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IN FLAMES – Siren Charms (Sony)

30 settembre 2014

Io e il conquilino Toscano tornammo a Roma lo stesso giorno di inizio settembre. Avevamo passato l’estate nelle rispettive Terre Madri e ci sentivamo già pronti per il nostro secondo anno di Università, che sarebbe stato sfavillante e pieno di successi (avremmo fatto due esami, nel senso uno io –Analisi II, ed uno lui –Teoria dei Segnali, due 18, con la professoressa che amabilmente mi dice che è colpa di gente come me se questa facoltà non vale più un cazzo). Lui, a questo punto, si arrese e andò tre mesi in Ghana per poi tornare in Toscana dove ora vive in un casale a bere vino, coltivare pomodori (tra le altre cose) e ogni tanto investe un coniglio con la macchina e se lo mangia. Io invece misi parte della testa a posto, tornai in carreggiata, perdendo capelli ma cominciando a spaccare culi come se non ci fosse un domani. Ha vinto lui, palese.

Tornati a casa, appena sistemate le cose, ci sediamo a tavola e cominciamo a fare panini. I panini ce li forniva The Mad.

Dio benedica i panini

A un certo punto il Toscano va al bagno. Torna. Mi dice che la lastra di marmo sul davanzale della finestra l’è piena di merda. Uno strato spesso un centimetro di schifo, merda di piccioni, capelli, peli, piume. Con gli occhi rossi iniettati di genio mi convince che pulire quel coso è l’inizio perfetto per il nuovo anno universitario. Quel budello di tu mà incatagnata, questo l’è un simbolo. Tenere pulita la casa, dice, è segno di maturità. Boia dè, lo dice lui, quello che una volta per pulire il bagno versò sul pavimento una bottiglia d’alcol e gli diede fuoco. Lui lo dice, quello che aveva una televisione con sopra talmente tanta polvere che all’inizio fui convinto fosse in bianco e nero. Gli dico: ma come lo puliamo quel coso secondo me non brucia mica quella roba; forse dobbiamo comprare qualche acido potente, è roba secca. È una difficoltà, mi conferma, ma noi non siam mica delle fave. Ci guardiamo intorno e riflettiamo. Il nostro futuro è a un bivio. La nostra vita dipende da quella lastra di marmo. Ogni tanto incrociamo gli sguardi e percepiamo quanto tutto ciò sia dannatamente serio, un messaggio subliminale con cui Dio ci mette alla prova, testa la nostra perseveranza, la nostra fede. L’atmosfera si fa cupa, i panini vengono a male.

Lui dice oh, la merda la togliamo usando dei cucchiai! Ecco. Talmente giusto da essere postulato. Ne converrete. (Leggi tutto)

JOHN GARCIA – s/t (Napalm)

29 settembre 2014

John GarciaArriva finalmente in porto, dopo circa quattro anni, il primo album solista di John Garcia. Di questo lavoro o ‘progetto’ si parla infatti da quando il chico latino si è rifatto vivo sui palchi portando in giro in varie salse il vecchio repertorio dei Kyuss. Tutta la faccenda, come probabilmente già sapete, si è poi evoluta in una serie infinita di polemiche e beghe legali e in un album ironicamente chiamato Peace a nome Vista Chino. Chiuse le diatribe e fatta depositare la polvere si può affermare tranquillamente che quell’album aveva come principale difetto quello di essere uscito sotto l’ingombrante ombra dei Kyuss. Porsi come eredità diretta di una delle poche band veramente importanti degli ultimi venti anni è stato in primo luogo un errore di comunicazione, ha significato partire con un handicap di dieci punti ed esporsi ad una serie di critiche prevenute quanto inevitabili, perché i fanatici del rock ‘n’ roll quando gli tocchi i totem personali diventano gente davvero intrattabile. Peace era un album concettualmente sbagliato ma giusto nei contenuti. Sbagliato perché frutto di una reunion monca e priva del pezzo grosso, allo stesso modo era giusto perché zeppo di pezzi ottimi e con quelli i Vista Chino avrebbero potuto ambire ad essere qualcosa di più di una cover band semi-ufficiale.
John Garcia (l’album) ribalta questo schema, è meno derivativo nel sound ma anche meno solido in fase di scrittura; punta quasi esclusivamente sull’impatto lasciando in disparte tutto l’aspetto lisergico della questione. Questo lascia un diffuso senso di incompiutezza, caratteristica peraltro comune a pressoché tutte le sue uscite post-Kyuss (Unida compresi, nonostante i picchi altissimi). Al riguardo, infatti, con il tempo mi sono fatto l’idea che il chicano abbia bisogno di qualcuno di personalità che gli dia la direzione e lo tenga a bada, altrimenti corre il rischio di perdersi per poi compensare facendo un po’ lo sborone (termine tecnico che qui sta per “stile canoro eccessivamente impetuoso”). (Leggi tutto)

NEGATIVE APPROACH @Fabryka, Cracovia, 13.09.2014

26 settembre 2014

Negative Approatch plakat_0Ci dirigiamo a sud già alticci e con intenti bellicosi. Un tedesco, un portoghese e un sardo. L’obbiettivo e’ raggiungere il Klub Fabryka, a meridione della Vistola, dove un’autentica leggenda dell’hardcore mondiale si esibirà a breve: i Negative Approach.

All’arrivo vado a curiosare al banchetto del merchandise, mentre David e Andre, i due amici con il quale son venuto, litigano su chi pagherà il primo giro di birre. Trovo We’re Not in This Alone degli Youth of Today in vinile, che ancora mi mancava, e lo compro, lasciandolo soddisfatto alla guardarobiera, una bella ragazza che mi sorride, chiedendomi che tempo faccia fuori. E’ molto bellina e le rispondo che c’è tempo di merda (come al solito). Inutile, le slave son le mejo!
C’e’ anche uno stand che vende gulasch vegano (ma se è senza carne perché minchia lo chiamano gulasch mi domando e dico??) e pita con qualche salsa non meglio identificata. Memore di quella volta che David, a un festival punk a Varsavia, prese delle robe da uno di questi stand e passò il resto della serata seduto sul cesso, me ne tengo ben lontano. Continuamo a scherzare sulla questione fin quando non sentiamo le prime note provenire dalla sala interna. Sono i The Dog, band hardcore dal suono violentissimo e iper-veloce, che fa i suoi onestissimi 15 minuti di show e se ne va, lasciando spazio alla band successiva, i Castet. Provenienti dalla Slesia, sembrano avere un certo seguito, visto che vedo parecchi avventori cantare i loro pezzi a squarciagola. Il cantante in particolare, esibendo il suo pancino da birretta e il gigantesco tatuaggio sulla schiena inneggiante alla scena hardcore della Slesia, sembra reggere assai bene il palco, cazzeggiando tra un pezzo e l’altro e strappando più di una risata a un pubblico divertito. Una specie di cabarettista, insomma. (Leggi tutto)

NUNSLAUGHTER – Angelic Dread (Hells Headbangers)

25 settembre 2014

nunslaughter_angelic_dreadStimati da tutti gli adepti del Capro per i suoni grezzissimi, i testi stupramadonne™ e il ricorrere dell’animale a noi tanto caro nei sempre raffinatissimi artwork, i Nunslaughter hanno una prolificità tale da far impallidire anche il gruppo grind più stakanovista. L’esordio degli americani, l’ameno ep Killed by the cross, risale al 1990. Da allora, stando a Metal Archives, hanno partorito qualcosa come centocinquanta pubblicazioni ufficiali tra ep, introvabili singoli dai titoli suggestivi quali Jew lie e Satanic sluts (come livello di sozzura concettuale siamo dalle parti dei connazionali Profanatica), live nei posti più improbabili, carrettate di split e frattaglie varie. L’anno ancora non è finito che già i Nunslaughter possono contare tredici release targate 2014 , tra cui due ep live registrati in Italia e battezzati sobriamente Brescia Ep e Treviso Ep e tre doppi album dal vivo, tutti ricavati da concerti in Finlandia, pubblicati su cassetta in pochissime copie e ornati da copertine con caproni opera di qualche undicenne svantaggiato raccattato per strada mentre sniffava colla. In tutto questo casino, i nostri amici sono pure riusciti a cacciare un nuovo full (il primo in sette anni, Hex era del 2007) che potrebbe rivelarsi, per chi non li conoscesse ancora, un’ottima maniera per entrare nel loro mondo puteolente.

Siccome anche solo l’idea di un lp puro e semplice aveva suscitato nella band un angosciante horror vacui jacovittiano, Angelic Dread (Hells Headbangers) consta di due dischi: il primo composto quasi interamente da inediti (dovrebbe fare eccezione solo il vecchio singolo God, noto per il meraviglioso video che fece apprezzare a tutti il raffinato lato umoristico dei ragazzacci di Cleveland), il secondo da materiale più vecchio riregistrato (in questo caso ‘riregistrato’ significa che il basso non somiglia più a una lavatrice a pieno carico che viene gettata in una betoniera). (Leggi tutto)

MADBALL – Hardcore Lives (Nuclear Blast)

24 settembre 2014

Quando i Madball esordirono, oltre vent’anni fa, si presero badilate di merda. Molti della vecchia guardia li consideravano fighetti, altri ancora dei raccomandati (Freddy Cricien, del resto, è il fratellastro di Roger Miret) e stavano anche sul cazzo agli straight edge. Sembravano segnati in partenza, invece hanno fatto strada, sono diventati un nome importante e sono ancora qui. Il loro Droppin’ Many Suckers, pochi cazzi, mi ha segnato, e fino al ’96 (Demostrating my style, sì) spaccavano. Dopo, però, hanno cominciate a fare merdate. Nel senso: devi pagare le bollette, il pubblico cambia, la plastica vende e vaffanculo, in un secondo ti ritrovi intrappolato in una gabbia dorata di ragazzini sfigati come la merda che ti vengono dietro. Dal ’98 in poi hanno fatto quasi solo peti senza senso. Nel senso, dai, non sono un genio, ma nemmeno troppo coglione: Madball, ma vaffanculo. Ecco, questo. Non dico che tutto il post-’96 sia totalmente da buttare nel cesso insieme ad un bel cacatone, ma ci hanno messo, via via sempre di più, tanto “mestiere”e tanta “plastica”, a tal punto da risultare credibili come Steven Seagal oggi, che ha 96 anni e fa sempre il duro stradaiolo, ma è un cazzo di vecchio panzone con i capelli tinti da barzelletta al bar con la saracinesca chiusa alle quattro di notte bevendo l’ennesima Raffo grande. Nel 2010, poi, il fattaccio: firmano addirittura per Nuclear Blast… Stiamo scherzando? No, è tutto vero. E fanno anche un album subito: Empire. Roba per sedicenni, solo che io avevo quell’età in un’altra epoca e quindi mi fa cacare le budella per sei ore. Vaffanculo.  (Leggi tutto)

HELMET @Fabryka, Cracovia, 12.09.2014

23 settembre 2014

helmet

Nei primi anni novanta, quando il sottoscritto muoveva i primi passi nell’universo della musica del diavolo, Videomusic era uno dei pochi contatti col mondo esterno che mi permetteva di tenermi aggiornato e al limite scoprire pure qualcosa di nuovo. Fu così che un giorno, mentre facevo zapping, mi capitò di vedere uno speciale su Sonoria ’94 (un attesissimo evento che doveva essere una specie di nuovo Monsters of Rock ma che poi si rivelò un autentico fallimento). Beccai proprio il momento in cui facevano vedere l’esibizione dei Sepultura. Ovviamente ero contentissimo. Ancora promuovevano Chaos AD, quindi è superfluo dire che stiamo parlando dei veri Sepultura. Ma a quello che venne dopo non ero preparato. Quattro ragazzi con bermuda, t-shirt e capelli corti, all’apparenza assolutamente normali. Non avevo idea di quello che stavo per sentire. La potenza del suono sprigionato da quei Marshall mi investì subito, assieme alle ritmiche quadrate e sincopate. Signore e signori, gli Helmet.

Una delle cose che mi ha sempre affascinato degli Helmet è il contrasto tra la voce limpida di Page Hamilton e la potenza del riffing. Esperimento cominciato con il secondo disco, Meantime. Dunque, quel contrasto tra la loro immagine e la musica, così potente e fragorosa, quel loro apparire ragazzi normali, così lontani da quei puzzoni, che so, dei Biohazard o dei White Zombie, mi affascinava. In passato i nostri erano stati già in grado di provocare qualche mal di testa niente male, quando la loro musica era piu’ grezza e caciarona. Provare la raccolta dei primi singoli/ b-sides Born Annoying per credere.

Usciva proprio nell’anno di Sonoria quel capolavoro che risponde al nome di Betty, di cui si festeggia appunto quest’anno il ventesimo anniversario. Per l’occasione i newyorchesi gireranno l’Europa riproponendo integralmente l’album in questione (cosa che sembra andare parecchio di moda ultimamente). Le prime sensazioni della serata sono negative, perché, avendo fatto male i calcoli dopo l’uscita da lavoro e aspettandomi una band di supporto, arrivo mentre si apprestano ad eseguire il quarto pezzo, quella Milquetoast che, tanto per dire, era di gran lunga il brano migliore della colonna sonora de Il Corvo. Semplicemente distruttiva con i suoi riff matematici e pesantissimi.

I nostri proseguono con la riproduzione dell’album ed è un’esecuzione della madonna. Perfetta. I nuovi membri reclutati da Page dopo la reunion non hanno nulla da invidiare ai vecchi. D’altronde è sempre stato Hamilton la forza trainante del combo, il quale ha visto alcuni cambi di line-up nella sua storia. Menzione speciale per Kyle Stevenson dietro le pelli. Potente e preciso come nella migliore Helmet-tradition. Tic, Street Crab, Speechless, la stupenda Overrated, grande esempio di potenza e controllo come non ce ne sono più. (Leggi tutto)

Signori, questo è il primo pezzo degli AT THE GATES in 19 anni

22 settembre 2014

at-war-with-reality

Il respiro trattenuto nel lunghissimo secondo che il browser impiega a caricare la title-track, appena data in pasto alla rete, di quell’At war with reality che credo sia più o meno a furor di popolo il disco più atteso del 2014. Mi rivedo quattordicenne a tenere il fiato allo stesso modo mentre un coro di fratacchioni apre The X Factor degli Iron Maiden. La stessa sublime tensione. Sono passati quasi due decenni ma le emozioni sono sempre quelle.

È come essere tornati a casa dopo un lungo viaggio“, mi fa Charles via internet mentre io, appena tornato da lavoro, interrompo qualsiasi cosa stessi facendo per ascoltare la canzone e poi tentare di scriverci qualcosa di sensato sopra. Il che è dannatamente difficile, considerando le complicatissime traiettorie emotive che mi hanno sempre collegato a questa colossale band. Diciamo che il pezzo non è miracoloso ma si fa ascoltare. È bello, azzarderei. Sono più gli At The Gates cupi e storti e di With fear I kiss the burning darkness che quelli laceranti e chirurgici di Slaughter of the soul, dal quale sono passati, è il caso di ribadirlo, diciannove stramaledetti anni.

Non mi sembra il caso di elucubrare ulteriormente. Diciamo che mi aspetto più un’onesta autoaffermazione alla 13 che un’imprevedibile dimostrazione di superiorità come Surgical steel.

Voi che ne dite? (ascolta il brano)

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