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La finestra sul porcile – Mad Max: Fury Road

22 maggio 2015

furyroadposter

 

Quando uscì, nel 1979, il primo capitolo della saga di Mad Max (inspiegabilmente distribuito in Italia col titolo di Interceptor), il filone cinematografico della fantascienza post-apocalittica era pressoché inesplorato. Le inquietudini sociali che attraversavano gli anni settanta, si erano tradotte nella nascita dell’eco-horror e, nella migliore delle ipotesi, nell’inarrivabile 2022: I sopravvissuti. Per ridefinire i confini del genere bisognava aspettare un misconosciuto esordiente australiano come George Miller, che chiuse il decennio ed aprì quello successivo inventandosi di sana pianta un mondo distopico dove la società, collassata sotto i colpi dei bombardamenti nucleari, regredisce fino a piombare nel medioevo più scuro. A metà strada tra il western crepuscolare e i classici greci, il secondo capitolo dell’iniziale trilogia poneva definitivamente le basi per la costruzione di un genere così come lo conosciamo oggi; poi arrivò il terzo atto ed un non-finale che lasciava aperte diverse strade. Invece, negli ultimi trent’anni, Miller ha preferito dedicarsi a tutt’altro, passando dai drammoni strappalacrime ai maialini coraggiosi, fino al musical di animazione coi pinguini che aveva ormai convinto tutti che si fosse definitivamente rincoglionito. In realtà il Nostro covava da oltre quindici anni il progetto di riportare sullo schermo l’eroe meno eroe della storia del cinema, quel Max Rockatansky che finiva per trovarsi in situazioni che non lo riguardavano e che non aveva nessuna voglia di risolvere, se non per mero tornaconto personale. Assorbiti e metabolizzati tutti i figli più o meno legittimi di Mad Max – da Kenshiro alla sottovalutata serie di Joe Dever, Guerrieri della strada, passando per la quasi totalità della produzione anni ottanta di John Carpenter – Miller ha finalmente deciso di tornare nel deserto, stavolta quello namibiano e non più quello australiano, di sostituire l’ormai attempato Mel Gibson con Tom Hardy e di impartire una lezione di cinema alle nuove leve.  Continua a leggere…

Come and hear, Lucifer sings

21 maggio 2015

I Lucifer sono un gruppo formatosi dalle ceneri dei The Oath, da cui provengono la cantante berlinese Johanna Sadonis e il batterista inglese Andy Prestridge (anche negli attuali Angel Witch). La formazione è completata, tra gli altri, da Gaz Jennings, storico membro dei Cathedral dalla formazione fino al 2013. Noi li avevamo intravisti al Roadburn, e il loro doom settantiano vagamente blueseggiante ci aveva intrigato abbastanza. Il debutto, Lucifer I, uscirà fra pochissimi giorni; nel frattempo possiamo gustarci Izrael, il loro primo video, una bella canzoncina che aumenta le nostre aspettative.  (Guarda il video)

Ecco a voi il nuovo video dei CRADLE OF FILTH, ma solo perché vi vogliamo bene

20 maggio 2015

backstreet’s back, alright!

Come abbiamo più volte ripetuto, noi vogliamo bene a tutti i nostri lettori e quindi teniamo in particolare considerazione le ragazzine col piercing al labbro, una fascia di pubblico che ci segue tantissimo perché spera che un giorno o l’altro pubblicheremo una foto di Michele Romani a petto nudo che spacca la legna. Aspettando che ciò accada, però, le intratteniamo col nuovo video dei Cradle of Filth, in cui c’è Dani vestito da personaggio di Tim Burton, un’estetica da sigla di Dexter, i soliti puttanoni e pure un batterista pelato che fa le faccette. Il batterista è quello dei Masterplan, giusto per capire di cosa stiamo parlando. Non ci sarebbe molto da dire perché è il solito pezzo degli ultimi Cradle of Filth, un thrashettone tupatupa con delle parti orchestrali orrorifiche ficcate in mezzo a viva forza e l’onnipresente voce di Dani Filth che non sta zitto un attimo tranne che per alternarsi con le parti di voce femminile. Il pezzo non è neanche orribile, è proprio che secondo me non ha senso di esistere; ma è un parere personale. Qui però sfidano la mia pazienza citando Queen of Winter Throned, uno dei loro picchi assoluti, dall’ep del 1995 Vempire, e un po’ di accanimento verrebbe pure. Però oggi mi sento buono, quindi farò finta di niente. Il pezzo si chiama Right Wing of the Garden Triptych ed è tratto dall’imminente nuovo album Hammer of the Witches. Buona visione, dai.  (Guarda il video)

E CHI SE NE FREGA #8

20 maggio 2015
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Mai più senza: il pupazzetto con la testa che dondola di Bret Michaels

Cari bambini, bentornati a E chi se ne frega, la rubrica spudoratamente copiata da ‘Cuore’ che raccoglie i titoli più stupidi e inutili apparsi su Blabbermouth, sito che un tempo – tra un approfondimento sulla collezione di scarpe di Tarja Turunen e una dichiarazione di David Draiman sull’Italicum – ti consentiva di rimanere ragionevolmente aggiornato e magari di scoprire pure qualche gruppo nuovo. Oggi il portale (non so se viene ancora fatto come secondo lavoro dal solo Borivoj Krgin, che in un’indimenticabile intervista raccontò di non potersi permettere una vita sociale perché sempre impegnato ad aggiornare il sito) ha come stella polare i gusti musicali dell’adolescente svantaggiato americano medio e indulge sempre più in tentativi di click-baiting demenziali, a meno che milioni di persone non siano effettivamente interessate a sapere”perché Max Cavalera ha lasciato la Roadrunner (non gli rimborsavano i burrito?)” o “perché i Motley Crue non sono interessati a entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame“. Ovviamente i due titoli di cui sopra non me li sono inventati. Così come non mi sono inventato:

I VOLBEAT non hanno ancora prenotato lo studio per il prossimo album

E non mi sono inventato nemmeno:

JUDAS PRIEST: Glen Tipton adora pescare

Totonno o’ strunzo all’erta, pregiudicato imprenditore di Marcianise che abbiamo assunto come chief financial officer (prima ci portava le pizze a domicilio ma, dato che riusciva sempre a fotterci sul resto, abbiamo deciso di premiare il suo talento contabile), ha commentato che pure a Rob Halford ce piace o’ pesce ma la redazione si dissocia da questa battuta omofoba e di dubbio gusto.

Ma forse la mia è falsa coscienza e desiderate davvero apprendere che:

Gli ASKING ALEXANDRIA hanno iniziato a suonare dal vivo con il nuovo cantante

Taylor Momsen (THE PRETTY RECKLESS): non sappiamo ancora se incideremo quell’album acustico:

Taylor Momsen sarebbe la smutandata qua sotto: (Leggi tutto)

Carne arrosto, metallo e transumanza: TUBE CULT FEST 2015 (Pescara)

19 maggio 2015

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Non abbiamo mai spiegato perché, al momento di abbandonare il moniker Metal Shock, abbiamo scelto l’attuale Metal Skunk. Certo ci faceva piacere l’assonanza, e sono chiarissime le varie sfumature del termine skunk, ma la cosa fondamentale è che in inglese skunk vuol dire puzzola. La puzzola è piccola, brutta, fetente, maleodorante e incazzosissima; sta sempre per i cazzi suoi e odia tutti; se qualcuno di indesiderato le si avvicina, lei spruzza un fetido liquido a base di zolfo dalle ghiandole anali, capace di arrivare fino a 3 metri di distanza e di far scappare via persino orsi, lupi e, chiaramente, uomini. Ciccio promise di disegnare una puzzola da mettere sull’header del blog, e confidiamo che un giorno lo farà.

Questa piccola premessa per dire che una situazione come quella del Tube Cult Fest è davvero tutto ciò che possiamo desiderare da un festival, e non ce lo saremmo perso per nulla al mondo: 150 persone a sera, in due pub minuscoli nel centro di Pescara convenzionati con un’arrosticineria, con la maggior parte dei gruppi già sentiti giusto di nome e per headliner i Belzebong, una band che di solito i festival al massimo li apre, ma che nei nostri cuori meriterebbe di ricevere posizioni altissime al Wacken, all’Hellfest e pure al festival di Sanremo. Per la serie: gli altri si prendano pure aquile minacciose come simbolo, sushi e supergruppi su superpalchi; noi preferiamo puzzole, arrosticini di pecora e gruppi per fattoni in provincia.

L’appuntamento è alle 20.30 a un’arrosticineria che si chiama Il Signore delle Pecore, convenzionata con il festival. Metal Skunk era presente con me, Ciccio Russo e il Masticatore, insieme ad alcuni true believers come l’eroico Roberto Angolo, nella cui casa ho trovato rifugio per dormire, smaltire le devastanti conseguenze mattutine dopo due cene a base di arrosticini e subire tremila fatality a Mortal Kombat X. Il Tube Cult è un Roadburn in piccolissimo: tutto organizzato in due pub a dieci metri di distanza l’uno dall’altro, in una tranquilla e isolata stradina del centro di di Pescara, con tanto di libretto gratuito con scaletta, mappa e descrizione dei gruppi; l’unica differenza è che, dato il costo abbordabilissimo della manifestazione (13 euro!), tra il pubblico c’è un ampio catalogo di gente che sembra capitata lì per caso, giusto per sostenere gli sforzi dell’organizzatore Davide Straccione o perché, magari, non aveva niente di meglio da fare e in provincia spesso i fine settimana vanno un po’ così.

haunting greenIl primo gruppo a cui riusciamo ad assistere sono gli HAUNTING GREEN, un duo friulano (o veneto?) con una ragazza alla batteria: praticamente gli White Stripes che siamo fieri di meritarci. Non li avevo mai sentiti prima e rimango estremamente sorpreso: suonano un doom psichedelicheggiante abbastanza oscuro da giustificare la parolina ambient che ricorre qua e là nelle descrizioni della band. In sostanza è musica per fattoni, di quella che piace a noi, e di sicuro gli Haunting Green sono la scoperta più bella del festival, almeno per quanto mi riguarda. Un plauso soprattutto alla batterista, sia perché molto brava sia perché padrona di un gigantesco rottweiler che, mi si dice, pare fosse presente anche al festival.

Facciamo un salto al Maze, il locale più piccolo, giusto per vedere com’è. Stanno suonando i BEMYDELAY, di cui riesco a sentire giusto qualche nota prima di venire ri-trascinato all’Orange per il concerto degli UNHOLD, apprezzatissimi dai personaggi a cui mi accompagno. La band svizzera però non è esattamente il mio genere: post-qualcosa vecchio stile, quadratissimo, con quella tipica voce monocorde, eccetera. Loro poi non sembrano svizzeri; anzi, sembrano proprio abruzzesi. Massicci come giocatori di rugby, barbe e capelli nerissimi, grugno incazzoso, tenuta di palco stile adesso scendiamo giù e vi spacchiamo i denti a ginocchiate: un po’ lo stereotipo dell’abruzzese, si potrebbe dire, anche se guardandoci intorno lo stereotipo tende a confermarsi. In particolare c’era uno dei soggetti del pubblico, che qui ovviamente non descriveremo nei dettagli, che rispecchiava in pieno lo stereotipo e che abbiamo soprannominato JU CINGHIALOTTU. Considerata l’atmosfera del festival, capirete che io sono andato in giro due giorni dicendo “sono ju cinghialottu, magnu ji arrushticini e vado aju congertu”, come un deficiente. Non citiamo altri soggettoni tra il pubblico perché eravamo in pochi e poi magari quelli leggono e si riconoscono, ma JU CINGHIALOTTU non potevo proprio tralasciarvelo.  (Leggi tutto)

Tris di live report: NECROPHOBIC @Traffic, ZU @Init e KING DUDE @Dalverme

15 maggio 2015

crash-on-the-couchNecrophobic/ Mutant Safari/ Voltumna @Traffic, Roma, 2.05.2015

Lo scorso weekend ho ospitato un couchsurfer spagnolo. Si chiamava quasi come me: Francisco Rubio. Voleva stare da qualcuno appassionato di musica che gli facesse da guida nei bassifondi sonori dell’Urbe. Chi meglio di me, dunque. Appassionato di hardcore e post rock, Francisco afferma di non essere mai stato a un concerto death o black in vita sua, quindi lo porto al Traffic a vedere i Necrophobic. Arriviamo in tempo per i Mutant Safari, il secondo gruppo di supporto, che conoscevo solo di nome e mi sono piaciuti abbastanza. Si definiscono deathcore e uno quando sente ‘sto termine pensa sempre alla solita sbobba con i ritornelli puliti e lagnosi. Invece è deathcore in senso letterale e quindi giusto: death/grind cattivissimo con pesanti influenze post-hc. Il cantante ha un look crustone e vomita rabbia su un pubblico purtroppo non delle grandi occasioni a causa del ponte del primo maggio. Mi ricordano una sorta di versione meno tecnica dei Burnt By The Sun. Davvero niente male.

Gli svedesi salgono sul parco con alla voce il redivivo Anders Strokirk, che aveva cantato sul debutto The Nocturnal Silence per poi lasciare il posto a Tobias Sidegard, buttato fuori due anni fa dopo essere finito sotto processo per aver menato la moglie. La scaletta alterna brani della produzione più recente (che ammetto di non conoscere bene) e vecchi classici come Darkside e Revelation 666, che ci smuovono decisamente di più. Non una prestazione memorabile, a esser sinceri: Strokirk non è al massimo della forma e si sente l’assenza di una seconda chitarra, anche perché il basso non è presentissimo. Francisco è colpito dalla relativa quantità di belle figliole presenti e dice che adesso inizierà anche lui ad andare ai concerti death/black. Io mi astengo dallo spiegargli che non è sempre così perché la nostra missione è sempre cercare di portare nuove anime al Demonio.

Caterina_Palazzi-592x395Zu/ Caterina Palazzi @Init, Roma, 3.05.2015

Il giorno dopo si va all’Init per gli Zu, di cui Francisco è un grande fan. Era incuriosito anche da Caterina Palazzi, contrabbassista romana dalla creatività eclettica e irrequieta che porta sul palco il progetto Sudoku Killer. Il relativo disco mi era pure capitato per le orecchie. Atmosfere tra free jazz e colonne sonore da B-movie. Affascinante anche per chi non è avvezzo al genere. Sarà almeno la terza volta che vedo Caterina Palazzi dal vivo. Qualche anno fa avevo aiutato un mio amico a mettere su un blog sulla scena jazz romana. A livello operativo, intendo, non capisco quasi nulla di jazz. Nondimeno, ciò mi ha portato ad avere una buona cultura sul panorama capitolino (pur non essendo in grado di scrivere due righe sensate su, che so, John Coltrane) che mi tornava spesso utile quando, ancora non accalappiato, mi spacciavo per intellettuale decadente e raffinato con le turiste. Sa Satana quanti concerti di cui non mi fregava un tubo mi sono visto al Charity Café piuttosto che alla Casa del Jazz unicamente a scopo di libidine. Poi le suddette turiste, tornate in Arkansas, mi aggiungevano su facebook e scoprivano che postavo solo video dei Cannibal Corpse e post di Matteo Ferri sul folk/black uzbeko. (Leggi tutto)

Matt Pike si mette una maglietta e salva il mondo dagli alieni

14 maggio 2015

High On Fire

La notizia è di quelle che ridefiniscono intere categorie esistenziali e consolidati limiti spazio-temporali: Matt Pike ha indossato una maglietta. Ma attenzione, non si tratta di una delle solite canottiere sporche di ketchup e birra con cui talvolta capita di incontrarlo dopo i concerti. No, stiamo parlando di una t-shirt vera e propria, tipo quelle utilizzate da noi comuni mortali.
L’incredibile evento è stato immortalato nelle foto promozionali del prossimo album degli High On Fire, Luminiferous, in uscita il 23 giugno via eOne Music. Stando alle immagini, Pike sembra aver quasi ultimato la metamorfosi in Danny Trejo, anche se i baffoni alla messicana non sono una sorpresa per chi ha avuto la fortuna di vederlo all’opera ultimamente.

Registrato presso i GodCity Studios del fido e sapiente Kurt Ballou, il successore di De Vermis Mysteriis è anticipato dal singolo The Black Plot, probabilmente il pezzo più ignorante uscito nella prima metà del 2015: solito sound grasso e furioso, ritmica serratissima e headbanging assicurato. (Leggi tutto)

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