Avere vent’anni: DARKTHRONE – The Cult is Alive
I Darkthrone sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, uno di quelli che reputo non abbiano mai sbagliato nulla. Sicuramente hanno dato alle stampe dischi minori, lavori non all’altezza della loro discografia, ma in ogni loro disco, anche dopo decenni, trovo sempre che abbiano qualcosa da dire e che lo dicano meglio della stragrande maggioranza dei gruppi loro affini. Quindi, anche in questo caso, non sono del partito del “dente dello squalo” della redazione, come ho avuto modo di esplicare in modo diffuso in occasione del ventennale di Sardonic Wrath.
Tanto premesso, venendo al festeggiato del mese, The Cult is Alive inaugura uno dei periodi più controversi dei norvegesi, quello più debitore del punk puro e semplice e più “cazzone” (fino a un certo punto). Se in questo blocco di discografia che arriva fino a The Underground Resistance, ovviamente escluso, ci sono dei lavori oggettivamente minori, The Cult is Alive è, al contrario, uno degli album migliori della seconda parte della discografia dei Darkthrone e gli sono a dir poco legato. Il perché è presto detto: salvo il caso in cui per voi qualunque cosa arrivi dopo “quei dischi lì” sia inaccettabile, The Cult is Alive è un disco praticamente perfetto ed è la perfetta esemplificazione del motto all killers, no fillers. Un disco sporco, sguaiato, gridato, grezzo, con dei suoni perfetti, ritornelli che ti stampano in testa come poche cose al mondo e un tiro ineguagliato nei dischi successivi.
Per una volta ho davvero poco da dire su un album che si apre con una bomba assoluta come The Cult of Goliath, che contiene uno dei più sentiti omaggi Piggy dei Voivod (la stupefacente Atomic Coming a lui dedicata, a pochi mesi dalla sua scomparsa, e in particolare al brano Tornado), o pezzi a dir poco clamorosi come Graveyard Slut, cantata da Fenriz, più crust del crust. Non ci sono cali di tensione, non c’è un momento di troppo e anche nei pezzi più dichiaratamente “cazzoni”, come può essere una Whisky Funeral, c’è – ribadisco- un tale tiro e una assoluta perfezione nella sua sguaiatezza, che ogni volta lascia a bocca aperta. Perché la grandezza di un lavoro come The Cult Is Alive è la sua assoluta libertà: dai dogmi, dalle tendenze, dalla necessità di stupire l’ascoltatore. Si tratta di un album che è una rivendicazione del concetto di fare quello che cazzo si vuole, sia quando si tratta di scrivere una cavalcata anni ‘80, come De underjordiske (Ælia Capitolina), sia quando si vuole solo tirare dritti e fare casino come in Shut Up.
Una rivendicazione di libertà e un grande e sonoro vaffanculo a tutti coloro i quali si permettono di criticare la fedeltà alla linea di Fenriz e Nocturno Culto che viene magnificamente espressa nel “singolo” dell’album (contenuto anche in un ottimo, omonimo, EP), quella Too Old Too Cold – che molte band ucciderebbero per scrivere, nonostante la sua semplicità – che è quasi un dissing contro tutti:
Nothing to prove
Just a hellish rock n’ roll freak
You call your metal black?
Its just plastic lame and weak
We’re too old too cold
Too old and too cold
Non c’è altro da dire, perché per capire lo spirito e l’anima di un disco del genere – che, a distanza di vent’anni, è uno di quelli che rimetto su con maggior piacere dopo quegli album lì – basterebbe e avanzerebbe rileggere queste poche parole. Perché i Darkthrone, ieri come oggi, non hanno davvero nulla da dover dimostrare.
(L’Azzeccagarbugli)


