Avere vent’anni: KATATONIA – The Great Cold Distance

The Great Cold Distance è un disco che mi ha sempre messo in difficoltà e continua a mettermi alla prova, anche a distanza di vent’anni, lasciandomi addosso sensazioni affini a quelle che provai alla sua uscita. Un album che arriva quando gli Svedesi, da un lato, avevano iniziato ad uscire definitivamente dalla “nicchia”, quantomeno a partire dallo splendido Last Fair Deal Going Down, che per chi scrive resta tra i loro due/tre capolavori assoluti, mentre dall’altro avevano iniziato dal precedente Viva Emptiness ad intraprendere un nuovo percorso, seppure coerente con quanto fatto in passato. E forse il fardello di un lavoro così “ingombrante” – per successo e qualità – come il precedente ad aver inciso sulla percezione iniziale del festeggiato del mese. Perché se il primo singolo, la ottima My Twin di cui ha parlato il prode Mighi il mese scorso, lasciava intravedere un album in scia con il precedente, l’ascolto complessivo dell’album risulta essere molto più complesso. In tal senso, se l’influenza di Viva Emptiness è senz’altro presente, soprattutto nei suoi momenti più tooliani (che, senza girarci intorno, ci sono, a partire proprio dal singolo), laddove il precedente univa e bilanciava passaggi più rabbiosi a linee melodiche che sconfinavano nella wave, The Great Cold Distance è, fin dal titolo, un album molto più freddo (volutamente), ostico e connotato da un approccio estremamente pesante, tanto nelle strutture, che nei suoni, risultando ancora oggi il lavoro più aspro dei Katatonia.

Basta mettere su l’iniziale Leaders, tra le composizioni più riuscite e più dirette dell’album, con una struttura quasi inedita e un “compianto” Anders Nyström in prima linea. Già a partire dalla successiva, notevole, Deliberation, però, si intuisce che questo indurimento del sound porta anche ad una maggiore rigidità della struttura dei brani che, in molti casi, risultano ostici, richiedono molti ascolti per essere apprezzati e che, inevitabilmente, risultano meno godibili di altri. Il che, va detto, senza andare a scapito della qualità complessiva, perché, pur non essendo ai livelli del suo predecessore  – e per quanto mi riguarda, neanche del suo sottovalutatissimo successore – The Great Cold Distance era e resta un ottimo album. Del resto parliamo di un disco che vanta in scaletta brani come July, che non sfigurerebbe in un ipotetico greatest hits degli svedesi, o di una clamorosa Follower che ricordo davvero incredibile dal vivo, o, ancora, della cupa doppietta In The White / The Itch.

Il “problema” di questo album, al di là di un paio di momenti più trascurabili, è anche la sua peculiarità principale: il suo essere ostico, il suo mettere spesso in secondo piano le melodie, il suo richiedere diversi ascolti per essere pienamente decifrato, non è un qualcosa che va via con il tempo. Ci sono album che richiedono pazienza, ma che dopo un po’ di tempo risultano fruibili, seppure, in alcuni casi, nei limiti di una determinata proposta. The Great Cold Distance non è così e ogni volta che l’ho rimesso su, se si eccettuano alcuni singoli brani, ho sempre fatto fatica a entrare nel disco e, giocoforza, preferisco spesso rimettere su altri lavori della band di quel periodo. Un fatto più unico che raro che ho riscontrato anche oggi, a vent’anni esatti dalla sua pubblicazione, avvertendo la necessità di riascoltarlo tante volte prima di potermi di nuovo riconciliare con determinate atmosfere. E se, come ho evidenziato più volte, l’approccio e il risultato sono esattamente quello che Renske e Nyström volevano all’epoca, e benché l’indubbio valore dell’album resti immutato, continuo ad apprezzarlo con una certa distanza e meno trasporto rispetto ad altri lavori dei Katatonia. (L’Azzeccagarbugli)

Lascia un commento