe della storia del cinema, quel Max Rockatansky che finiva per trovarsi in situazioni che non lo riguardavano e che non aveva nessuna voglia di risolvere, se non per mero tornaconto personale. Assorbiti e metabolizzati tutti i figli più o meno legittimi di Mad Max – da Kenshiro alla sottovalutata serie di Joe Dever, Guerrieri della strada, passando per la quasi totalità della produzione anni ottanta di John Carpenter – Miller ha finalmente deciso di tornare nel deserto, stavolta quello namibiano e non più quello australiano, di sostituire l’ormai attempato Mel Gibson con Tom Hardy e di impartire una lezione di cinema alle nuove leve.  (Leggi tutto)

Come and hear, Lucifer sings

21 maggio 2015

I Lucifer sono un gruppo formatosi dalle ceneri dei The Oath, da cui provengono la cantante berlinese Johanna Sadonis e il batterista inglese Andy Prestridge (anche negli attuali Angel Witch). La formazione è completata, tra gli altri, da Gaz Jennings, storico membro dei Cathedral dalla formazione fino al 2013. Noi li avevamo intravisti al Roadburn, e il loro doom settantiano vagamente blueseggiante ci aveva intrigato abbastanza. Il debutto, Lucifer I, uscirà fra pochissimi giorni; nel frattempo possiamo gustarci Izrael, il loro primo video, una bella canzoncina che aumenta le nostre aspettative.  (Guarda il video)

Ecco a voi il nuovo video dei CRADLE OF FILTH, ma solo perché vi vogliamo bene

20 maggio 2015

backstreet’s back, alright!

Come abbiamo più volte ripetuto, noi vogliamo bene a tutti i nostri lettori e quindi teniamo in particolare considerazione le ragazzine col piercing al labbro, una fascia di pubblico che ci segue tantissimo perché spera che un giorno o l’altro pubblicheremo una foto di Michele Romani a petto nudo che spacca la legna. Aspettando che ciò accada, però, le intratteniamo col nuovo video dei Cradle of Filth, in cui c’è Dani vestito da personaggio di Tim Burton, un’estetica da sigla di Dexter, i soliti puttanoni e pure un batterista pelato che fa le faccette. Il batterista è quello dei Masterplan, giusto per capire di cosa stiamo parlando. Non ci sarebbe molto da dire perché è il solito pezzo degli ultimi Cradle of Filth, un thrashettone tupatupa con delle parti orchestrali orrorifiche ficcate in mezzo a viva forza e l’onnipresente voce di Dani Filth che non sta zitto un attimo tranne che per alternarsi con le parti di voce femminile. Il pezzo non è neanche orribile, è proprio che secondo me non ha senso di esistere; ma è un parere personale. Qui però sfidano la mia pazienza citando Queen of Winter Throned, uno dei loro picchi assoluti, dall’ep del 1995 Vempire, e un po’ di accanimento verrebbe pure. Però oggi mi sento buono, quindi farò finta di niente. Il pezzo si chiama Right Wing of the Garden Triptych ed è tratto dall’imminente nuovo album Hammer of the Witches. Buona visione, dai.  (Guarda il video)

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