I FANGUS si aggirano per cimiteri e dissotterrano la salma del rock
In occasione dell’Ep con cui esordirono li avevo descritti come dei Sonics che se ne vanno a farsi di funghi allucinogeni per cimiteri coi Deep Purple di Rod Evans. Diciamo che col primo disco di lunga durata, questo Emerald Dream appena uscito, nonostante resti l’impressione di un gruppo rock’n’roll “che fa sudare”, non sono più tanto convinto sia così centrale il primo garage americano. I Purple dei primi due dischi, sì, ancora, nel senso di quello psych da pista dove si scatena il ballo a suon di organo Hammond. Certo, prima che Blackmore decidesse di alzare il volume. I Fangus vengono dal Canada e paiono davvero una comitiva di profanatori di tombe che si aggirano allegri tra i sepolcri del rock fine anni ’60 per dissotterrarne il cadavere, mettergli un berretto e gli occhiali da sole e cominciare a fare festa proprio lì attorno. Tutto giustissimo, allora.
Hammond, abbiamo detto, a profusione. E chitarre stoner/psych, belle sature. Il cantante, tale Screamin’ Jim Laflamme, ci mette le urla. Già, perché in realtà canta poco. Si concia quasi come un Hank Von Helvete vintage e sbraita in modo più o meno simile. Insomma, non tira fuori vere e proprie melodie (i Turbonegro sì, ne facevano, a modo loro, di grandiose), e il limite dei Fangus alla fine sarebbe questo. Un gruppo “concettualmente” da amare all’istante, se ti presentasse sei o sette canzoni da ricordare. Almeno per un po’.

Intesi, mi stanno simpatici e in fondo mi piacciono. Riprendono quel rock duro un secondo prima che diventi accademia e lo ripropongono senza filologia né i lustrini nostalgici di una compagine adulta moderna. Anzi, con il rispetto e la reverenza (assente) di scavafosse punk. Punk sessantiano, stoner punk, fate voi. Insomma, ad energia e freschezza (non direi originalità) stanno messi bene, nel mortorio che c’è attorno. Emerald Dream, l’album, così, parte bene bene, con due pezzi che trascinano, Howling Hammer e Pyre of Love. Soprattutto questa seconda è da estrapolare. E infatti è il singolo e ha un video. Diciamo che poi la trazione Hammond (a tratti più Uriah Heep che Deep Purple) va per le sue, e il fatto che chitarra e voce non propongano riff e melodie autonome pesa, alla fine.
Disco breve, comunque: anche la concisione è una qualità della musica degli anni Sessanta (e del punk). Insomma, l’esordio vero dei Fangus lo aspettavo dai tempi dell’Ep e non è che mi abbia travolto. Resta un’idea da perseguire, la loro. D’altronde, sperare che si rinnovi il rock estremo partendo da idee inaudite penso sia ormai inutile. Magari meglio profanare le salme delle incarnazioni rock precedenti e vedere se le esalazioni portano a qualche nuova visione. O se i funghi e i vermi che lavorano alla decomposizione hanno qualcosa da dire. (Lorenzo Centini)
