Eclipse, il disco della normalizzazione degli Amorphis

Quando si parla dei dischi degli Amorphis dal 2006 in poi c’è innanzitutto da fare un fondamentale distinguo: da una parte le nuove leve che li hanno scoperti e cominciati ad apprezzare con l’entrata di Tomi Joutsen, dall’altra tutti coloro, diciamo sopra i 40 anni, che li avevano conosciuti sin dagli inizi, e per inizi intendo sia la fase death doom che i dischi più progressivi e settantiani con Pasi Koskinen dietro al microfono.

Faccio questa fondamentale premessa perché, facendo parte della seconda categoria, il mio iniziale approccio con Eclipse (e credo quello di molti della mia generazione che li hanno scoperti con Tales From The Thousand Lakes) è stato piuttosto traumatico, non per forza nel senso dispregiativo del termine. Io credo che il fiasco più commerciale che qualitativo di Far from the Sun abbia fatto riflettere non poco Esa Holopainen (da sempre la mente e il principale compositore del gruppo) su che direzione musicale sarebbe dovuto andare il suo gruppo. Di certo le sue interviste dell’epoca che parlano di naturale evoluzione del sound sanno di cazzata lontano un miglio, perché Eclipse non c’entra veramente nulla con tutto quanto composto dagli Amorphis nei dischi precedenti. È un lavoro chiaramente pianificato a tavolino dalla prima all’ultima nota, molto melodico e paraculo (concedetemi il termine) e con pezzi studiati per avere un impatto più immediato rispetto a quanto composto in precedenza. Ricordo quando incappai per la prima volta nel video della piaciona House of Sleep e mi ritrovai a chiedermi se a suonare fossero effettivamente gli Amorphis, anche se devo ammettere che il pezzo era molto bello.

Perché, a scanso di equivoci, Eclipse NON è affatto un brutto disco, gli Amorphis i pezzi li hanno sempre saputi scrivere e questo vale anche per le varie Under A Soil of Black Stone (il finale è un qualcosa da sturbo), Leave Scar, Empty Opening  o The Smoke, anche se due-tre filler che potevano essere evitati sono comunque presenti. Certo i fan di vecchia data magari ci avranno messo un po’ a digerirlo, anche perché la voce di Tomi Joutsen (che continuo ancora oggi a ritenere ottima nel pulito ma un po’ finta e forzata nel growl) non c’entra un cazzo con Tomi Koivussari né tanto meno con Koskinen: non a caso i finlandesi sono anni che hanno tolto dal repertorio live i pezzi con Pasi, e, visti i (pochi, per fortuna) tentativi miseramente falliti, direi che è molto meglio così. Scordatevi comunque totalmente non tanto il doom death progressivo degli inizi, ma anche le scale arabeggianti di Elegy o le atmosfere malinconico-settantiane che caratterizzavano dischi della madonna come Tuonela o Am Universum. Gli Amorphis dal 2006 in poi si sono messi a suonare una specie di melodic rock-metal che comunque una sua dignità almeno fino a The Beginning Of Times ce l’aveva. Su quello venuto dopo, meglio che stia zitto. (Michele Romani)

Un commento

  • Avatar di Bacc0

    Disco carino e nulla di più. Personalmente non ho mai apprezzato questa specie di Pelù finlandese dietro al microfono, davvero troppo impostato e asettico. Li ho visti dal vivo al Luppolo due anni fa credo, mi hanno annoiato tremendamente tanto da andarmene prima della fine

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