Marketing aggressivo: MIDRYASI’S KULT vs AGGRESSIVE PERFECTOR
Anche nel caso della nostra musica, che per giro di denaro e numero di ascoltatori non mi pare proprio sia un mercato così florido, c’è chi attua strategie di marketing, sfacciate o sfumate. Nel caso di due delle ultime uscite della benemerita Dying Victims Production, ad esempio, sono stato accalappiato da reti buttate là, pesca a strascico, sicuro che ci finivo in mezzo. Prendete gli AGGRESSIVE PERFECTOR, nome preso dagli Slayer, ok, ma soprattutto il font del nome della band in copertina. È quello dei Sepultura di Morbid Visions. Ti aspetti così qualcosa di un marcio irrecuperabile, il livello più basso e lercio dello spettro sonoro, thrash/death di bassa lega. Ti aspetti che gli inglesi Aggressive Perfector, qui al secondo album, siano consacrati a certo suono brasiliano primordiale, tanto che stavo quasi per contattare il Belardi, prima di ascoltarli, perché lui con quella roba ci va a nozze, anche se non è certo il solo in redazione. E gli Aggressive Perfector in fondo suonano speed heavy, ok, roba con cui si va in solluchero in molti, qua dentro, ma mica di quello marcio. Anzi.
Il suono di Come Creeping Friends è caldo e definito, i ritmi non sono così spesso a perdifiato. Anzi, metallo stradaiolo, che se non fosse urlato sarebbe forse un disco heavy post NWOBHM. Già, come gli Slayer agli inizi, in parte. Qua ci sentite i primissimi Maiden, ma pure vagamente l’attitudine stradaiola dei Thin Lizzy più duri. Coordinate che non ci scandalizzano mica, ci mancherebbe altro. Fatico a memorizzare un singolo passaggio, però. Un pezzo, un ritornello, un riff. Attitudine tanta. Attenzione in termini di produzione francamente fin troppa. Ma temo che me lo dimenticherò quasi subito, questo disco qui. E dire che mi ero fatto venire la fregola con aspettative parecchio diverse. Problema mio, che mi faccio traviare dalle promesse del marketing.
Altro caso, stavolta un esordio sulla lunghezza di un Lp, sempre per la scuderia dell’etichetta di Essen. Il nocciolo dei MIDRYASI’S KULT sono due membri (uno ex, l’altro corrente) dei grandi DoomSword, ovvero Guardian Angel (qui Avenir) e Geilt (The Kult). Gente di Gallarate, quindi, ma ci tengono a farci sapere che in tutto ben undici musicisti hanno preso parte alle registrazioni, di nome ignoto ed ignote provenienze. Su queste basi, questo Italian Dark Sound l’avrei ascoltato di sicuro, ma l’amo buttato in acqua in questo caso è stato proprio quel titolo lì. Ovvero, il riferimento a una delle definizioni più occulte e problematiche della nostra musica, un concetto in realtà indefinibile che è quasi più un sentire che un ascoltare, se riesco a spiegarmi. Ora, in una delle sue conversazioni con il nostro Mazza, Antonio Polidori (aka Tony Tears) ci aveva messo in guardia: non confondete il dark sound italiano con il doom. Sotto questo aspetto, i Midryasi’s Kult non vanno mica in contraddizione con quell’avvertimento. Doom c’è, forse su tutti i Pentagram, ma ci sono anche i synth del prog, la necrofilia dei Death SS e manco poca vicinanza di intenti col death rock, qualche flirt black. Tutte coordinate sacrosante, tra horror metal teatrale e shock rock ossianico, sardonico. Voci sguaiate. E Italian Dark Sound contiene canzoni che contagiano, con queste coordinate sghembe e non scontate. Mountain Devil, per dire, è un pezzone, con una vaghissima vena 60’s e le chitarre che fischiano. Era d’altronde il pezzo forte del demo con cui gli italiani si erano fatti notare dai più attenti. Demo di cui questo album è in pratica un’espansione, con un suono ancora piuttosto sporco, tagliato con l’accetta e lasciato senza rifinire.
Mi sta piacendo Italian Dark Sound, nemmeno poco, almeno nei suoi momenti migliori. Ne consiglio l’ascolto a chi si sente attratto dalle coordinate e non è fissato con le produzioni ed i gruppi di plastica. Forse, problema mio, me lo sarei goduto di più con un titolo diverso. Sarà che una sfumatura tra le più centrali di quello che chiamano dark sound italiano (benché non esistano prove della sua esistenza) sarebbe l’indefinitezza esoterica di passaggi e paesaggi cinematografici, i vuoti, i silenzi, l’orrore di provincia. Questo Italian Dark Sound è davvero un disco di metallo lugubre e sporco, a volume alto, su ritmi concitati quasi sempre. O forse sarà che il concetto di “Italian dark sound” è una sorta di ectoplasma che, una volta che lo metti per iscritto, nero su bianco, mi pare quasi che svanisca. Problemi miei. Io il disco lo raccomando e i Midryasi’s Kult vedrò di andare a vedermeli dal vivo alla prima occasione. Sempre che non siano anche loro dei fantasmi. (Lorenzo Centini)
