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Un nuovo singolo dei VOIVOD merita un articolo a prescindere

28 gennaio 2015
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Le copertine di Away sono sempre bellissime e non permettetevi nemmeno di pensare il contrario

 

We are connected è la prima registrazione dei Voivod con il nuovo bassista Dominque Laroche, al quale è stato assegnato, come da tradizione, un nomignolo breve e scemo: Rocky. L’addio di Blacky è stato un po’ una mazzata. Erano stati il suo ritorno e la sua sinergia con Chewy a far sì che incidere un disco senza quello che era stato il principale compositore della geniale band di Jonquière (il defunto Denis D’Amour) non partisse come un azzardo pericoloso. Ma, un po’ come i Venom e, almeno dal vivo, gli Slayer, i Voivod sono un’entità che può anche prescindere dalla formazione di turno. O almeno così mi piace credere, da fan esagitato dei canadesi volanti quale io sono. (Leggi tutto)

Sopravvissuti agli anni ’90: Brant Bjork e Monster Magnet

28 gennaio 2015

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Una strisciante voglia di revival anni ‘90 e la similarità di alcune band oggi piuttosto in voga (Red Fang, Mastodon nuovo corso) sembrano aver rimesso in moto la dune buggy guidata dalle vecchie glorie dello stonerone prima maniera. Se la spinta iniziale è stata un po’ nostalgica (nessuno ne è immune), c’è da dire che il valore medio delle varie release si sta rivelando piuttosto alto e ha riservato anche grosse sorprese in positivo (Karma To Burn, Fu Manchu, il singolo degli Sleep). Negli ultimi due anni (molto spesso grazie alla Napalm Records, sotto la quale escono anche i due album di cui si parla oggi), abbiamo rivisto in gran forma gente che da circa un decennio sembrava aver imboccato un dignitoso, quanto inesorabile, viale del tramonto. Fra questi ci sono Brant Bjork e Dave Wyndorf, entrambi veterani della scena e rappresentanti di modi differenti di interpretare la materia che potremmo facilmente riassumere nella dicotomia East/West coast.

A rappresentare la costa Ovest abbiamo Brant Bjork che, grazie a Vista Chino, è ritornato dopo parecchio tempo a mettere il proprio nome su un album di una certa sostanza. Il musicista di Palm Desert è uno dei cardini dell’intera scena fin dai suoi inizi ed ha suonato su svariati fra migliori capitoli della saga dello stoner rock (e sul suo capolavoro assoluto Sky Valley). La sua prolifica carriera solista post Fu Manchu tuttavia non presenta episodi davvero memorabili (ad occhio direi l’esordio Jalamanta e Saved By Magic a firma BB & The Bros, che forse però finisce qui più per l’eccezionale qualità live di quella formazione che per il disco in sè). Il sound del Bjork solista, partendo dall’imprescindibile psichedelia desertica, è con il tempo ripiegato verso un hard rock più classico, sempre fico ma mai trascendentale. Il nuovo Black Flower Power firmato in collaborazione con una fantomatica Low Desert Punk Band (nome della band e titolo dell’album, entrambi fichissimi) rimane un po’ nel solco di quelle cose e, pur avendo parecchi riff azzeccati e una ritrovata pesantezza, sembra mancare di quel qualcosa che potrebber portarlo ad un livello superiore. Per dire, alcuni dei brani con un Garcia alla voce avrebbero avuto tutt’altra efficacia complessiva. Tirando le somme, l’episodio migliore dell’album è la conclusiva Where You From, Man che nella sua natura di semi-cazzeggio riporta un po’ tutto a casa, è roba grezza, fatta per essere sparata a palla delle casse di una decappottabile mentre sei intento a guardare culi formosi di ragazze latinos che vanno sui pattini di un qualche lungomare della California del sud. Che poi è proprio quello che noi a Metal Skunk facciamo quotidianamente, che noi siamo mica gente che passa le serate da sola con le cuffie a scrivere per un blog di metallari. (Leggi tutto)

ANGRA – Secret Garden (Edel Music)

27 gennaio 2015

angra-secretgarden-coverMah. Secondo me i pezzi migliori dell’album sono quelli dove canta Rafael Bittencourt. Non pensavo fosse così bravo, onestamente. Sapevo che tempo addietro aveva messo su questo progetto parallelo a suo nome dove cantava pure, però non m’era mai venuta la fantasia di dargli un mezzo ascolto. Eppure canta bene, non la classica voce che uno d’istinto assocerebbe agli Angra, cioè tutta sparata su note inarrivabili, ma con una buona estensione ed un certo calore, quel tipo di voce che si lascia piacevolmente ascoltare e che sta bene proprio in quel paio di pezzi che non rientrano esattamente nel repertorio tipo dei nostri.

Perchè, vedete, mo’ questi hanno preso Fabio Lione come cantante e gli fanno cantare sei pezzi su dieci; i restanti quattro li canta Bittencourt e due di questi sono pure i migliori del lotto (Violet Sky e Crushing Room, in coppia con Doro Pesch).  Ripeto: mah. Che poi Lione non è mica male, ci mancherebbe. Però non c’entra davvero nulla con gli Angra e tutte le sacrosante volte che ho ascoltato le tracce dove canta lui mi sono sempre venuti in mente quegli italiani un po’ così che vanno in Brasile a puttane una settimana l’anno e finiscono per rimanerci sotto con una famiglia qui ed una lì, oppure semplicemente lì, finiti (in tanti sensi) a mangiare churrasco in qualche chiosco in riva all’oceano con una camicia a fiori aperta fino all’ombelico ed una panza tanta mentre la “fidanzata” chiattona s’abbotta di  picanha e guarda una qualche telenovela melodrammatica sudamericana allucinante (Leggi tutto)

Frattaglie in saldo #24: the great re-capitulation

26 gennaio 2015

Il 2014 è finito da un po’ ormai e penso sia giunto il momento di rendere gloria a tutti quei dischi usciti l’anno scorso (e sono parecchi) che, per un motivo o per l’altro, non hanno ottenuto lo spazio che meritavano. A mente fredda posso tranquillamente dire che il 2014 è stato un anno fondamentalmente del cazzo per quanto concerne il metallo: tanti dischi come al solito, ma di gemme vere e proprie se ne sono viste pochissime. Il resto è stato un susseguirsi di compitini ben fatti, mediocrità, mezze puttanate and so on. Grazie al Demonio però di roba buona ce n’è stata, tutta o quasi concentrata nella seconda metà dell’anno. E proprio su questi dischi intendo darvi delucidazioni, ché a Metal Skunk non lasciamo mai le cose a metà.

465480Iniziamo con i THANATOS, di cui vi parlai qui. Global Purification suona esattamente come me l’aspettavo: death metal di matrice anni ’90, europeo che pure la Merkel s’è commossa, quadrato e robusto. Li si potrebbe accusare di scarsa originalità e tutte quelle menate che puntualmente sento pronunciare in giro quando si parla di dischi di questo tipo, poi vai a vedere e gli autori di cotanta sapienza c’hanno la maglietta dei Periphery e fondamentalmente non capiscono un cazzo di come gira il mondo. Non che ci sia granché da dire su un disco come questo, intendiamoci, se masticate un minimo il death metal e conoscete i Thanatos sapete già cosa aspettarvi. Viva il death metal.

406541Rimaniamo su coordinate di ignoranza e cafonaggine con i BOMBS OF HADES; il loro Atomic Temples è uscito a maggio e, non so per quale motivo, mi è sfuggito del tutto. È strano, considerando che la loro discografia è di tutto rispetto, pur essendo ancora abbastanza risicata. Questi ragazzi tra l’altro hanno in forze il buon Jonas Stålhammar, valente cantante che prestò i propri servigi ai The Crown in occasione di Doomsday King (salvo poi essere defenestrato in occasione del ritorno di Johan Lindstrand). Ed è proprio con loro che i Bombs Of Hades condividono più di un aspetto. Fin dalla prima nota salta all’orecchio quell’attitudine in your face che sa di rock’n’roll lontano chilometri. Death misto a thrash con una spruzzata di crust e tutte quelle cose che a noi piacciono tanto. Da tenere d’occhio.

404881Chiudiamo la carrellata di sozzume e maleducazione con i MIASMAL. A loro sono particolarmente affezionato avendo avuto l’occasione di vederli in sede live durante la mia calata capitolina con gli eccellenti Ciccio Russo e Trainspotting. Cursed Redeemer è il secondo full di questi svedesi aficionados del death più truculento made in Svezia. Il disco è un tripudio di chitarre zanzarose e tupa tupa alla primi EntombedMi rendo sempre più conto di come sia impossibile per me non apprezzare dischi come questo, pur essendo conscio che non spostano il discorso di mezzo millimetro. Sarò io ignorante o poco incline alle novità, ma per me lavori di questo tipo sono come la pasta al sugo della nonna: semplice e forse banale ma cazzo se è buona. (Leggi tutto)

Chiamata alle armi: MANOWAR @St.Jakobshalle, Basilea (CH) 18.01.2015

23 gennaio 2015

I trent’anni sono un giro di boa per tutti. Lo so che ve lo dicono da sempre, ma volevo confermare il concetto: è così. Vedi intorno a te gente che cambia per il lavoro, cambia per le femmine, cambia per le circostanze, cambia perché – ed è la cosa più grave – è convinta che a trent’anni si DEBBA cambiare, per qualche regola non scritta ma ugualmente cogente la cui non osservanza comporterebbe la perdita della propria virilità o che so io. “Non siamo più ragazzini, dai. Fai la persona seria. Abbiamo trent’anni”, e stacce. Anche noi che, come già detto, abbiamo il metallo, non siamo immuni a questa cosa. Gente che prima accendeva lo stereo in macchina anche solo per raddrizzare la macchina nel parcheggio adesso magari non si fa un concerto manco se glielo mettono gratis sotto casa. Per questo è importante ricordarsi costantemente chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare a parare. Una trasferta per un concerto dei Manowar a trenta (e passa) anni assume quindi un valore simbolico che va molto al di là della usuale sfacchinata rock’n’roll che ti fa sentire a posto con te stesso e ti fa guadagnare punti-Valhalla. A un concerto dei Manowar ci si conta; ci si guarda dentro, sperando di trovare le conferme che ti servono per capire che tu sei sempre tu, e che sei diventato quello che a sedici anni speravi di diventare.

Farei concidere idealmente l’inizio dell’esperienza alla sera del giorno prima, che sarebbe dovuto essere il gran giorno della calata romana degli At The Gates ma che, dopo la cancellazione dell’evento, si è trasformata in una cena tra me, Ciccio e Charles a base di una pasta con polpette, mezzo chilo di ‘nduja e caciocavallo beneventano che ci ha fatto incamerare aria sufficiente per scoreggiare tutta la durata del viaggio. È un mondo difficile. A quel punto, anche se avremmo potuto tranquillamente arrivare a Basilea coi nostri jetpack rettali, abbiamo preferito usare il biglietto Ryanair perché era peccato buttare i soldi. Però atterriamo con quasi un’ora di ritardo e, tra una cosa e l’altra, iniziamo a temere di fare tardi perché il concerto comincia alle SETTE DI POMERIGGIO. Capisco che nella Mitteleuropa la gente tende a non fare un cazzo dopo il tramonto però un concerto alle SETTE DI POMERIGGIO è la cosa meno rock’n’roll che mi sia capitata di esperire. Noi arriviamo puntualissimi, proprio in tempo di sentire l’attacco di Manowar mentre mettiamo piede nel palazzetto; che è bellissimo: enorme, con gli spalti, spazi larghissimi, ottima acustica e tre supermegaschermi HD come non ne avevo mai visti. Ci sono migliaia di persone, ma come era prevedibile riusciamo ad arrivare tra le prime file in cinque minuti, sempre sventolando la bandiera che vedete raffigurata su. Le scritte sono state fatte da Ciccio quella mattina stessa, quindi le sbavature che vedete sono frutto della concitazione e del fatto che, non avendo pennelli a punta grossa, per riempire i bordi ha preferito versare mezzo litro di inchiostro di china. Avete una minima idea di che puzza faccia l’inchiostro di china? Io avevo quella cosa nello zaino e all’aeroporto avevo il terrore che la Digos mi sparasse addosso. Al concerto copriva addirittura la potentissima puzza di metallaroTM e ha creato un cerchio di panico attorno a noi. In questo, quanta parte abbia avuto la nduja del giorno prima non è esattamente quantificabile. Però sia Eric Adams che Joey DeMaio ci hanno più volte indicati, quindi ne è valsa la pena.  (Leggi tutto)

Radio Feccia #11

22 gennaio 2015
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E dai, Paul, potrebbe essere tua pronipote

Il ritorno alla realtà dopo un concerto dei Manowar non è una cosa semplice. Devi trattenerti dal gridare all’improvviso “AND THEY… WERE THE METAL KINGS!” durante le occasioni conviviali, sebbene a mio giudizio si tratti di un’ottimo modo per risollevare una conversazione, non puoi concludere le discussioni con argomenti invero solidissimi tipo “tanto io andrò nel Valhalla e tu no” e così via. Per riprendere contatto col mondo reale, vi ammannisco una nuova puntata della nostra simpatica rassegna stampa. Che Odino vi conservi.

Wes Scantlin dei PUDDLE OF MUDD si fa arrestare all’aeroporto per essere salito sul nastro trasportatore dei bagagli.

Il cantante ha la nostra solidarietà incondizionata perché tutti da bambini abbiamo pensato che salire sul nastro trasportatore dei bagagli dovesse essere meglio delle montagne russe. La sicurezza dell’aeroporto di Denver è stata purtroppo di diverso avviso e ha arrestato Scantlin, poi rilasciato grazie a un fan che ne aveva pagato la cauzione, anche perché il gruppo avrebbe dovuto suonare in città quella sera e, a causa del ghiribizzo del frontman, è stato poi costretto a iniziare lo show in ritardo, con parte del pubblico che aveva nel frattempo levato le tende. Il promoter ha giurato che non li scritturerà mai più. Scantlin è un po’ uno scavezzacollo e ha avuto svariati problemi con le guardie in passato. Pippa come un’aspirapolvere, mena la (ormai ex) moglie e ogni tanto collassa sul palco e si mette a rissare col pubblico. A noi piace però ricordare soprattutto la volta che, due anni fa, fu arrestato per aver cercato di demolire la casa del vicino con una motosega e un martello pneumatico.

Fuori il singolo nato dalla collaborazione tra i KISS e il gruppo di barely legal giapponesi Momoiro Clover Z.

Il risultato è esattamente quello che vi aspettate: un incrocio tra un pezzo dei Kiss e le sigle degli anime anni ’80, alla cui estetica si ispira la prima parte del video. Gene Simmons in versione giappa sembra un personaggio di Go Nagai.

Due tizi fanno sesso sul palco durante un concerto dei DEAD KENNEDYS.

Il fattaccio è avvenuto una settimana fa Solana Beach, in California. La coppia rischia di essere denunciata per atti osceni in luogo pubblico ma non credo nessuno sporgerà querela. Va bene il puritanesimo americano ma, se ascolti i Dead Kennedys, non ti scandalizzi per uno che pratica del sesso orale alla sua amichetta in pubblico. (Leggi tutto)

La ditta Lucassen-van Giersbergen apre i battenti

21 gennaio 2015

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Ci viene ‘gentilmente’ offerto un primo assaggio dal doppio (presunto) polpettone, in uscita nei prossimi mesi, figlio delle nozze chimiche tra Arjen e Anneke, denominate evocativamente The Gentle Storm. Il concept è abbastanza lapalissiano, le lyrics scorrono col pilota automatico inserito ma, nel complesso, il pezzo proposto non mi sembra manco tutta ‘sta ciofeca. ‘La cosa’ ci viene addirittura elargita in due versioni: la storm, che aspirerebbe ad essere quella più heavy, la cui impostazione a me ricorda certo progressive metal sinfonicheggiante di fine millennio, quello più riccardone per intenderci (ma pure certo gotico pipparolo di Tragediana memoria), e la versione gentle… Prescindendo dalla fantasia sfrenata ostentata dagli addetti al marketing, al momento mi sta piacendo più la versione moscia che, dunque, ci ascoltiamo subito: (Leggi tutto)

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