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Once upon a time in Norway #6

17 aprile 2014

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Mi pare di ricordare che, in seguito alle tristi vicende dell’Inner circle, i buontemponi della cricca avessero cominciato con varie infamate all’indirizzo di questo o quel personaggio. Sempre se la memoria non m’inganna, mi pare di aver letto da qualche parte che qualcuno avesse messo in giro la voce che “ogni volta che Euronymous stava spaparanzato a mangiare kebab dietro il bancone di Helvete, lo faceva coi soldi della DSP”, e, fatto ancora peggiore, che fosse stato ritrovato, nel cassetto del suddetto bancone, uno strumento di autosollazzo con, come dire, segni d’utilizzo. Che la storia sia vera o inventata non ha, ovviamente, alcuna importanza. Livin’ hardcore radikvlt, diremmo noi oggi, ma all’epoca tali categorie filosofiche non esistevano ancora. (Leggi tutto)

AC/DC: Malcolm Young non sta bene e Brian Johnson gira per l’Italia con una macchina d’epoca

16 aprile 2014
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Ieri pomeriggio è successo un casino. Avete presente la scena dei Promessi Sposi in cui nella folla inferocita qualcuno spara una cazzata ad alta voce e la gente intorno, a causa del fomento, gli crede e comincia a ripeterla aggiungendoci dettagli, così che qualche momento dopo TUTTI sono a conoscenza di quella cazzata e per di più ci credono ciecamente? Questa cosa è successa ieri con una non meglio identificata notizia che riguardava gli Ac/Dc ma che è stata declinata prima come malattia di Malcolm, poi come scioglimento della band, poi come morte di Malcolm, poi come pausa di riflessione della band e chissà cos’ altro; notizia che è rimbalzata ovviamente ovunque, dato che nel mondo di merda in cui viviamo la quasi totalità dei siti d’informazione cerca semplicemente uno scoop ad effetto da pubblicare il prima possibile così che possa essere condiviso da tutti su quelle fogne del demonio che sono i social network. E così, anche a basarsi sui maggiori siti metal americani, quelli autorevoli, Malcolm Young si era ammalato, era morto ed era risorto dopo tre giorni; tutto questo in meno di ventiquattr’ore. Io sinceramente non davo troppo peso alla cosa, anche perché gli Ac/Dc hanno una straordinaria capacità di tirarsi periodicamente addosso queste false notizie che si propagano alla velocità della luce, tipo che Angus Young è morto; poi non aiuta di certo il fatto che loro siano tecnofobici e che facciano aspettare tempi ormai considerati biblici per una smentita; sempre che la smentita arrivi, ché non è così scontato.

La risposta è arrivata oggi sul loro sito ufficiale. Malcolm Young non sta bene e quindi si prende una pausa; la band invece continuerà a fare musica. (Leggi tutto)

BEHEMOTH – The Satanist (Nuclear Blast)

16 aprile 2014

395440Mai avrei pensato di dire ciò che sto per dire ma The Satanist è uno dei dischi dell’anno, punto. È strano che sia io a scriverlo perché non mi sono mai interessato granché alla band polacca, colpevole, a mio parere, di essersi adagiata sul trono di gruppo per adolescenti che hanno appena scoperto il metal estremo e che provano piacere sessuale al solo sentir pronunciare le parole blast beat. 

A ben vedere, gli ultimi lavori dei Behemoth confermano questa mia teoria: canzoni sparate a 300 bpm e infarcite di doppio pedale, riff al fulmicotone, blast beat; il tutto senza però centrare davvero il bersaglio, cioè scrivere pezzi ispirati nei quali la velocità d’esecuzione sia al servizio delle idee e non l’idea stessa. Da questo concetto nasce la mia opinione negativa sugli album più recenti (Evangelion su tutti), dischi piatti e privi di mordente dai quali emerge come unico concetto il fatto che Inferno è un batterista con i controcoglioni (esticazzi). Ecco perché, quando Spotify mi consigliò di ascoltare The Satanist, il mio approccio fu dei più scettici, e mai come allora mi resi conto di essermi sbagliato in pieno. Già l’opener Blow Your Trumpets Gabriel basta da sola a spazzare via gli ultimi tre dischi senza tanti complimenti: atmosfera azzeccatissima per il concept, velocità dosata con sapienza alternata a passaggi più cupi nei quali fa capolino un uso magistrale di effetti come canti gregoriani, trombe e tutto quanto sia adatto a tessere le lodi del divin capro. (Leggi tutto)

STEEL PANTHER – All You Can Eat (Universal)

15 aprile 2014

Steel-Panther-–-All-You-Can-Eat-2014.Ci sono band che sono fiche più come concetto che in concreto ma, nondimeno, sono fiche lo stesso. Gli Steel Panther sono un ottimo esempio. Se prendi un loro album, alla fine, le canzoni che veramente canterai sotto la doccia sono tre o quattro. A farteli riuscire irresistibili è tutto il contorno di testi allegramente maschilisti, titoli come It Won’t Suck Itself  e Eatin’ Ain’t Cheatin (un dibattito sempre aperto e attuale), video con Ron Jeremy che sniffa cocaina dalle tette di una tipa e recupero cazzarone dell’armamentario estetico e iconografico della scena hair metal losangelina, della quale gli Steel Panther sono una parodia più che una riproposizione in chiave moderna. Perché i vari Poison e Mötley Crüe si prendevano molto più sul serio di quanto saremmo disposti a credere guardando, a trent’anni di distanza, una loro vecchia foto in mise da battaglia. Da questo punto di vista, Michael Starr e soci sono un’operazione accostabile più ai Gwar del compianto Oderus Urungus che ai loro teorici mentori in eyeliner e lustrini. Ci si approccia a loro con una certa indulgenza perché una parodia deve essere un po’ sgangherata, al netto della confezione scintillante e dell’iperproduzione. Se poi qualcosa finisce per funzionare davvero, tanto meglio.

Le prime due tracce, Pussywhipped e Party Like Tomorrow It’s the End of the World, graffiano ma non troppo. Fai su e giù con la testa, abbozzi un sorrisetto, però non si decolla al cento per cento. Poi arriva Glory Hole (se siete assidui frequentatori di dark room o avete visto Irina Palm, il film con Marianne Faithfull di qualche anno fa, saprete cosa significhi). Si parte col rumore di una cerniera che si apre. La prima strofa fa:

There’s a place in France where the naked ladies dance.
There’s a hole in the wall where you put your cock and balls.
But you never really know who’s sucking on the other side.
Is it a boy or a girl, or a lady-man hermaphrodite?

E all’improvviso All You Can Eat finisce per meritarsi di diritto un posto nella playlist provvisoria. (Leggi tutto)

Nostalgia degenere: tre spaghetti western da portarsi nella bara

14 aprile 2014
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Asmara: l’ultimo baluardo in difesa del cinema italiano

Esse, per mancanza di pastore, si sono disperse, sono diventate pasto di tutte le bestie dei campi, e si sono disperse. (Ezechiele 34:5)

Il tema del declino del cinema italiano l’abbiamo già affrontato, su queste pagine, parlando del “caso Morituris“. Ma dal momento che il clima nel paese sta mutando positivamente, si respira aria nuova e siamo tutti più felici con i nostri 80  , 60  , 15  euro in più al mese nel portafoglio, smettiamo di parlare male di questa nostra bistrattata nazione e concentriamoci sul vero rinascimento artistico avvenuto in 150 anni di storia unitaria: il cinema di genere. Quello straordinario periodo, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, nel quale l’Italia sembrava il Dario Hubner della stagione 2001/02: un popolo di onesti mestieranti, spesso dediti al vizio, che improvvisamente riesce a tramutare in oro qualsiasi cosa. A memoria, non ricordo una singola nazione europea (e non solo), capace di “inventarsi” letteralmente stili e generi in una maniera tale da influenzare l’industria cinematografica continentale ed americana per decenni. Di quella miracolosa congiunzione astrale fatta di creatività, genio, fenomeni nell’arte dell’arrangiarsi e capacità di intercettare i fervori sociopolitici del tempo, nessuno ha saputo raccogliere l’eredità e la carcassa del cinema italiano di quel periodo è diventata una succulenta pietanza per registi stranieri. Questo modesto contributo di un nostalgico reazionario, intende ripristinare il dominio della carne sullo spirito. Iniziamo con il western.

grandesilenzioIL GRANDE SILENZIO (Sergio Corbucci, 1968)

Un villaggio tra il Messico e gli Stati Uniti, dimenticato da Dio e dalla legge, è territorio di caccia di spietati bounty killer, che agiscono indisturbati e spalleggiati dal banchiere/rigattiere/rappresentante legale Pollycut (Luigi Pistilli). Mentre gli uomini sono costretti a ripiegare sulle montagne, le donne restano in paese e chiedono aiuto a Silenzio (Jean-Louis Trintignant), il pistolero muto. L’imminente amnistia induce gli assassini ad attuare più rapidamente il piano di giustizia sommaria ed il governatore ad inviare uno sceriffo per contrastare il fenomeno dei cacciatori di taglie. Segue storia d’amore tra Silenzio ed una delle vedove e poi sangue, tanto sangue, fino al cupissimo finale.

Lontano dalle squallide strade fangose di Django e dagli assolati paesaggi di Navajo Joe, Sergio Corbucci si sposta direttamente sulle Dolomiti e dà un’ulteriore picconata all’epica western americana, fatta di eroi senza macchia, al servizio del bene. I bounty killer, capitanati da un Klaus Kinski in stato di grazia, sono raffigurati in tutta la loro cinica brutalità e come degenerazione di un sistema sociale incapace di trovare autonomamente l’equilibrio interno, contrariamente alle teorie parsonsiane, ancora parzialmente in voga in quel periodo. Non c’è salvezza né redenzione, non c’è nessuna vittoria del bene sul male e non c’è nessuna morale positiva in un microcosmo popolato da avidi sfruttatori e spietati contabili della morte. (Leggi tutto)

Scatta il trenino dell’amore col nuovo singolo degli EDGUY

12 aprile 2014

Tobias Sammet è un artista prolifico che non ce la fa a stare troppo tempo lontano dalle scene. Con la nuova Love Tyger stavolta è il turno degli Edguy, che una volta erano rubricati come sua band principale anche se adesso, con il boom commerciale degli Avantasia, non so se sia ancora così. Il pezzo è MEH. Nel senso: non è orrendo, ma è come acqua fresca, scivola via come se fosse niente. La capacità di Sammet di scrivere belle melodie e bei ritornelli non lo ha del tutto abbandonato, ma da un punto di vista strumentale e di arrangiamenti è come se avesse perso l’antico fuoco. Il video è spettacolare, ma musicalmente forse era meglio Sabre & Torch, il pezzo uscito un paio di settimane fa. Per un giudizio completo aspettiamo il disco, che si chiamerà Space Police – Defenders of the Crown e uscirà verso Pasqua. (Guarda il video)

Mai più senza: gli occhiali da sole scacciafregna degli ACCEPT

11 aprile 2014

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C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, cantava il compianto Little Tony in uno dei suoi più grandi successi (o era Bobby Solo? Non ricordo mai…). E in effetti è vero: non importa quanto siate brutti e sfigati, un bel paio di occhiali da sole miglioreranno sempre il vostro impatto esteriore. Noi di Metal Skunk invece abbiamo il problema opposto. Essendo tutti fulgidi esempi di virilità mediterranea (come risulta evidente dalle foto con le quali corrediamo le nostre playlist annuali), siamo costantemente oppressi dalle indesiderate attenzioni di donne smaniose che desiderano attentare alla nostra virtù, inebriate dalla nube di feromoni che ci circonda, come un’aura, ovunque andiamo. A voi sembrerà una cosa divertente ma noi non ne possiamo più, vi giuro. L’altra sera, con i primi caldi, l’aitante Luca Bonetta si è presentato in canottiera nella lussuosa villa sulla Appia Antica dove abbiamo trasferito la redazione (prima stavamo all’Olgiata ma è diventato un posto troppo cafone) e, prima che ne potesse varcare la soglia, è stato assalito da un’orda di cheerleader diciottenni. Sono dovuti intervenire i reparti antisommossa. E a me, personalmente, attirare l’attenzione delle forze dell’ordine non piace, soprattutto per una questione di odio di classe.

So’ problemi, cari amici del vero metal. Meno male che c’è Wolf che risolve i problemi. No, non quello di Pulp Fiction ma Wolf Hoffmann, il chitarrista degli Accept che, essendo anche lui un gran figo, sicuramente sa cosa significa essere inseguito da un gruppo di modelle in calore quando si scende al bar sotto casa per una birra e un bratwurst. Ecco, grazie alla collaborazione della Hellbrecht Optics, il nostro Wolf ha risolto i problemi suoi e nostri lanciando un accessorio indispensabile per tutti i belli e impossibili che non ne possono più delle insistenti avance di femmine assatanate: i primi occhiali da sole scacciafregna. (Leggi tutto)

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