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BLOODBOUND – Stormborn (AFM Records)

20 dicembre 2014

Quest’anno pareva proprio non ci fosse nulla di decente da ascoltare. Infatti pure per la classica playlist di fine anno dei dischi migliori di questo 2014 del cavolo realmente non so cosa scrivere. Boh. Magari ho dei gusti di merda io (probabile). Però, da quel che mi pare di capire, pure il resto della redazione pare avere lo stesso imbarazzo, il che, tutto sommato, mi rincuora un pochino circa la (mancata) bontà di quanto uscito questi mesi. Cioè, non è che ho avuto un incubo infinito io ma proprio non c’è stata trippa per gatti.

Poi ad un certo punto m’imbatto nell’ultima uscita di questo simpatico sestetto di svedesotti a nome Bloodbound, qui sotto rappresentato nel tipico imbrunire dell’inverno svedese (poi dici che la gente si suicida da quelle parti): (Leggi tutto)

6-6-6 the review of the Beast #3

19 dicembre 2014

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Finisce qui l’estenuante carrellata di uscite discografiche medio-buone (e qualche ciofeca indigeribile) che ha avuto come filo conduttore quel numerello a noi tanto caro. Per andare a recuperare le prime due cliccate qui & qui. Ci si ammucchia nuovamente, dunque, nel modo più ignorante possibile con i Goatmoon, perché sì.

453928GOATMOON – Voitto tai Valhalla (Werewolf Records)

Delizioso crogiolo di antisemitismo, razzismo, nazionalsocialismo, satanismo e chi più ne ha più ne metta, i finlandesi Goatmoon, nella persona del one man band Jaakko Lähde, ci allietano la giornata con un quinto album. Diciamo più precisamente che è dal 2011 che il tizio non se ne esce con un disco completamente composto di inediti. Quest’ultimo come il precedente, infatti, è una specie di compilation di vecchi pezzi, provenienti da demo, album e split con svariati gruppi altrettanto nazisti quanto lui, riarrangiati e mescolati insieme a brani nuovi. Ne esce un delirante zuppone di generi misti, dal raw black metal degli esordi, al viking, a burzumiane rimembranze, al folk, che rende il tutto abbastanza ingiudicabile. Ma è proprio in quest’ultima veste che lo preferisco. Infatti le prime due inedite title-track di questo album spaccano non poco: folk black’n’roll cazzarone e divertente, con tanto di scacciapensieri, completamente decontestualizzante. In generale mi sta piacendo. Tra i brani più datati c’è anche qualche altra chicca, tipo Race of Heroes, il cui simpatico testo fa più o meno così: Attenzione subumani! Non siete niente rispetto a noi! Siamo la razza superiore, la razza di eroi. Deliri di arianesimo a parte, se da tutta la carriera dei Goatmoon mettiamo insieme una decina di pezzi ben selezionati, ne esce fuori un best of pure molto fico. Hail Hydra.

harakiri-aokiHARAKIRI FOR THE SKY – Aokigahara (Art of Propaganda)

Il suicidio in Giappone è una cosa seria e per i giapponesi uno dei luoghi d’elezione in cui andare a farla finita è proprio la foresta di Aokigahara, sita ai piedi del monte Fuji. Pare che in mezzo a quegli alberi, tra seppuku, impiccagioni e avvelenamenti, si verifichino centinaia di suicidi ogni anno e che la tendenza sia cresciuta esponenzialmente dopo la pubblicazione, negli anni ’60, del libro di Seichō Matsumoto, in cui i protagonisti, malati d’amore, decidevano di passare a miglior vita proprio in quell’ameno posto. Allegria. Gli Harakiri For The Sky, giustamente, hanno pensato bene di trarne ispirazione per un secondo disco. (Leggi tutto)

6-6-6 the review of the Beast #2

18 dicembre 2014

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Dopo le prime sei micro recensioni della volta scorsa, nella quale vi abbiamo parlato di Grave Digger, Riot (che ora si fanno chiamare Riot V), Wolves in the Throne Room e altra bella gente, si riparte (sempre in onore del gran capro) con ulteriori sei in questa diabolica ammucchiata di fine anno.

SloughFeg-DigitalResistanceSLOUGH FEG – Digital Resistance (Metal Blade)

Inizialmente il gruppo americano si chiamava The Lord Weird Slough Feg, nome poi abbreviato in Slough Feg a partire da Atavism, il quinto disco della carriera. Qualcuno si ricorderà che nei primi anni comparivano nel roster della mitica Dragonheart Records. Ho sempre tenuto in buona considerazione l’heavy metal classico, epico e a volte folkeggiante, di questi signori ma, nonostante ciò, non sono mai riusciti ad entrarmi nel cuore. Sarà perché hanno subito tanti cambi di line up (della formazione originale rimane l’immarcescibile Mike Scalzi, professore di filosofia del Diablo Valley College, nome che è tutto un programma), sarà perché, pur avendo mantenuto un livello medio alto, non hanno mai fatto il botto. In effetti, la proposta è un po’ anacronistica e tutto sommato c’è di meglio in giro, senza neanche dover andare a ripescare negli anni ’80. Resta il fatto che ogni volta si confermano piacevoli e poi qui in copertina c’è pure la lupa capitolina di questa nostra Roma sporca e corrotta. Se non lo avete ancora fatto, date una chance a Digital Resistance e se vi piace andate a recuperare Traveller e Down Among the Deadmen. Mi sembrava doveroso parlarne.

a3051348258_101349 – Massive Cauldron of Chaos (Indie)

Titolo più cretino non potevano trovarlo. Ma il giudizio non si ferma qui (e mecojoni, direte voi). Le anticipazioni prospettavano qualcosa di meglio, forse quelli della Indie avranno capito che quando si hanno poche cartucce buone è bene spararle subito per fare bella figura. Ciò che non mi convince del disco non risiede neanche nei pezzi (Exorcism spacca, per esempio, e non è un caso isolato, ma forse sono un po’ troppo di parte) bensì nella produzione piatta. O ho scaricato ‘il solito fake’ (ops…), o hanno da aggiustare la mira. Nel merito, vi ho ritrovato parecchi filler, almeno quattro su otto pezzi, il che è un po’ troppo. Scorre via senza infamia e senza lode. I tempi di Hellfire sembrano lontanucci. (Leggi tutto)

6-6-6 the review of the Beast #1

17 dicembre 2014

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Nessuna nuova rubrica tematica, nessun ulteriore approfondimento sugli Iron Maiden. Il titolo sta solo a indicare che con questa prima ammucchiata di sei inizia un brevissimo ciclo di micro recensioni finalizzate a fare un po’ di pulizia tra le pile di ciddí accumulate fino ad ora e comunicare le nostre immancabili perle di saggezza non richieste in merito alle uscite discografiche di questi ultimi mesi che, per un motivo o per l’altro, abbiamo bellamente ignorato. Cominciamo dai nomi più blasonati.

gravediggerreturnofthereapercdGRAVE DIGGER – Return of the Reaper (Napalm)

Il primo Mistero del Metallo fa più o meno così: come diavolo riescono i Grave Digger a tirare fuori un disco nuovo ogni due anni? La risposta potrebbe essere semplice e scontata: accozzagliando scarti di vecchie registrazioni insieme a qualche nuovo pezzo, mischiando tutto nel panariello della Tombola e quello che esce esce. Personalmente faccio fatica a seguirli sempre e in modo puntuale, però questo Return of the Reaper, o almeno la metà di esso, alla fine, si fa anche ascoltare con un discreto piacere. Il problema, dopo un po’, resta lo stesso: noia a pacchi. Ciò non toglie che, se dovessi trovarmeli in qualche festival, starei ugualmente davanti alle transenne a sgomitare e fare le cornine.

CS544670-01A-BIGOPETH – Pale Communion (Roadrunner)

Il secondo Mistero del Metallo riguarda ‘l’inspiegabile carriera degli Opeth‘. Ignorati praticamente per anni, li ritrovai inaspettatamente molto gradevoli con Heritage, disco di prog rock coerente e suonato da dio. Con Pale Communion, invece, hanno tirato troppo la corda. Qui ci divertiamo ad insultare gli Opeth dicendo che fanno musica da kebabbari, il che è vero fino a un certo punto, ma la cosa che più mi infastidisce di questo disco e, in generale, della piega che sta prendendo ‘l’inspiegabile carriera degli Opeth’, è che, tra rimandi e citazioni, si sono ridotti a uno scimmiottare i grandi della musica prog britannica e italiana (vedi il pezzo non a caso intitolato Goblin), facendo passare il tutto come un’operazione culturale. Sono diventati un po’ i Tarantino del metal, con la differenza che non mi fanno ridere. (Leggi tutto)

Deicide/ Svart Crown/ Sawthis @Traffic, Roma 12.12.2014

16 dicembre 2014

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È ufficiale: Glen Benton è diventato buono. Si sarà addolcito con l’età. O, magari, avrà semplicemente cambiato droghe, passando alla cannabis o all’ecstasy. Fatto sta che quello di stasera è stato più simile a un concerto dei Cannibal Corpse che a uno dei Deicide. Il che vuol dire che è stato una bomba, chiaro. Ma è stato, beh, diverso.

La prima volta che vidi la band americana dal vivo fu esattamente dieci anni fa, a Bologna, in compagnia di Matteo Cortesi. Era il tour di Scars of the Crucifix. Gli Hoffman se ne erano andati tra mille vaffanculo e alle chitarre c’erano, come stasera, Jack Owen e Kevin Quirion (che è entrato però in pianta stabile solo da un paio d’anni, una volta sancito l’addio definitivo di Ralph Santolla). Benton aveva i capelli corti, era gonfio come una zampogna e aveva la bocca deformata nel tipico rictus da sottile linea bianca. Era stato divertente comunque. Nel 2010, quando li beccai a Roma con i Marduk di supporto (con i Marduk di supporto!), il cantante era dimagrito, si era fatto ricrescere la chioma ed era tornato l’emissario del male che tutti abbiamo imparato ad amare. Un’ora di performance lancinante e senza pause, alla fine del quale Benton si allontanò subito dando le spalle al pubblico e biascicando un thank you, Milano. Stima.

Quello che sale sul palco del Traffic, dopo il discreto show dei francesi Svart Crown (arriviamo troppo tardi per i Sawthis, non ce ne vogliano i veterani abruzzesi), epigoni dei Behemoth che, non suonando precisamente il mio genere, non mi hanno smosso più di tanto (al sodale Charles sono piaciuti un po’ di più soprattutto nelle parti veloci), è invece un Glen Benton sorridente e bambacione che inviteresti subito a un barbecue con la famiglia. Si parte con i primi tre pezzi del nuovo In the minds of evil, album che non ho apprezzato particolarmente. Il primo sussulto arriva con When Satan rules his world. Nel frattempo sono stati aggiustati un po’ i volumi e l’impatto è devastante, la precisione diabolica. Tuttavia manca qualcosa. O, più probabilmente, qualcosa è cambiato. Serpents of the light, They are the children of the underworld. Un uno-due da ricovero immediato nel reparto fratture multiple. Eppure… Ecco cosa manca. Come su To hell with God, non si sente bene Satana. (Leggi tutto)

BLOODBATH – Grand Morbid Funeral (Peaceville)

15 dicembre 2014

458406Il concetto di ‘all stars band’ mi repelle in un modo simile alla luce solare per i vampiri: per quanto buone possano essere le intenzioni sottese al progetto non posso impedirmi di pensare che,  sotto al coacervo di musicisti più o meno blasonati che si riuniscono all’esterno delle proprie band madri per creare musica, si nasconda il bieco desiderio di spillare soldi alla gente facendo leva sui nomi in copertina. I Bloodbath iniziarono esattamente così: dalla mente di membri di Katatonia e Opeth (con la supervisione di Dan Swanö), desiderosi di riesumare i vecchi tempi in cui il death metal era niente di più e niente di meno che una passione viscerale ed incondizionata, prima che la maturità (artistica e anagrafica) prendesse piede portando gli uni a cambiare radicalmente pelle e gli altri ad intraprendere un percorso sfociato nella demenza più totale.

L’esordio Breeding Death è quanto di più bello la band abbia prodotto finora; death metal svedese senza fronzoli, diretto e suonato con passione; peccato fosse solo un EP. Con gli anni il progetto è cresciuto fino a diventare qualcosa di più di un semplice divertissement, e probabilmente è proprio qui che casca l’asino. Il penultimo, The Fathomless Mastery, è un buon lavoro tutto sommato, con delle ottime idee al suo interno, rovinate però da una produzione talmente finta e pretenziosa da risultare stucchevole. Se stessimo parlando di una band qualunque diremmo che si sono venduti e forse è l’unico modo di spiegare la parabola negativa intrapresa dai Bloodbath da qualche anno a questa parte. Grand Morbid Funeral sancisce l’uscita di Mikael Åkerfeldt, troppo impegnato a fare lo snob sputando nel piatto dove ha mangiato per vent’anni e cercando di strizzare l’occhio da un lato ai fan del prog e dall’altro a tutti gli indiboi con Sunbather nell’ipod e i poster di Neige in camera, gente che rifiuta il concetto stesso di metal perché non sufficientemente intellettuale e raffinato, in sostanza delle mezze seghe. (Leggi tutto)

Fare la rotta di Kessel in meno di 12 Parsec con Darkspace e Progenie Terrestre Pura

14 dicembre 2014

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Ossessione e inquietudine. Due parole potrebbero bastare a riassumere l’essenza di questa strana entità. Invece, se volessimo cimentarci nel descrivere di quale genere si tratta, avremmo bisogno di spendere qualche parola in più. La base è un black metal atmosferico; sopra, in mezzo e in ogni dove, sono stratificati suoni disturbanti e rumori provenienti dallo spazio profondo che ci porterebbero a parlare di drone music, di elettronica, di dark ambient, di avantgarde. Il minimalismo e una logica ferrea nel numerare in modo progressivo i brani di ogni album la fanno da padrone, insieme a una gelida drum machine e uno screaming cacofonico. Le figure dei tre svizzeri, Zorgh, Zhaaral e Wroth (nomi che non a caso sembrano usciti da un cult movie fantascientifico degli anni ’50), sono altrettanto inquietanti. Dark Space III I è il quarto full-length (gli altri, per la cronaca, sono III, II, I e poi la demo -I) e sembra perfetto come colonna sonora di uno degli Alien a caso. Per chi necessitasse di una immediata full immersion nel più profondo stato di angoscia c’è il link alla pagina Bandcamp del gruppo.  (Leggi tutto)

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