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Avere vent’anni: THE GATHERING – Mandylion

29 agosto 2015

Se Avere vent’anni è una rubrica di ricordi personali, perlopiù, allora non potrei mai parlare di Mandylion senza fare una lunga tirata sul mio amore adolescenziale per Anneke van Giersbergen, che però ho già espresso qui, quindi cercherò di non ripetermi troppo. Scoprii Mandylion dopo essere stato folgorato da Nighttime Birds, che per come è piombato nella mia formazione musicale ha cambiato il mio modo di intendere un certo tipo di metal, o comunque mi ha arricchito di una prospettiva nuova da cui vedere la questione. In Mandylion il retroterra metallaro dei The Gathering non solo era ancora riconoscibile, ma era strutturale al punto da renderlo uno dei dischi-cardine del movimento gothic metal di metà anni novanta; che sia uscito nello stesso mese di The Silent Enigma è una coincidenza che a vent’anni di distanza potrebbe assumere un valore quasi millenaristico solo agli occhi di chi non ha ben presente che cosa stesse succedendo in quegli anni, da quel punto di vista. Il gothic metal era diventato un movimento musicale ben preciso, con dei gruppi-guida e un primordiale codazzo di vari imitatori che già iniziavano a dividere il genere in sottogeneri spesso sovrapposti tra di loro: Mandylion può considerarsi tra i dischi fondamentali sia del gothic con voce femminile sia del cosiddetto Century Media sound e, per quanto pedanti suonino adesso queste definizioni, era all’epoca impossibile non trovarle in una qualsiasi recensione o discussione intorno al suddetto album; col senno di poi, però, è più facile riconoscere già in Mandylion i germi di ciò che sarebbe venuto dopo: considerando chi all’epoca veniva considerato loro compagno di genere (dai suddetti Anathema ai Theatre of Tragedy) ci si può spingere ad affermare che già qui i The Gathering suonassero in ultima analisi un metal psichedelico più che gotico, anche se di quest’ultimo conservavano strumenti e forma. A differenza dei Tiamat, per cui la psichedelia fu uno svarione che lasciò poche conseguenze, per i The Gathering il gothic fu semplicemente un mezzo, probabilmente l’unico che conoscevano o l’unico che gli veniva spontaneo usare, per comunicare le stesse cose che poi comunicheranno con How to Measure a Planet, probabilmente il loro disco più compiuto, anche se forse non il più significativo. Il successivo ammorbidimento del suono, che dopo Nighttime Birds si allontanerà dalle sonorità metal di colpo, avverrà in contemporanea con l’abbandono del chitarrista Jelmer Wiersma, così da far credere che fosse quest’ultimo il metallaro della band; al contrario pare che lui fosse addirittura il meno metallaro di tutti, tanto che dopo la separazione dai The Gathering non suonerà più in nessun altro gruppo metal.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: ANATHEMA – The Silent Enigma

28 agosto 2015

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Forse vi ho già fatto in precedenza il pippone sul disco epocale, sul disco che esce una volta ogni dieci anni e che magari è una sorta di “reincarnazione” di un altro disco epocale pubblicato nei decenni precedenti. Puntualizzo: io credo nella reincarnazione. Credo fermamente che esista un picco creativo in un genere, nella storia di un artista o una band, che capita una volta sola. Il resto possono essere ottimi o eccellenti dischi, persino capolavori conclamati, ma l’opus magnum arriva una volta sola. O cinque o sei volte di seguito, se siete gli Iron Maiden o pochissimi altri. E credo che sulla scia di certi capisaldi essenziali ne nascano altri, anche a distanza di decenni.

Iniziamo a raccontare questa storia nel 1987, in quel di Zurigo, dove ordine ed efficienza apparentemente regnano sovrani. I servizi pubblici funzionano alla grande e la gente paga le tasse. Eppure i tossici si bucano nelle strade e nei parchi del centro della città e l’odore di sangue, vomito, feci e decomposizione è fortissimo nei pressi di Platzspitz. In questo scenario vede la luce uno dei capolavori che sconvolsero per sempre la concezione di “dark” e “gothic” nel metal, con una poetica decadente e un velo di tristezza che fece storcere il naso ad alcuni fan più oltranzisti ed esaltare coloro che si resero conto della portata del cambiamento. Sto ovviamente parlando di Into the Pandemonium dei Celtic Frost. Chi non ha mai sentito gli struggenti lamenti di Mesmerized, le suggestioni romantiche di Rex Irae o la voce di Claudia-Maria Mokri è pregato di acquistare familiarità il più presto possibile con l’opera in questione (anche se credo siano davvero in pochi tra i nostri lettori).  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: BRUJERIA – Raza Odiada

27 agosto 2015

“They keep coming: savage brown-skinned poors. Across the custom checkpoints in San Diego between rack of cars on our freeways. They hang their laundry out of window, they do jobs white people are too cool to do themselves. I don’t care if it starts a race war, I don’t care if it brings every picked out of the class and gets every brown-skinned savage beaten out on the street. Who cares as long as I, Pete Wilson, am governor and president?

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Pasame ese cuerno de chivo! Le voci roche e gutturali di due messicani interrompono il discorso (fittizio) di Pete Wilson, il governatore repubblicano della California che negli anni ’90, con la Proposition 187, impose una stretta contro l’immigrazione clandestina proveniente dallo Stato confinante. Il “cuerno de chivo” (letteralmente: corno di caprone) è l’AK 47 che, con una sventagliata, interromperà brutalmente il comizio. Spari e urla lasciano spazio a un mid-tempo grasso e tagliente. Per me, come per molti altri, fu questo il primo impatto con il folle mondo dei Brujeria. Il progetto esisteva già da cinque anni. A fare rumore nell’underground non era stato tanto il grind feroce e primordiale di Matando Gueros, il debutto sulla lunga distanza uscito l’anno prima su Roadrunner, ma le leggende urbane che circolavano intorno all’ancora misteriosa formazione. L’impianto grafico a base di raccapriccianti fotografie di teste mozzate e corpi squartati (nulla che non si possa trovare con facilità sulle prime pagine delle famigerate testate real crime messicane, come Alarma!) e un immaginario delirante dove alla celebrazione della cocaina e dell’identità messicana si accompagnava quella di Satana e della rivolta zapatista nel Chiapas avevano lasciato supporre a molti che dietro i Brujeria si celasse davvero un’accolita di pericolosi spacciatori che nei ritagli di tempo si dedicava ai sacrifici umani e alla lotta armata. Si diffondono voci incontrollate che vogliono Fidel Castro e il subcomandante Marcos tra gli estimatori illustri del gruppo.

Quando uscì Raza Odiada, in realtà, la gimmick si stava già esaurendo e, leggendo la lista dei ringraziamenti, non era difficile evincere chi si nascondesse dietro minacciosi pseudonimi come Asesino, Greñudo, Guero Sin Fe e Hongo, rispettivamente Dino Cazares e Raymond Herrera dei Fear Factory, Bill Gould dei Faith No More e Shane Embury dei Napalm Death. Di costoro solo quest’ultimo fa ancora parte della pantomima un po’ ridicola che sono diventati i Brujeria oggi, insieme ai cantanti Juan Brujo, enigmatico tipaccio di Tijuana che – pare – si guadagnerebbe da vivere sul serio con attività poco trasparenti, e Fantasma, al secolo Pat Hoed, Dj, commentatore di wrestling e musicista a tempo perso. Il disco, però, è talmente riuscito da consentire ancora quella sospensione di incredulità necessaria per goderselo davvero. (Leggi tutto)

Troll mit Laibach

25 agosto 2015

11866314_10153078576846765_5139436106734025190_nLa settimana scorsa, come è ormai noto, si sono svolti in Corea del Nord due concerti dei Laibach, evento a dir poco storico, epocale. In tutto il mondo si è dibattuto sull’opportunità da parte del regime nord coreano di aver invitato a suonare in Pyongyang una band tanto chiacchierata per via della sua estetica autoritaristica. Molti si sono indignati, alcuni addirittura offesi. Noi abbiamo la nostra opinione in proposito ma vogliamo tenerla riservata. In nostra vece faremo parlare i cablogrammi segreti delle conversazioni tenutesi nelle stanze del potere di Pyongyang nei giorni immediatamente precedenti il discusso concerto, intercettati da un nostro collaboratore del quale, ovviamente, non possiamo fare il nome. Ringraziamo sentitamente il nostro crittografo in Seul e l’interprete di Metal Skunk che ha curato la traduzione dal nord coreano.

Brillante Compagno Kim Jong-un: AHAHAHAH! Compagno Razzi, mi fai sempre pisciare sotto! Ora devo salutarti perché ho importanti impegni di Stato. Comunque grazie per i 25 chili di mozzarella cheese; ieri, io e il Segretario Generale del Compartimento All’Accanimento Sociale, abbiamo fatto arrestare cinque contadini intolleranti al lattosio, li abbiamo chiusi a chiave in una stanza con dieci guardie armate che gli hanno imposto di finirsi tutta la tua mozzarella in mezz’ora, sotto la minaccia di far stuprare le loro mogli dai soldati e bruciare le loro case! Dovessi vedere che casino di merda che hanno combinato, AHAHAH! Spero che anche tu abbia apprezzato il mio gift

Compagno Razzi: (rumore di grasse risate, poi dice qualcosa di non udibile)

Brillante Compagno Kim Jong-un: AHAHAHAH! Il Bungabunga! È vero, mannaggia Byron Moreno! Voi italiani siete i migliori e le relazioni diplomatiche tra i nostri paesi non sono mai state così buone. Ed è tutto merito tuo. Come dite voi? Bafanculamammeta! AHAHAHAH! See you later, Alligator!

Si sente un click e subito il Brillante Compagno Kim Jong-un: Fate entrare lo Stato Maggiore! Compagni, lo so che sembro diventato troppo buono agli occhi degli americani e che sui social network Putin va più forte di me, quindi voglio fare qualcosa di importante per l’onore del mio popolo. È per questo motivo che intendo bombardare col napalm le campagne del Kangwon e poi dare la colpa a quegli stronzi laggiù.

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Presidente del Comitato Centrale Alla Coerenza: Brillante Compagno, è un’ottima idea, come sempre ne hai, ma mi permetto di consigliarti una soluzione alternativa, meno onerosa per le casse del popolo e che molto farà discutere gli americani.

Brillante Compagno Kim Jong-un: Introdurre il Thanksgiving Day qui da noi? Adoro il tacchino!

Presidente del Comitato Centrale Alla Coerenza: Ehm, veramente pensavo ad un concerto musicale di un rock band europea…

Brillante Compagno Kim Jong-un: Uhm, ma non abbiamo mai concesso così tanto al popolo. Dum… Du-da-duum…

Capo Dipartimento Alle Problematiche Sociali Estere: Veramente il tuo predecessore fece suonare dal vivo la band del fratello di Bill Clinton e forse Sua Brillantezza era troppo giovane ed impegnato nei suoi importanti affari giovanili per potersi ricordare di certe quisquilie…

Presidente del Comitato Centrale Alla Coerenza: Sì, ma quello sganciò un sacco di dollari. Fu il puttan tour più costoso della storia.

Ministro Alla Virtù Popolare: Infatti, in America girava voce che le troiette del sud facessero certi lavoretti. Poi il maiale americano ha dovuto cambiare idea… EHEHEH!

(Ridono tutti)

Brillante Compagno Kim Jong-un: Dum… Du-da-duum… Ordine compagni. Dunque, mi consigliate di aprirci alla cultura occidentale? Uhm… Non so se osare tanto.

Presidente del Comitato Centrale Alla Coerenza: Suo Splendore Mattutino, avrei la soluzione, se Sua Luminosità mi concede il caso.

Brillante Compagno Kim Jong-un: Esprimiti liberamente, compagno.

Presidente del Comitato Centrale Alla Coerenza: Potremmo far suonare qui a Pyongyang un gruppo dichiaratamente fascista, così sui giornali americani non potranno più accusarci di essere i soliti tromboni retrogradi, chiusi e bloccati sulle nostre idee e così e cosà. (Leggi tutto)

AMORPHIS: le anteprime da ‘Under The Red Cloud’ non fanno gridare al miracolo

22 agosto 2015

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Ma meno peggio di quanto temessi. La ‘parabola’ artistica dei finlandesi può, a mio parere, tranquillamente riassumersi in due fasi: una ascendente, che va da The Karelian Isthmus fino ad Am Universum; una sostanzialmente discendente, a parte la breve parentesi che reputo una delle migliori dei loro ultimi 15 anni (mi riferisco a Skyforger), che va da Far From The Sun a Circle, album che non ho avuto neanche il coraggio di recensire. I primi dieci anni di vita della band di Holopainen e Koivusaari sono stati tutti evoluzione e sperimentazione, dopodiché la normalizzazione, ovvero la stabilizzazione nel roster della Nuclear Blast. Sembra che da questa dannazione non se ne esca proprio e la label non è certo un capro espiatorio; credo sia in larga parte responsabile di questo appiattimento (a partire dai suoni) così come lo è stata per tante altre band da essa ‘normalizzate’. (Leggi tutto)

ROCK FEST @Barcellona, 23-25 luglio 2015 (Day 3)

20 agosto 2015

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Gli ultimi quattro gruppi di stasera mi imporranno di non allontanarmi nemmeno per rifocillarmi o pisciare per oltre cinque ore, quindi me la prendo comodissima e mi presento verso le 21 e 30, in tempo per gli ultimi brani dei LOUDNESS. Mi sono perso i Primal Fear e i Refuge, cioè Peavy Wagner che suona i pezzi dei Rage anni ’80 con Manni Schmidt e Christos Efthimiadis. Per vederli bisognava però spostarsi dal centro alle due del pomeriggio e sorbirsi tre o quattro nomi dei quali mi importava poco o niente. E Barcellona è piena di distrazioni. Mangio qualcosa e mi metto sotto l’altro palco per gli ACCEPT, che non hanno sofferto minimamente la perdita un anno fa di Stefan Schwarzmann e Herman Frank, rimpiazzati dal quasi esordiente ma solido Christopher Williams e da, attenzione, l’ex Grave Digger Uwe Lulis. Un inebriante aroma di maiale arrosto si diffonde nell’aria e accogliamo le recenti Stampede (dall’ultimo, per me bellissimo, Blind Rage) e Stalingrad come se fossero dei classici. Beh, sono dei nuovi classici. Gli Accept si sono resi protagonisti della rinascita creativa più sorprendente ed esaltante tra le band di quella generazione. Wolf Hoffman è del ’59 e si sbatte come un ragazzino. Sembra veramente che abbia fatto il patto col diavolo, gli daresti al massimo quarant’anni. Tornillo, invece, l’età un pochino la accusa ma sa trascinare. Ed è pur sempre uno che ha dovuto prendere il posto di uno dei cantanti più iconici della storia dell’heavy metal. Suonano tutte le hit obbligatorie che ti aspetti, da London leatherboys a Fast as a shark, ed è tutto perfetto. Medaglia d’argento (il bronzo forse lo diamo ai Saxon) dopo l’inevitabile primo posto sul podio ai Twisted Sister.

robhalford_rockfestDopo una prestazione così maiuscola degli Accept, è difficile reggere il confronto per dei JUDAS PRIEST la cui permanenza sulle scene inizia a diventare ingiustificata. Come saprete, KK Downing è stato sostituito da coso Faulkner e, dopo aver annunciato una tournée d’addio poi non rivelatasi tale, il gruppo ha proseguito con un disco che, al netto di quelle tre o quattro tracce carine, avrebbe pure potuto non uscire. Rob Halford non sta più tanto bene e ci mette un po’ per carburare ma ha subito un’operazione chirurgica pesantissima qualche tempo fa quindi non è manco (solo) questione d’età. Lo show decolla dopo mezz’ora con Turbo lover (lo so che lo ha scritto anche Stefano a proposito del Graspop ma, per qualche motivo, è così anche stasera, nonostante tra i pezzi di apertura ci fossero Victim of changes e Metal gods). Alla fine cerco di farmela prendere bene perché non li ho mai visti e forse non li rivedrò mai più. E, nonostante l’inevitabile amaro in bocca, quando chiudono con Living after midnight mi ritrovo a cantare il ritornello come se fosse l’ultima cosa che faccio in vita. (Leggi tutto)

ROCK FEST @Barcellona, 23-25 luglio 2015 (Day 2)

19 agosto 2015

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Sono in pista già dal primo pomeriggio e canto un po’ controvoglia i pezzi dei BRUJERIA. È ovvio che non potranno mai più essere fichi come vent’anni fa, quando c’erano ancora Dino Cazares e Bill Gould ed era ancora possibile immaginare che fossero un’accolita di narcos tagliatori di teste contigui all’EZLN. Ci può anche stare che oggi siano un’operazione commerciale vagamente triste ma almeno che sia fatta come Satana comanda. E si può pure glissare sul fatto che Juan Brujo non abbia più voce, dovendo principalmente interpretare un personaggio, ma, se manco Fantasma ce la fa, canzoni che mi sono rimaste nel cuore come Consejos narcos e La migra perdono mordente. A guardarli negli occhi, nemmeno Shane Embury e Jeff Walker, dai volti mezzi occultati dalle rituali bandane, sembrano troppo convinti. Noi marihuanos locos sotto il palco, però, siamo tanti, e Juan Brujo resta con noi a cantare la versione registrata di Marijuana (amabile reinterpretazione della pestilenziale Macarena) che fanno partire quando chiudono i concerti.

Per i NUCLEAR ASSAULT mi metto sotto la transenna. Il soundcheck si prolunga oltre il dovuto e la prestazione degli americani sarà costantemente funestata da problemi di audio. Pago comunque il dovuto tributo buttandomi nel pit a sbraitare Rise from the ashes e Sin. Per ribadire la loro vena punk e delirante, recuperano addirittura Butt Fuck. E Dan Lilker rimane uno dei miei idoli della vita. Non c’è tempo per riprendersi che arrivano i DESTRUCTION. La loro produzione recente non mi ha mai fatto impazzire. The butcher strikes back e Nailed to the cross convivono però alla perfezione con classiconi inarrivabili come Curse the gods e Bestial invasion. Schmier potrà essere pure – dicono – uno stronzo ma ha carisma e cazzimma rari. (Leggi tutto)

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