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Avere vent’anni: marzo 1995

31 marzo 2015

death

DEATH – Symbolic

Ciccio Russo: Non dimenticherò mai le sensazioni che provai la prima volta che ascoltai Symbolic. Avevo 14 anni, non possedevo ancora un lettore cd e avevo comprato la cassettina originale. Ero in pullman, stavo tornando da scuola a casa e, premuto il tasto play del walkman, sentii spalancarsi nella mia mente una porta su un altro mondo, uno straniamento quasi lovecraftiano. Avevo già iniziato a seguire il death metal da qualche mese (il battesimo di sangue era stato Covenant dei Morbid Angel) ma non avevo comunque mai ascoltato nulla di simile. Non era più solo questione di botta emotiva. Imparai a soffermarmi sul dispiegarsi dei singoli giri di basso, su ogni passaggio di batteria, su ogni accordo. Un anno dopo iniziai a suonare uno strumento. È ancora il mio disco preferito dei Death.

Luca Bonetta: Parlare di un disco come Symbolic in poche righe è un’impresa persa in partenza. Le cose da dire sarebbero tantissime e, a mio avviso, presuppongono un’analisi sommaria di ciò che i Death erano come band e di ciò che sono tutt’ora nell’immaginario di qualunque metallaro dotato di buon senso. Tutto quello che posso fare è limitarmi a dire che Symbolic è, per quanto mi riguarda, il lavoro migliore della band del buon Chuck, perlomeno per quanto concerne il secondo “periodo” della band. Crystal Mountain, Empty Words, Zero Tolerance sono alcuni dei brani migliori mai concepiti da mente umana, talmente avanti da risultare freschi pure oggi, a vent’anni suonati di distanza. Un disco semplicemente immenso di una band, concedetemi la retorica, scomparsa troppo presto, e la cui eredità è fondamentale per chiunque voglia approcciarsi al death metal nella veste di musicista e/o di semplice ascoltatore.

summoning lugburz

SUMMONING – Lugburz

Trainspotting: I Summoning, che sono uno dei più grandi gruppi mai esistiti, sono anche uno dei rarissimi casi in cui la discografia ideale parte col secondo album. Il debutto Lugburz ha buone idee e tutto, per carità, ma è in definitiva un disco black metal atmosferico come ce ne sono stati tanti, e tanti ce ne sarebbero stati. Ma soprattutto la batteria. I Summoning con la batteria sono come i Virgin Steele col dj che fa gli scratch, proprio una cosa tremenda da concepire. E infatti il primo album dei Summoning è Minas Morgul, facciamo i seri. Però Lugburz è un bel disco: riascoltatevelo, non sia mai scopriate di starvi perdendo qualcosa.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni – OPERA IX: The Call of the Wood (raccontato da CADAVERIA)

30 marzo 2015

callofthewoodNel 2015 compiono vent’anni anche alcuni album di band italiane ai quali ci sentiamo particolarmente legati. Abbiamo chiesto a chi ci suonò di condividere con noi i suoi ricordi. Cominciamo da Cadaveria, all’epoca cantante degli Opera IX, che proprio quell’anno esordirono con The Call of the Wood, uno dei dischi black metal più suggestivi e affascinanti mai usciti dal nostro Paese. A lei la parola (Ciccio Russo).

Ogni tanto mi sembra di avere vissuto più di una vita, tanto sono sbiaditi alcuni ricordi nella mia memoria. Per farli riemergere metto su questo CD e ne ascolto alcune parti. Non lo facevo da più di dieci anni, se non quindici. Vedo una band inesperta ma molto motivata registrare il suo primo full length in uno studio di Vercelli, uno studio che il Metal fino ad allora non lo aveva mai prodotto. Sfoglio il booklet e vedo la mia migliore amica in copertina indossare una testa di caprone realizzata ad hoc, prendendo il calco del suo viso. Quanto eravamo avanti! Ricordo gli scatti nei boschi biellesi. E vedo me stessa sotto un velo, in una foto che venti anni fa ha fatto molto parlare in un panorama estremo e prettamente maschile. Collo e petto disegnati dalle mani di Flegias con una matita nera per occhi. (Leggi tutto)

Avere vent’anni: FAITH NO MORE – King for a Day, Fool for a Lifetime

28 marzo 2015

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Vent’anni fa usciva King for a Day, Fool for a Lifetime e in un’intervista dell’epoca Mike Patton affermava: Abbiamo fatto quello che avevamo in mente di fare. Non so se avremmo dovuto farlo, ma almeno lo abbiamo fatto. Penso che questo sia un disco pop ed è ciò che il pubblico americano chiede, aggiungo io. Per capire entrambe le affermazioni bisogna andare con ordine, facendo un piccolo passo indietro nel tempo a quegli anni che vanno dal periodo post Angel Dust al ’95, provando a raccontare questa storia attraverso le parole dei membri della band.

Angel Dust fu l’ultimo album con Jim Martin alle chitarre; si sentiva parlare tantissimo di scontri e dissidi all’interno del gruppo sorti, secondo l’opinione di una cordata interna alla band, principalmente a causa dello stesso Big Sick Ugly Jim e correvano anche voci circa il possibile e improvviso scioglimento dei Faith No More. In realtà, lo dico per inciso, credo che Martin si trovò a ricoprire il ruolo non richiesto di capro espiatorio di una lunga serie di problemi sedimentati nel tempo che ora stavano venendo a galla. Sono anche anni di grande successo, la cui onda lunga partiva da The Real Thing (il video di Epic girava vorticosamente su MTV): in Europa AD era andato benissimo (in America un po’ meno) e la cover di Easy di Lionel Ritchie era in heavy rotation su tutte le radio. In quello stesso periodo Roddy Bottum (tastierista ed eminenza grigia dei FNM) confessa la sua omosessualità lasciando spiazzati gli altri membri del gruppo che non avevano subodorato nulla fino a quel momento, o almeno così andavano affermando. Solo Jim, il duro e puro, il macho del gruppo, pare se ne fosse accorto. Diceva Billy Gould, il bassista storico della band: Ho scoperto questa cosa leggendola su una rivista di musica. Io davvero non avevo capito che fosse gay. La cosa non era mai stata discussa prima, quindi un po’ mi sono incazzato. Non che essere gay sia un problema, ma non avrei voluto apprenderlo in questo modo. Credo di essermi sentito personalmente offeso. Bottum, per inciso, lasciò scemare la polemica dicendo semplicemente che nessuno glielo aveva chiesto. Ma in quegli anni Bottum era anche un consumatore accanito di eroina tanto che Gould stesso, l’amico d’infanzia, ebbe a dire: Nel periodo del tour di Angel Dust era un’altra persona e non il ragazzo che conoscevo da vent’anni. Non mi piaceva per niente. Si aggiunga alla lista dei problemi personali la morte del padre, la separazione dal suo fidanzato storico e il suicidio di due amici, uno dei quali sarà Kurt Cobain che, racconta, tenterà di dissuadere dal compiere atti estremi.  (Leggi tutto)

Avere vent’anni: SKID ROW – Subhuman Race

27 marzo 2015

Skid-Row-Subhuman-RaceNell’estate del 1991 muore un mondo fatto di spandex e capelli cotonati, ritornelli sbarazzini e sesso facile. Resta la droga, ma non è più questo gran divertimento. L’edonismo spensierato degli anni ’80 soccombe al micidiale uno-due rappresentato dall’uscita a stretto giro di Ten e Nevermind. L’epitaffio fu l’inutilmente elefantiaco Use Your Illusion dei Guns’n’Roses. L’ultimo colpo di coda prima del crollo fu invece lo straordinario exploit degli Skid Row, che nel giugno di quell’anno videro il loro secondo album, Slave To The Grind, schizzare in cima alla classifica di Billboard. Era dai tempi di Metal Health dei Quiet Riot che un disco hard’n’heavy non finiva al primo posto, sostiene Wikipedia. Hair metal (o street o glam o come accidenti lo vogliamo chiamare), indurito rispetto all’esordio omonimo ma pur sempre hair metal. Un filone già esaurito del quale Slave To The Grind si rivelò il definitivo capolinea.

All’improvviso nessuno sembrò avere più voglia di sentir cantare di donnine allegre e macchine veloci lanciate contromano sul Sunset Boulevard. Chi non desiderava sentirsi introspettivo e depresso a tutti i costi, avendo tuttavia gusti troppo mainstream per tuffarsi nel ribollente calderone death/black, trovò un faro nei Pantera, che nel ’94 sbancarono a loro volta la hit parade americana con Far Beyond Driven. Passato l’hangover, dopo una simile sbronza di successo, e già pesantemente lacerati dai conflitti interni, i ragazzacci del New Jersey iniziarono a domandarsi da che parte stare. Da Slave To The Grind erano passati oltre tre anni e un altro ellepì toccava tirarlo fuori. Sennò chi le sente le legioni di ragazzine che si erano innamorate del frontman Sebastian Bach, uno dei sex symbol maschili indiscussi dell’epoca, sulle note di Youth gone wild. La Atlantic, fiduciosa, li mise in mano a Bob Rock, non l’irascibile spalla di Alan Ford ma l’uomo dietro il Black Album dei Metallica. Il risultato fu un suicidio talmente clamoroso da suscitare una sorta di perversa fascinazione, un po’ come Cold Lake dei Celtic Frost. (Leggi tutto)

#Je Suis Black Pussy

26 marzo 2015

Rogo_della_strega

C’è un gruppo di fricchettoni stoner di Portland che si chiama Black Pussy. Un nome rock’n’roll come un altro, direte voi che non avete le tarme nel cervello. Invece due settimane fa i soliti sveglissimi attivisti dei miei coglioni pelosi e sudati hanno lanciato una petizione online per convincerli a cambiare nome, altrimenti avrebbero subito non meglio specificati boicottaggi. Sapete come funziona internet: la tensione è arrivata subito a un punto tale che la band, al momento in tour, è stata costretta a cancellare una data a Raleigh dopo aver ricevuto serie minacce di violenza fisica. Siamo negli Usa, lì qualsiasi demente può comprarsi una pistola, quindi c’era poco da scherzare. Al mio paese questo si chiama squadrismo. I Black Pussy hanno pure dovuto subire l’umiliazione di rilasciare un comunicato dove spiegavano che loro non hanno nulla contro neri, donne, pastafariani, etc. E grazie al cazzo, direte voi che non avete le termiti nell’encefalo. Sono dei fricchettoni stoner, per la puttana. Ma purtroppo al mondo ci sono un sacco di imbecilli fanatici e, ora che le loro manifestazioni di disagio mentale finiscono per fare massa critica sui social network (invece di far scattare Tso collettivi), non possiamo ignorarli. Non dobbiamo ignorarli.

La faccenda è talmente triste e deprimente che non ho manco voglia di aggiungere ulteriori particolari, oltre a non avere nemmeno la forza per commentare. Se volete approfondire, vi rimando all’articolo di Metal Sucks. Dico solo che ‘sta storia è un “segno dei tempi” estremamente preoccupante che non sono riuscito a non collegare alla questione della copertina “misogina” di Batgirl o all’altrettanto patetica censura dei “manifesti sessisti” a Roma. (Leggi tutto)

Radio Feccia #14

26 marzo 2015

nathan_metalocalypse

La quinta stagione di METALOCALYPSE non si farà

E questo è un durissimo colpo. Nel caso non lo sapeste, si tratta di una serie Usa a cartoni animati avente come protagonista un immaginario gruppo death metal, i Dethklok, “talmente famoso da essere la settima potenza economica mondiale”. Se non l’avete mai visto, vi perdete qualcosa di divertentissimo. Nonostante un successo che suppongo non indifferente (esiste un’incarnazione live dei Dethklok, con Gene Hoglan alla batteria, che va in tour per gli States a suonare i pezzi eseguiti dalla band nel programma, raccolti in due dischi che risultano essere gli album death metal che hanno raggiunto la posizione più alta di sempre nella classifica di Billboard), la Adult Swim ha deciso di non rinnovare lo show dopo la quarta stagione, che si era conclusa con il tenero Toki Wartooth (not a bumblebee), l’ingenuo, nonché psicotico, chitarrista norvegese, rapito e trasportato in una dimensione parallela non identificata da un’orda di demoni. Il creatore Brandon Small, che non ci ha potuto fare assolutamente nulla, ha giustamente aizzato l’internet, il quale ha risposto con una petizione online per spingere la rete a cambiare idea. Ovviamente ho firmato (EDIT: la lettrice Martina ci fa sapere che la sorte di Toki viene svelata nel musical Doomstar Requiem, che ammetto di non aver ancora visto, mea culpa).

Abbath mette gli IMMORTAL in ghiacciaia

Non essendo riuscito ad assicurarsi i diritti esclusivi sul nome, dopo l’addio di Demonaz e Horgh, il musicista andrà avanti con un progetto denominato semplicemente “Abbath”, che registrerà un nuovo disco entro l’anno prossimo e continuerà a esibirsi dal vivo.

Remember the fallen: A.J. PERO e SCOTT CLENDENIN

Alcuni giorni fa è morto a 55 anni A.J. Pero, batterista dei Twisted Sister, band la cui formazione era rimasta di fatto immutata a partire dal primo disco. Dee Snider ha fatto sapere che Pero è morto di un attacco cardiaco durante il sonno. Jay Jay French ha spiegato invece che i Twisted Sister dovrebbero partecipare ai festival già annunciati per quest’estate con un altro batterista per poi sciogliersi definitivamente nel 2016. Ieri ci ha invece lasciato Scott Clendenin, bassista altrimenti al di fuori del giro heavy metal che suonò su The Sound of Perseverance dei Death e aveva fatto parte della prima formazione dei Control Denied di Chuck Schuldiner. Aveva da tempo di problemi di salute. Clendenin aveva preso parte ai primi due tour del progetto Death To All, abbandonato nel 2013. Aveva 47 anni. Riposino nel paradiso della sezione ritmica, dove nessun chitarrista scrive assoli che durino più di quattro battute.

Gli IRON MAIDEN “estremamente ottimisti” sul recupero di Bruce Dickinson

Come saprete, il cantante ha concluso da poco un ciclo di cure per un tumore alla lingua, che era stato fortunatamente identificato nella sua fase iniziale. Secondo quanto comunicato dalla band, non c’è tuttavia ancora la certezza totale che il cancro sia stato eliminato al cento per cento e Dickinson dovrà restare lontano dai palchi per ancora qualche mese. (Leggi tutto)

Cosa fatta capro ha: GOATWHORE, GOAT SEMEN e GOAT DESTROYER 666

25 marzo 2015

The-Three-Billy-Goats-Grinn

Mi ero innamorato dei GOATWHORE con il quarto full Carving out the eyes of God, che segnò il passaggio dal black cruento e pestone dei primi album e il black/thrash efficace ma un po’ addomesticato che suonano ora. Constricting rage of the merciless è abbastanza simile al precedente Blood for the master, forse ancora più pulito e curato. Non trasmettono più quel marciume e quel malessere che li rendeva accostabili ai gruppi sludge della loro New Orleans. Probabilmente si saranno dati una regolata con le droghe (il cantante è lo stesso degli ormai dispersi Soilent Green, per capire il giro). Oggi insistono ulteriormente sulla melodia e sui rallentamenti, il che, se l’intento è cercare di non fare sempre lo stesso disco, ci può stare. I pezzi migliori sono tuttavia quelli più thrashettoni (Baring teeth for revolt dal vivo spaccherà sicuramente i culi) e sparati (Unravelling Paradise, quasi mardukiana). Restano un ascolto gradevole ma hanno perso un po’ del loro fascino

Continuiamo le celebrazioni per l’Anno della Capra, festeggiato a suo tempo con la recensione dell’ultimo Archgoat, facendo un salto in Perù dai GOAT SEMEN. Perché ogni tanto ci vuole una full immersion tra i gruppi sudamericani in cerca di chicche fatte di disprezzo totale per i concetti di evoluzione e originalità e blasfemia esagitata e gratuita. (Leggi tutto)

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