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JUDAS PRIEST – Reedemer of Souls (Sony Music)

15 settembre 2014

(Testi di Ciccio Russo, Cesare Carrozzi e Trainspotting)

Redeemer-of-souls-album-cover-art-1280CICCIO RUSSO: l’ipotetico lato A oscilla tutto tra il “quasi fico” (Halls of Valhalla) e il “carino, dai” (lo scontato ma gradevole mid-tempo March of the Damned). A partire dalla seconda metà si inizia purtroppo a sbadigliare, con pezzi spenti e noiosetti che confermano per l’ennesima volta che non bisognerebbe pubblicare dischi di un’ora e passa di durata quando non si hanno idee sufficienti manco per trenta minuti. Nondimeno, Redeemer of Souls resta probabilmente il miglior lavoro dei Judas Priest dai tempi di Jugulator, superiore sia a quel moscio compitino di Angel of Retribution, primo frutto della reunion con Rob Halford, che a Nostradamus, estenuante concept sbrodolone che già avrebbe dovuto far capire ai veterani inglesi che la grandeur epica è nelle loro corde solo fino a un certo punto. E, proprio come avvenne per Jugulator, l’innesto di un nuovo membro (Richie Faulkner, sostituto del dimissionario KK Downing) ha apportato qualcosina in termini di di freschezza, per quanto la band abbia scelto stavolta di non rischiare troppo e muoversi sui rassicuranti solchi degli stilemi classici codificati da Screaming for Vengeance e Defenders of the Faith. Lo stesso Halford si mantiene prudentemente sotto tono ed evita prodezze vocali che, dal vivo, non è forse più in grado di garantire. Ho ascoltato pareri molto delusi e riesco a comprenderli solo in parte. Redeemer of Souls non è chissà quanto meno ispirato di un 13 ed è un ascolto decisamente più gradevole degli indigeribili mattoni simil-prog con i quali ci hanno ammorbato gli ultimi Iron Maiden. Da musicisti con oltre quarant’anni di carriera alle spalle non è lecito pretendere molto di più, soprattutto se si considera che questo album lo hanno fatto soprattutto per loro stessi. I Judas Priest non hanno certo bisogno di continuare a incidere nuovo materiale per pagarsi l’affitto come i (inserire nome a caso di gruppo di cabotaggio medio/alto, preferibilmente estremo, nato negli anni ’90). Poi, certo, sarebbe meglio se si tenessero lontani dallo studio e si limitassero a suonare i classici dal vivo, finché il fisico glielo consente.  (Leggi tutto)

Radio Feccia #4: feet edition

12 settembre 2014

nel prossimo numero di Radio Feccia: intervista in esclusiva ai piedi di Cristina Scabbia

Infilare l’indice nelle dita dei piedi e poi annusarlo

A qualcuno piace fare una puzzetta e poi annusare l’aria circostante. Qualcun altro si scaccola il naso e poi si mangia quanto mietuto. Altri sono soliti infilarsi un dito nelle pieghe dei piedi per poi passarselo sotto al naso e gustarne la fragranza, come si fa con un bel tartufo bianco. Allo stesso modo infilerò questo doppio ciddì nello stereo. Sono in fremente attesa per l’uscita del disco tra Anneke e Lucassen e temo sarà una vera porcatona. Vi anticipammo la notizia qualche tempo fa, oggi sappiamo che il feto morto che i due daranno alla luce uscirà nei primi del 2015. I bellini hanno pure trovato un nome al ‘gruppo': The Gentle Storm. Ho pensato che è meglio essere fatalisti e tolleranti nei confronti di codeste associazioni a delinquere al punto che ora quasi ci spero nel fatto che possa venir fuori un troiaio di dimensioni epocali, come quando c’era Lulu. Resterei deluso dal contrario.

SYMPHONY X all’Opera

Posto che se la cosa non vi interessa siete delle persone brutte, cattive e malnatte, sia noto a tutti che i Symphony X, proprio in questi giorni, stanno entrando nel conclave dello studio di registrazione da cui verrà eletto all’unanimità il successore di Iconoclast. Ci fanno sapere di aver già pronti una decina di pezzi, che i testi ci sono e le idee pure, vanno solo assemblati nel modo più appropriato. Si sa anche che il nuovo disco, il cui nome non è ancora definito, sarà meno ricco di tecnicismi, tipici del precedente (che per questo motivo tanto mi ricordava l’insuperato Twilight in Olympus), e più una via di mezzo tra The Odissey e Paradise Lost. Istintivamente, all’idea storco un po’ il naso, ma vedremo.

So it is written, it shall be

Se neanche questa cosa vi interessa, oltre ad essere le personacce di cui sopra, dovete anche morire gonfi e soli in una pozza di piscio: i Manowar rientrano in studio per registrare un nuovo album! Di già? A quanto pare sì. (Leggi tutto)

La notizia del giorno: TOM WARRIOR disprezza gli ELUVEITIE

11 settembre 2014

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Non faccio la presentazione ufficiale degli Eluveitie perché a quanto ho capito sono un gruppo che ormai conoscono tutti o quasi. Me ne sono reso conto all’Hellfest, perché durante il loro concerto c’era la stessa quantità di gente che c’era ai Carcass – e molta, molta di più rispetto a quanta ce ne fosse per gli Enslaved o gli Impaled Nazarene. Del resto è anche comprensibile: gli Eluveitie rappresentano perfettamente tutto ciò che piace al metallaro medio da festival: parti sparate in growl stile ultimi Dark Tranquillity; violini, fisarmoniche, cornamuse, caroselli, odalismo e rutto libero; la giusta dose di gotico pipparolo grazie all’apporto della voce femminile (specie nelle ballatone con video strategico); una produzione scintillante courtesy of Nuclear Blast. Non sono sempre stati così, ma gli ultimi due Everything Remains ed Helvetios sì: gli è andata bene, e ora rimangono su questa linea.

Non c’è molto da dire quindi se Tom Warrior, loro connazionale, si è lasciato andare su facebook al seguente commento:

tom-gabriel-fischer-eluveitie - Copia

Più o meno:
Eluveitie = il pop commerciale incontra la colonna sonora di Titanic. E premi falsi.  (Leggi tutto)

Il nuovo pezzo degli EXODUS non convince proprio tantissimo

10 settembre 2014

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Se gli Exodus fossero finiti tutti in una clinica per disintossicarsi dalle anfetamine dopo Tempo of the damned e questa Salt the wound (con Kirk Hammett, che fece un passaggio tra le loro file prima di sostituire Dave Mustaine nei Metallica, ospite con un assolo; in un altro brano c’è Chuck Billy) fosse il primo loro segno di vita da dieci anni, starei sparando i botti. La realtà è che in mezzo ci sono stati i tre dischi con il defenestrato Rob Dukes alla voce, che contengono pezzi molto migliori di ‘sta canzone. Dischi nei quali avevano provato a sperimentare, a volte in modo forzato (The atrocity exhibition), altre in maniera ispirata (Exhibit B). So che c’è un sacco di gente che i botti li ha sparati quando è tornato il cantante di Fabulous Disaster e capisco il loro punto di vista. Però non vorrei che, rientrato Steve Souza, la band si adagi sul revivalismo. Perché Salt the wound ricorda più il disco degli Hatriot che le ultime cose degli Exodus. È carina, per carità, ma Gary Holt l’avrà scritta in mezz’ora mentre stava guardando il Super Bowl da scoppiato: (ascolta il brano)

Gli ELECTRIC WIZARD e i CANNIBAL CORPSE conoscono i nostri punti deboli

9 settembre 2014

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Come i tatuaggi, ad esempio

Le mie aspettative per Time to die, alla luce delle anticipazioni girate nei mesi scorsi, non sono elevatissime. Sembra che gli Electric Wizard stiano cercando di fare qualcosa di diverso ma non si capisce benissimo cosa. In attesa di ascoltare il disco e farci un’idea più precisa, ogni occasione torna buona per ricordare che gli inglesi, da un punto di vista meramente concettuale, sono uno dei gruppi più fichi mai esistiti. E il video di Sadiowitch, un altro inedito che apparirà su Time to die, lo ribadisce nel miglior modo possibile, sollazzandoci con un trucido bignamino di quell’immaginario narcosatanista che tanto ci manda in solluchero.

Tipe, teschi, tipe coi teschi, tipe che si drogano, tipe che fanno vedere le tette, tipe che fanno vedere le tette mentre si drogano, sadomasochismo da club privè di terz’ordine, addirittura una specie di sciamano che tira di cocaina. Alla fine salta fuori pure il Diavolo. Il più bel video della storia, insomma: (guarda il video)

Fatti un selfie co’ stocazzo: cattive abitudini e il nuovo gruppo di Max Cavalera

9 settembre 2014
not enough war, not enough famine, not enough suffering, not enough natural selection

“Not enough war, not enough famine, not enough suffering, not enough natural selection…”

Monumenti storici e paesaggi incantevoli deturpati da doppi menti in primo piano. Un flusso ininterrotto di presenze umane che offuscano qualsiasi cosa di bello questo pianeta abbia da offrire. L’estate dei (delle?) selfie. Foto di cui non frega un cazzo a nessuno tranne a chi le ha scattate. L’anno scorso erano i piedi, mi pare. A mollo, nella sabbia, con i sandali e così via. Il prossimo anno chissà? Oggi, però, tutti con il telefonino in mano a circa un metro di distanza pronti a immortalare qualsiasi cosa con sopra la propria faccia: il selfie con la torre di Pisa, quello in barca, quello immancabile con lo spritz e quello con il biglietto aereo in mano. Ovunque, sempre, comunque. E poi le persone che dicono questa parola, la ripetono: “dai vieni che ci facciamo il selfie al tramonto” “ahò, ma te lo sei fatto il selfie col faro?” (mo’ spiegatemi che cazzo è il selfie col faro). Se il senso ultimo è assicurarmi che siete stati in vacanza vorrei tranquillizzare tutti: giuro che ci credo, sono assolutamente certo che vi siate divertiti tantissimo. Non penso di essere degno della vostra gioia però, tenetemene fuori. Le canzoni che ascolto io, quando, va bene parlano di nasi rotti e cuori distrutti, tutta questa felicità mi rende instabile. (Leggi tutto)

ACCEPT – Blind Rage (Nuclear Blast)

8 settembre 2014

acceptblindragecoverbig_638Quella degli Accept è stata una delle pochissime reunion che ha avuto senso da un punto di vista creativo. Wolf Hoffman aveva fame, aveva voglia di spaccare i culi. Avrebbero dovuto chiamarlo per Expendables 3, ci sarebbe stato benissimo. E, nel ruolo improbo di sostituire un’icona come Udo (che, viaggiando, ho scoperto avere una fittissima attività live estiva nei raduni di biker nei Balcani e un raduno di biker nei Balcani con Udo è decisamente una cosa da fare prima di morire), Mark Tornillo è stato un grande acquisto. Non cerca di imitare l’ingombrante predecessore ma ha uno stile perfetto per come suonano oggi i tedeschi, impegnati a rileggere i canoni da loro creati con arrangiamenti più tirati e moderni, conservando sempre un’inattaccabile aura di classicità. Non mi viene in mente un gruppo di quella generazione che sia invecchiato meglio.

Blind Rage, all’inizio, mi era sembrato inferiore ai due precedenti. Mi era sorto un paragone con White Devil Armory degli Overkill, un passo indietro fisiologico dopo due dischi della madonna di seguito. Forse perché il titolo e la copertina si erano rivelati fuorvianti. A parte il singolo Stampede, l’album è meno aggressivo di Blood of the Nations e Stalingrad e approfondisce la componente più cupa e crepuscolare della personalità degli Accept. Mancano gli inni birraioli alla Teutonic terror, si va soprattutto di mid-tempo epici e solenni, arpeggi, ritornelli piacioni per abbracciare più forte la milf divorziata con figli che avete rimorchiato da sbronzi in un bowling di Würzburg. Poi, con gli ascolti, cresce e non ti molla più. Inizi a soffermarti sui dettagli, quei dettagli che fanno il disco, come l’attacco anni ’60 di From the ashes we rise, l’assolo di Final Journey, dove Hoffman riprende Il mattino di Grieg (Dopo Per Elisa su Metal Heart e l’inno nazionale russo su Stalingrad) o il filosoficamente importantissimo testo di The curse, che parla di come sia una maledizione essere buoni e comportarsi bene. Perché, ragazzi, provare a vivere secondo i dettami del metallo tetesco non è mica semplice. Devi sempre essere in grado di superare le inevitabili avversità con bonomia e spirito positivo come ti ha insegnato Wolf Hoffman (Leggi tutto)

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