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KRABATHOR – Lies (Morbid Records, 1995)

1 settembre 2014

krabathorCosa poter dire di un disco che, a parere del sottoscritto, rappresenta la vera e propria fine di un’ epoca?

Siamo nel 1995 e il death metal sta morendo (non morirà, in verità, ma tutto quello che verrà dopo sarà solo una copia di quanto è già stato). Lies è l’ultimo nato di una gloriosa stirpe che ebbe inizio dopo la fine degli anni ottanta e che fu travolta dal ciclone black metal, salito agli onori della cronaca e delle vendite discografiche dopo i fatti di sangue norvegesi del 1992 e 1993 e con l’exploit commerciale di band come i Cradle of Filth. Dopo quegli avvenimenti il black metal divenne il carrozzone sul quale quasi tutti saltavano. Non i Krabathor.

Dopo due mediocri album come i noiosissimi Only Our Death is Welcome… e Cool Mortification, finalmente una prova di serietà e di brutalità che ancora fa tremare. Il giusto connubio tra il death metal piu’ brutale e i riff che piacciono a noi, quelli della buona vecchia scuola della fine degli ’80 e l’inizio degli anni novanta. Provare pezzi come Imperator (Strikes Again) per credere.

Il merito di aver permesso alla band ceca di fare il salto di qualità fu della tedesca Morbid Records, che pubblicò questo gioiello che a tutt’oggi, checché ne dicano gli amici polacchi, rimane il più bel disco di metal estremo mai pubblicato nell’Est Europa. Un rivale potrebbe forse essere quell’Ultimate Incantation a nome Vader che è ormai mitologia e che ancora oggi, a ventidue anni di distanza, e proprio come l’album di cui si parla qua, piscia in testa a qualsiasi release brutal death odierna. Meriterebbe anch’esso un capitolo a parte.

Lies è il miglior disco possibile che inizia nella maniera migliore possibile. Rumori indistinti seguiti da una voce, che con calma e fermezza dichiara: FUCK THE CHRIST. E la lira s’impenna. Quello che segue è incredibile brutalità abbinata a una tecnica che fa paura. (Leggi tutto)

…a furore normannorum libera nos domine: il nuovo pezzo degli EINHERJER

31 agosto 2014

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In verità il singolo è uscito ad inizio agosto e, visto che pure i metallari vanno al mare, ci ricordiamo di parlarvene solo adesso. A scanso di equivoci, quel titolo sta lì giusto a evocare sonorità fedeli allo stile più classico del viking metal che questo nuovo pezzo, Nidstong, sembra voglia ricalcare. Esso, infatti, è caratterizzato dal tipico incedere ben cadenzato e scapoccione, è atmosferico quanto basta ed è sostenuto da passaggi epici ritmicamente articolati come tradizione vuole. Giusto i cori si discostano dal canone classico, a voler proprio essere tignosi, ma ci si abitua presto, almeno per quanto mi riguarda. Tanto a seguire gli Einherjer saremo rimasti in quattro gatti ormai. Nel complesso a me sembra bello quadrato e genuino e ne consiglio vivamente l’ascolto, soprattutto se concordate con me sul fatto che nel segmento di riferimento è da un bel po’ che non si sente più nulla di degno. E allora sentiamocelo.  (Leggi tutto)

Ma i jihadisti suonano chitarre elettriche?

29 agosto 2014

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<<In quei giorni non eravi re ma ciascuno faceva quel che meglio gli pareva giusto>>.

Lo giuro, stavo facendo il conto alla rovescia e finalmente è accaduto: qualche idiota patentato ha confuso questi Isis con quest’altro ISIS. Ora che ci penso, non era necessario avere un’ulteriore conferma della stupidità della gente e mi stupisce un po’ che il misunderstanding sia giunto così in ritardo. Non sappiamo di preciso chi sia la mente dietro questa potente manifestazione di ignoranza ma voglio credere che si tratti di qualche fan statunitense degli Isis (la band), perché trovo sempre divertente rimarcare il luogo comune secondo il quale gli americani sono talmente ignoranti da non essere nemmeno in grado di identificare su un mappamondo dove si trova l’ultimo paese invaso militarmente. Purtroppo non ci sono prove a riguardo ma sono fiducioso che sia andata così. Del resto, altro luogo comune che nasconde verità profondissime, gli americani non hanno il minimo senso dell’umorismo quando gli tocchi la sicurezza nazionale, soprattutto perché non si sono mai ripresi dalle botte propagandistiche violentissime conseguenti al Patriot Act e all’Homeland Security Act e dalle relative ripercussioni social-culturali sulla vita quotidiana delle persone. Quindi capita loro sovente di spegnere completamente il cervello. La assurda, benché attesa, notizia ci è data dalla ABC News, alla quale un basito Aaron Harris confessa che alcuni fan hanno inviato alla band email di accusa e commenti inappropriati sulla loro presunta attività terroristica di matrice islamista, al punto che il gruppo si è visto costretto a modificare il nome della propria pagina Facebook in Isis the band.

<<O Bani Isra’il (Figli d’Israele) […] Musa (Mosè) discese a voi con prove irrefutabili, ma, in sua assenza, avete preferito il vitello. Razza di imbecilli!>>.

Questo mi riporta alla mente il simpatico scambio di opinioni che ebbi con un’altra persona totalmente priva di ironia, il mio professore di arabo. Ebbene sì, avevo fatto mio il consiglio del francescano Ruggero Bacone che invitava a imparare le lingue perché abbiamo qualcosa da apprendere anche dagli infedeli. In verità, ero sopravvissuto a una devastante tesi universitaria sul fondamentalismo islamico, in cui, tra scontri di civiltà e aggressioni culturali, andavo sostenendo la tesi, accademicamente poco sfidante ma molto realistica, secondo la quale (sto semplificando enormemente) nell’Islam la lotta contro i nemici di Allah è caratterizzata da una violenza legittima che, conseguentemente, favorisce la deriva fondamentalista. Quando chiesi al professore di arabo, un iracheno segaligno e dallo sguardo obliquo, perché sulla cartina geografica del libro che mi aveva dato da studiare non ci fosse lo Stato di Israele, lui, stupito di una domanda così idiota, mi rispose “Perché non esiste”. (Leggi tutto)

Cristo si è fermato a Eboli, Satana no: le pagelle dell’Agglutination

28 agosto 2014

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BELPHEGOR: partiti come stereotipo della band black/death ignorante e perennemente uguale a se stessa, è un pezzo che si sono trasformati nell’ennesimo gruppo Nuclear Blast iperprodotto che timbra il cartellino una volta ogni due anni con dischi sempre più leccati e melodici. L’anno scorso al Traffic mi avevano divertito molto ma il merito era stato soprattutto dell’atmosfera: club piccolo e pubblico caciarone che bestemmia dall’inizio alla fine. Stavolta, invece, mi rompo un po’ le palle e finisco per seguire il concerto dalle retrovie.  Bravi, per carità, ma fuori contesto. VOTO: 6,66 POLITICO

LA BIRRA: unico vero tasto dolente. Forst tiepida e un po’ sgasata; economica, sì, ma comunque piscio di cane. E lo dice uno che potrebbe aprire un corso per sommelier di birra del discount. Non ho provato le salsicce locali che venivano arrostite allo stand deputato alla bisogna alimentare, quindi non mi esprimo. Magari ditemi voi com’erano. Però, quando, a concerto ormai finito da un pezzo, hanno svuotato l’ultimo fusto offrendone il contenuto ai superstiti, non mi sono tirato indietro sulla base del mio principio guida secondo il quale non si rifiuta mai l’alcol gratis. VOTO: 3

BUFFALO GRILLZ: parcheggiamo e, avvicinandoci al campo sportivo sede del festival, sentiamo del casino in lontananza. Questi sono sicuramente i Buffalo, fa il Messicano. È vero, a cantare in growl con l’accento napoletano ci riesce solo Giannone, rispondo io. Facciamo la fila mentre stanno suonando Forrest Grind, forse il loro unico brano che ha qualcosa di simile a un testo, ed entriamo, ahinoi, a show quasi concluso, sulle note della delirante Canzone del sale. Non saranno il mio gruppo grind italiano preferito ma mi stanno talmente simpatici che ne parlerei bene anche se pubblicassero un disco di scoregge. VOTO: 38 E’ MAZZATE

CARCASS: prestazione mostruosa, ancora migliore di quella che mi ero goduto all’Hellfest, un po’ per i suoni più nitidi, un po’ perché gli inglesi insistono meno sui medley, il che rende il concerto più fruibile. I vecchi pezzi, infatti, sono stati riarrangiati radicalmente. Questo perché i Carcass non sono un carrozzone nostalgico ma una band che è tornata perché aveva veramente qualcosa da dire, che ha trovato una nuova identità e agisce di conseguenza. Loro raccontano sempre che Symphonies of sickness è un album così grezzo e claustrofobico non per scelta stilistica ma perché all’epoca non avevano i soldi per registrarlo meglio. Infatti Exhume to consume in versione 2014, suonata con chitarre così cristalline che quasi la stravolgono, è fantastica. (Leggi tutto)

Sopravvivere al ritorno in ufficio con gli OBITUARY

26 agosto 2014

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Stamattina sono tornato a lavoro. Avevo una leggera spranghetta dopo un mirabile barbecue in casa Bucefalo dove ci eravamo rimpinzati dei due cibi che in assoluto più si ripresentano il giorno dopo: gli arrosticini e lo tzatziki, una salsa greca a base di aglio che, consumata in quantità ingenti, vi renderà inavvicinabili per un paio di giorni. Avete presente Superciuk, il nemico di Alan Ford che stendeva tutti con la sua fiatata mortale? Ecco, una roba del genere. La spranghetta, il retrogusto di pecora e aglio che non va via manco con un litro di collutorio e il disturbo post-traumatico da ritorno in ufficio. Sono i momenti in cui l’unica cosa che ti può tirare su è un nuovo pezzo degli Obituary. Per fortuna, mentre cazzeggiavo ancora un po’ su internet prima di riprendere la lettura di World War Z (il miglior appello alla fratellanza tra i popoli che si possa immaginare), scopro che, hey, è uscito un nuovo pezzo degli Obituary! Già ascoltata dal vivo durante il recente tour dei floridiani, Visions in my head, prima anticipazione da Inked in Blood, nei negozi di dischi superstiti a fine ottobre, spacca veramente i culi (al netto dei suoni piatti) e un po’ è merito anche del nuovo chitarrista solista Ken Andrews, che ha apportato un tocco di melodia in più al death metal groovoso e minimale del gruppo senza arrivare a quegli eccessi che avevano reso a tratti grottesco il precedente Darkest Day, dove i virtuosismi di Ralph Santolla c’entravano come la maionese nel caffellatte. Poche band possono permettersi di incidere praticamente lo stesso album all’infinito continuando a farsi amare in modo incondizionato. E gli Obituary sono tra esse: (ascolta il brano)

Music to light your joints to #11

26 agosto 2014
Le tipiche lettrici di Metal Skunk in un momento di relax

Le tipiche lettrici di Metal Skunk in un momento di relax

Nell’attesa del ritorno di vari pesi massimi annunciati per dopo l’estate (Electric Wizard, Sleep, John Garcia, Yob), passiamo in rassegna un po’ di cose uscite quest’anno in ambito narcosatanista. La corruzione delle giovani anime non va mai in ferie, ecco quindi un bel po’ di robetta per allietare le vostre residue serate estive a lume di zanzara.

 

bood eagleCONAN – Blood Eagle (Napalm)

Crown Of Talons, l’incipit dell’album, è a modo suo qualcosa di sublime. Album di una pesantezza inaudita e un minimo più dinamico rispetto al precedente Monnos. Tutto il lavoro alla lunga è un po’ sfiancante, però. Li ho persi due volte in due festival diversi, gruppo maledizione dell’anno; pare che dal vivo buttino giù i muri.

 

SLOMATICS – Estron (Burning World)

Discorso abbastanza simile a quelli di cui si parlava sopra (con cui hanno pure diviso un split qualche tempo fa) ma con un cantato più versatile e delle frequenti variazioni liquide che ne allargano lo spettro sonoro in maniera significativa. Papabili per finire in playlist a fine anno.

 

THE OATH – s/t (Rise Above)

Due tipe bionde che invocano i demoni e fanno rituali, noi ci cadiamo sempre. (Leggi tutto)

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