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Now we are home: MANOWAR @Tempodrom, Berlino 27.01.2016

6 febbraio 2016

Tornare ai Manowar per due volte in due settimane, in altrettante trasferte al freddo e al gelo, è una cosa che spalancherebbe le porte del Valhalla anche a un fan dei Muse coi risvoltini ai pantaloni. Figurarsi quindi a me, che ho offerto la mia vita in sacrificio all’Acciaio. E l’Acciaio non dimentica, fratelli. L’Acciaio sa come ricompensarvi quando meno ve l’aspettate. L’Acciaio ricorda. Ours is the kingdom of steel.

Infatti arriviamo al Tempodrom che siamo belli carichi. Fa meno freddo di quanto ci si aspettasse, ma forse siamo noi che siamo caldi dentro. All’esterno dell’arena c’è un po’ di neve nonostante non abbia neanche piovuto, ma è probabilmente un regalo dal dio Odino per farci meglio identificare nel testo di Army of Immortals. Arriviamo in tempo per poter fare la fila per le birre, che in Germania non è mai troppo corta. Il concerto comunque inizia una ventina di minuti dopo rispetto al previsto, forse per permettere a tutti di entrare con calma. Magari l’esperienza di Varsavia, con centinaia di persone ancora in fila fuori dall’arena mentre il concerto cominciava, è servita a qualcosa; ed è scopertissima l’ironia: tra polacchi e tedeschi, sono stati questi ultimi a dimostrare più elasticità sull’orario.

Avrei sempre voluto vedere i Manowar in Germania. Non tanto per l’emozione di fare il segno del martello in mezzo a laidi ciccioni che ridono con la bocca aperta mentre masticano bratwurst, ma per sentire il ruggito della folla su Blood of the Kings, in risposta alla linea “back to the glory of Germany!”. Sul serio, è una cosa a cui ho sempre pensato sin da ragazzino. Purtroppo stavolta non l’hanno fatta, a differenza dell’anno scorso in cui però si era in Svizzera e quindi niente. E comunque non è che il pubblico crucco sia famoso per trasmettere molto calore ai concerti, quindi magari sarei potuto rimanere deluso. È brutto rimanere delusi, ma non è una giustificazione per non provare: a volte capita persino che la realtà superi ogni aspettativa. E allora magari in Germania i palazzetti esplodono davvero, cantando quella linea. Che ne sai.  (Leggi tutto)

MEGADETH: in difesa di ‘Dystopia’

5 febbraio 2016

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Lo confesso per la prima volta: contrariamente a quanto avviene con Iron Maiden e altri gruppi storici, di cui non mi frega più nulla ormai da anni e che nemmeno ascolto più quando fanno uscire qualcosa di nuovo, ho sempre dato almeno un ascolto ad ogni nuovo album dei Megadeth, nella segreta speranza di trovarci, ogni tanto, quel riff o quel guizzo che non ti aspetti ma che potrebbe arrivare da uno che ha scritto pezzi come Mechanix o Bad Omen. Speranza che stavo proprio per abbandonare in seguito all’uscita dell’immondo Super Collider. Eppure a Dystopia un ascoltino non gliel’ho voluto negare, dopo che quanto avevo sentito nelle anticipazioni non mi era esattamente dispiaciuto. Ora non voglio dire che il disco in questione sia entusiasmante o chissà che ma, in tutta franchezza devo ammettere che pezzi come Fatal Illusion o The Threat is Real si fanno ascoltare. Probabilmente tra un mesetto avrò già mollato Dystopia ma nell’immediato devo dire che è godibile e i brani hanno un loro perché.

Kiko Loureiro fa il suo lavoro senza eccessivo zelo ma suonando bene le sue parti. Il nuovo batterista (Chris Adler dei Lamb of God) è bravo. E c’è pure una cover di Foreign Policy dei miei amati Fear, che non fa di certo male. Quasi quasi gli perdono pure la terrificante The Emperor, veramente fastidiosa e ridicola. (Leggi tutto)

Far Beyond Zeitgeist: l’internet scopre che Phil Anselmo è un buzzurro ubriacone

4 febbraio 2016

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La mia prima reazione al video di Phil Anselmo che, al termine dell’ultimo Dimebash, fa il saluto romano biascicando “white power” è stata un colossale “sticazzi”. Non condanno e non condono. Ognuno è fatto a modo suo: a voi fregherà nulla che in Africa esista solo un paese che abbia messo fuori legge le mutilazioni genitali femminili (la Nigeria, lo scorso anno) o che nelle aree rurali cinesi le bambine appena nate vengano annegate negli stagni perché il papà voleva un maschietto; a me frega nulla che Phil Anselmo, ubriaco a merda come suo solito, faccia il saluto romano. Da ammiratore di Bismarck e De Gasperi, ho un approccio pragmatico alla realtà. E da un punto di vista pragmatico Phil Anselmo ha fatto una cazzata in quanto socio di un’azienda. Perché i Down, come tutte le band che consentono ai loro membri di camparci, sono un’azienda. Per questo, col senno di poi, per quanto mi fosse sembrata di primo acchito fica, rock’n’roll e no compromise la replica iniziale del cantante, affidata a facebook, era inevitabile che sarebbe stato costretto a rimangiarsela.

“Ok folks, I’ll own this one, but dammit, I was joking, and the inside joke of the night was because we were drinking fucking white wine, hahaha — of all fucking things. Some of y’all need to thicken up your skin. There’s plenty of fuckers to pick on with a more realistic agenda. I fucking love everyone, I fucking loathe everyone, and that’s that. No apologies from me”.

Poi il giorno dopo è arrivato il patetico video di scuse con Anselmo che chiede di dargli un’altra possibilità con la faccia di chi si è appena reso conto di quel che ha combinato davvero: tirare in mezzo altra gente che ora rischia di rimetterci dei soldi. Già, perché come volete che sia andata? Che Jimmy Bower e Pepper Keenan il giorno dopo l’avranno chiamato e se lo saranno inculato col sabbione. Perché, a prescindere da quanto inutile isterismo ci sia oggi intorno a queste faccende, fare il saluto romano e biascicare ‘white power’ era ovviamente considerata cosa non troppo urbana anche ben prima dell’avvento di internet e dei social network. Ora voi potreste replicare che nessuno contesta il diritto dei gangsta rapper a essere omofobi, misogini, razzisti e interisti. O che Bob Marley odiava i gay e ogni tanto andava a menarne un paio insieme ai Wailers e così via. Magari avreste pure ragione. Anzi, la faccenda del doppio standard è esattamente l’argomento che porta avanti Anselmo quando affronta queste tematiche da relativamente lucido. Avrete presente il testo di No Good, se siete fan dei Pantera. Però, lo ripeto, qua stiamo facendo un discorso pragmatico. Qualunque siano le vostre convinzioni, il nocciolo della questione resta sempre quello: mettetevi nei panni degli altri membri dei Down, che stanno già pagando le conseguenze dell’exploit. Difatti, smaltita la risacca, Anselmo si è sentito in dovere di emettere un secondo messaggio di scuse, rivolto direttamente ai compagni di band, nel quale si dice pronto a farsi da parte. Ieri l’organizzazione del festival olandese Fortarock ha cancellato lo show dei Down e su Change.org è appena apparsa una petizione che chiede di togliere la band dal cartellone del prossimo Download Festival. Si tratta di due faccende diverse, attenzione. Gli organizzatori del Fortarock sono imprenditori privati e hanno tutto il diritto di fare le scelte che loro ritengono opportune. La petizione è invece ben più sintomatica dei danni che l’internet 2.0 ha inflitto alla società, rendendola più controllata e conformista. Ed era questo il punto che più mi premeva toccare. (Leggi tutto)

MEGADETH – Dystopia (Tradecraft/Universal)

4 febbraio 2016

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Allora, facciamo un cosa un po’ diversa dal solito: invece della classica introduzione modello tema di terza elementare su chi/cosa sono i Megadeth, con un tot di chiacchiere sparse appresso tanto per dare un po’ di corpo al tutto e fino all’ovvia conclusione chiarificante sul perchè e percome Dystopia è sostanzialmente una mezza schifezza, facciamo, dicevo, il primo track by track della merda da quando scrivo su Metal Skunk, tanto per non farmi mancare nulla rispetto alla stimata concorrenza. Oddio, stimata per modo di dire, che di media non ci capiscono un cazzo di nulla. Vabbè bando agli indugi, premete quel tasto con la freccia sul lettore che cominciamo:

The Threat Is Real. Il riff d’apertura, con un vago retrogusto mediorientale, è quanto di più scontato credo d’aver mai sentito in un disco dei Megadeth almeno dai tempi di The World Needs A Hero. Boh. Il pezzo in sè poi non è granchè, la ritmica delle strofe è presa pari pari dalla parte strumentale di Ashes In your Mouth, che tutto considerato non sarebbe manco male se non fosse che sfocia in un ritornello entusiasmante come un calcio in bocca. Ero molto curioso di ascoltare il lavoro di Kiko Loureiro, ma poi ho fatto fatica ad arrivare alla fine dello scambio tra lui e Mustaine per la noia.

Dystopia. Una Hangar 18 condensata e uscita maluccio. Pensateci, la struttura è quella: l’inizio e le strofe affidate alle chitarre intrecciate, Kiko Loureiro che svolazza pindarico dalle parti dei ritornelli, poi a metà canzone un cambio drastico di ritmica e a seguire altro assolo fino alla conclusione. Peccato che il suddetto cambio ritmico non abbia la stessa resa di quello di Hangar 18, che suonava tanto fluido dove questo è molto più legnoso, particolare dovuto principalmente al fatto che mentre nell’originale l’assolo di quella specifica e tanto delicata sezione era affidato a Marty Friedman, con il risultato che conosciamo tutti, qui l’onere se l’è assunto Dave Mustaine, che per carità come solista non è affatto male ma di sicuro rispetto a Kiko Loureiro non è il più adatto alla parte. Carino il finale, però.

Fatal Illusion. Già detto, una mezza merdata.

Death From Within. Un po’ come The Threat Is Real, belle strofe, il resto assai meno. Che poi le strofe sono una versione riproposta di quelle di Devil’s Island e la voce di Dave Mustaine sopra ci sta chiaramente bene, di sicuro grazie all’effetto nostalgia che si genera inevitabile. Peccato per il ritornello e per il lavoro di chitarra di Loureiro, fiacco come non mai. Ma circa ciò che penso di Loureiro in questo disco abbiate ancora poca pazienza, che sto per arrivarci. (Leggi tutto)

Umanità e cazzotti: CREED

3 febbraio 2016

creedpostersmallEro convinto di andare a vedere una boiata pazzesca, anzi volevo che il film fosse una boiata pazzesca perché a volte vado a cinema apposta per vedere dei filmacci, americanate, cose del genere. Perché lo faccio non lo so, credo per relax oppure perché ogni tanto ho bisogno di alimentare la parte più terra terra di me. Quindi, mi siedo e le scene inziali sono scene di scazzottamenti. E vai, sono nel posto giusto. Poi, in un attimo, umanità. Nel senso di scene di umanità, scene pietose – la pietas, no? – scene e dialoghi di compassione per il povero piccolo Adonis Creed che, abbandonato da un padre che non ha mai conosciuto, la madre morta, finisce per diventare un bambino violento. Il senso dell’abbandono penso sia la leva più bastarda a cui un regista o uno sceneggiatore può far ricorso per ammorbidire il pubblico, soprattutto se si tratta di bambini. E su di me, che non sono mai stato abbandonato da nessuno (ci tengo a dirlo), fa sempre e comunque effetto. Ma questa volta un po’ di più. Mi sarò rincoglionito. Quindi, umanità e cazzotti per tutto il resto del film. Poi c’è l’accoglienza e la salvezza. Da quel momento il piccolo Creed cresce nel lusso, diventa grande, fa carriera, ma ha un animo tormentato e ben presto si trova insoddisfatto; così incomincia la sua ricerca interiore, di sé e del padre, il percorso iniziatico che parte dai peggio postacci al confine col Messico, dove va a fare a botte in incontri di serie B, ma non per questo meno cruenti, e che lo porterà fino a Liverpool. Mi fermo qui con la storia anche se non ci sono grandi colpi di scena (neanche su come era finito il terzo incontro tra Rocky e Apollo). La trama è telefonatissima ed è giusto che sia così. È bella proprio perché è prevedibile. E prevedibilmente, nel corso di tutto il film vengono ripercorsi fisicamente gli ambienti, le strade, i quartieri e i vicoli del primo grande Rocky. Una Philadelphia immutata, come ti aspetti che sia, in cui tutto è così sfacciatamente evocativo, anzi celebrativo, che va al di sopra di ogni possibile aspettativa. E la cosa funziona. (Leggi tutto)

Metallo tetesco: GRAVE DIGGER@Traffic, Roma, 28.01.2016

2 febbraio 2016

Testi di Ciccio Russo e Charles

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La chiave della serata stava tutta nella scaletta. I tedesconi, ai quali sono legato da profondissimo e ventennale affetto, stanno promuovendo una raccolta di brani dai primi tre dischi risuonati, la classica operazione che dovrei disprezzare per principio ma, siccome lo fanno i Grave Digger, allora va bene. Il punto è che tutti quelli della mia generazione hanno scoperto lo Scavafosse con Heart of Darkness e se ne sono innamorati definitivamente con Tunes of War. Quindi, scorrendo setlist.fm prima del concerto (lo so che lo fate anche voi), avevo provato una profonda invidia nei confronti dei fratelli del metallo russi, omaggiati di un repertorio non basato all’80% sugli anni ’80 ma assai più variegato. Subito dopo Headbanging Man, però, attaccano con The Round Table… A quanto pare Boltendahl, che si conferma frontman maiuscolo, vuole particolarmente bene a noi makaroni, oltre che ai russi. Non smetto di sgolarmi per neanche un secondo. Il locale non è stracolmo ma siamo tutti fomentatissimi. Il pogo nelle prime file è pure piuttosto violento. In un attimo mi ritrovo catapultato in un mondo arcadico dove tutti bevono sei litri di birra al giorno, cantano canzoni del metallo tetesco da mane a sera e mangiano un cosciotto di maiale intero a colazione sennò la mamma li manda a letto senza cena (costituita sempre da un cosciotto di maiale). Le nuove Season of the Witch e Tattooed Rider, dall’ultimo – e sorprendentemente carino – Return of the Reaper, fanno la loro schnitzelporka figura. Riesumano pure Stand up and Rock da Stronger Than Ever. Ma è su The Dark of the Sun e l’incommensurabile Knights of the Cross che torno definitivamente minorenne e perdo ogni dignità residua. Rebellion sarebbe davvero perfetta se, mentre intoniamo il coro, avessimo tutti a portata di mano uno spadone da brandire al cielo per poi falciarci le teste dei nemici del vero metal una volta usciti dal Traffic. Perché anche Tor Tre Teste alle due del mattino pullula di nemici del vero metal, che ne sapete. Tipo il bar a fianco, con i suoi tramezzini tossici, che a noi non interessano perché prima siamo andati dal Quagliaro. Si va a casa con Heavy Metal Breakdown, inno sempiterno di chi ha fatto dei riff da trattoria e della doppia cassa dritta il suo credo. È stato tutto bellissimo. (Ciccio Russo)

THE CLANS ARE MARCHING ‘GAINST THE LAW/ BAGPIPERS PLAY THE TUNES OF WAR/ DEATH OR GLORY I WILL FIND/ REBELLION ON MY MIND!!!

Diciamocelo apertamente: io sono qui esclusivamente per questo motivo. E quando arriva il momento tanto agognato (attenzione: era la prima volta che li vedevo dal vivo) mi sono sgolato parecchio, che mi hanno sentito pure le anime dei guerrieri ciccioni crucchi nel Valhalla e se avessi avuto tra le mani un cosciotto di maiale arrosto e delle patate bollite le avrei condivise con gli astanti, mangiando e ripetendo il ritornello all’infinito con la bocca piena, che non si fa, ma a noi non interessa perché siamo scostumati e sappiamo che quando partono i tunes of war le madonnine piangono di paura e un profumo di crauti si spande nell’aria, le chitarre fischiano, le bombe a grappolo esplodono e quando il rituale si compie possiamo dirci tutti più felici. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: gennaio 1996

31 gennaio 2016

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DARKTHRONE – Total Death

Trainspotting: Total Death segna il passaggio tra le due principali ere dei Darkthrone. Se Panzerfaust era l’ultimo disco pienamente norsk arisk black metal, diciamo così, questo in esame inizia a mettere in discussione parecchi dogmi e a traghettare il duo verso i futuri lidi black’n’roll, o comunque li si voglia chiamare. Non è solo un episodio come Black Victory of Death, in cui la trasformazione è più evidente e che non sarebbe mai potuto essere su uno dei precedenti dischi, ma anche pezzi più canonici come Earth’s Last Picture o Gather for Attack on the Pearly Gates rivelano un’attenzione strutturale, strumentale e formale concettualmente impensabile rispetto al passato. Il capolavoro della fase successiva sarà Plaguewielder; Total Death ha l’enorme merito di scavarne le fondamenta.

 

countraven

COUNT RAVEN – Messiah of Confusion

Stefano Greco: In anticipo di almeno una quindicina di anni sul revival in corso ma anagraficamente troppo giovani per essere considerati pionieri i Count Raven guidavano un macchina del tempo talmente scassata che li fece arrivare contemporaneamente sia in ritardo che in anticipo. È il tempismo perfettamente sballato e che li marchierà per sempre come outsider, essendo il livello della loro produzione non di certo inferiore a molte delle cose per cui oggi ci facciamo le pippe (Destruction Of The Void del 1992 è un discone). Ma in quegli anni c’era evidentemente maggiore movimento nel circuito della musica tozza, e quindi a suonare come gli svedesi si veniva considerati dei disadattati con il mito dei pantaloni a zampa e non preziosi custodi una qualche ortodossia. Qui non siamo al top della loro discografia ma qualche bel pezzo c’è ancora (risentitevi Shine), Messiah Of Confusion è anche l’album che li avrebbe mandati in ibernazione per oltre un decennio prima che il rinnovato interesse per il genere li rimettesse per poco in pista. Al momento risultano nuovamente dispersi.

 

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DIMMU BORGIR – Stormblåst

Trainspotting: I primi tre dischi dei Dimmu Borgir, capolavori assoluti del black melodico norvegese, sono estremamente diversi l’uno dall’altro: Stormblast non ha più l’adorabile suono da scantinato di For All Tid né tantomeno la compiuta consapevolezza di Enthrone Darkness Triumphant. Tuttavia sarebbe sbagliato considerarlo una semplice via di mezzo, una mera fase di passaggio tra i due suddetti. Semplicemente, ne è talmente diverso da sembrare opera di un’altra band. (Leggi tutto)

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