La versione prog degli Amon Amarth: BORN DIVIDED – Chronicle of a Shipwreck
Il problema delle mattine in cui non hai niente da fare è che ti alzi e finisci sempre per combinarne una sbagliata. Tipo questa.
In una lista di venticinque promo non prenotati che – con scarsissima attenzione e raziocinio – avevo selezionato per una ipotetica recensione, ne ho scelto uno a casaccio e mi sono detto: stamani fai questo. Mi fossi tartassato tutti e due i coglioni con lo sparachiodi avrei fatto meno danni.
I Born Divided sono alla seconda pubblicazione discografica dopo Impending Doom nel 2022, quello con la copertina tipo Master of Puppets e il titolo più death metal di sempre, ma nessuno di questi due fattori vi inganni in nessun modo. Almeno Impending Doom suonava in modo relativamente genuino. Chronicle of a Shipwreck è appena uscito e sposta non pochi elementi all’interno delle sonorità abbracciate dai canadesi. Che vogliono decisamente farne troppe, e a un certo saranno chiamati a effettuare delle scelte o diverranno i nuovi Dimmu Borgir.
Ma andiamo un attimo a ritroso: leggo sempre in maniera frettolosa i press flyer dei promo, perché sembrano scritti da un tizio che ha la stessa attendibilità e sincerità di Rosa e Olindo mentre dichiarano che quella sera a quell’ora entrambi si trovavano al Wacken Open Air a guardare i Leprous su uno dei palchi minori. C’è un motivo, però, per il quale do una rapida sbirciata a quei file: mi fanno capire se è il caso di fare la recensione oppure no, perché vengono menzionate delle band di riferimento. In questo caso c’erano degli estratti di recensioni estere, fra le quali mi ha colpito la frase “se gli Amon Amarth fossero improvvisamente saltati sul carro del prog metal”. L’estratto di quella recensione si chiudeva con il voto 9.5/10. In pratica una cosa allucinante, da avere a tutti i costi.

Vi spiego in breve come è questo album, che risulta autoprodotto. È tutto spinto talmente all’eccesso che ciò che è alla base buono finisce per fare schifo lo stesso. La produzione è talmente plasticosa da vanificare quanto di pregevole era emerso in Impending Doom. Riff alla Amon Amarth si sommano a fastidiosissimi ritornelli puliti metalcore (il cancro al quarto stadio del metal dell’ultimo quarto di secolo), con in più il prog metal e un atteggiamento alla Dimmu Borgir, quel genere di cosa che i recensori esteri spesso e volentieri definiscono cinematic. E che io definisco un rompimento di coglioni senza pari.
Peccato, perché questa band ha talento ed è in grado di comporre ottimi riff che sono convinto dal vivo abbiano una resa devastante. Dovrebbe, però, suddividersi in almeno un paio di progetti distinti per dare a ciascuna componente la giusta rilevanza, evitando che i Born Divided perdano altrimenti un’identità che attualmente un po’ gli manca. Il thrash metal moderno che apre The Dead Inside Ourselves è bellissimo, peccato che la seconda metà del brano sciupi l’idea. La stessa Run! Burn! Die! sarebbe ottima, una volta sgrassata da tutte quelle aggiunte di metal estremo, però ce le ha tutte addosso e non possiamo farci niente.
Domattina rimango a letto se capisco che ho un paio d’ore di tempo per me. (Marco Belardi)


mi è bastato il video per metterli nella categoria mentale “mappazzone”.
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