Frattaglie in saldo #77

Vi ricordate quanto spaccavano i Dew-Scented, scioltisi nel 2018? Ebbene, il loro cantante e leader, Leif Jensen, ha messo su una nuova band e spacca ad alti livelli pure questa. Time and Tide è il secondo album dei PHANTOM CORPORATION ed è decisamente più riuscito e centrato di Fallout, il debutto del 2023, efficace ma un po’ monolitico. Lo stile non è molto distante da quello del gruppo precedente, ovvero un death/thrash tiratissimo che farebbe pogare anche un morto, anzi, una Crushed sarebbe stata benissimo su un album dei Dew-Scented. Il riffing guarda però spesso al D-beat di scuola Disfear (Frantic Disruption), quando non deraglia nel proto-black, come nella micidiale Krokodil. A scongiurare la noia, in un filone che di solito ha un respiro creativo piuttosto corto, azzeccate variazioni sul tema come gli stacchi melodici alla Dismember di Dead of Night. Già segnati sul Taccuino del Male per una menzione in playlist. 

Proseguiamo su questo groove con i TOTAL ANNIHILATION, formazione elvetica attiva da un ventennio ma finora mai capitata sotto il mio radar. Mountains of Madness è il quarto Lp degli svizzeri, che attentano alla nostra incolumità auricolare con una miscela di thrash estremo (Morbid Saint, Demolition Hammer, siamo lì) e death metal cupo e cadenzato di scuola Asphyx. Meglio i brani più sparati, come la ferale Nyctophobia, di quelli maggiormente incentrati sui mid-tempo, dove a volte la tensione si abbassa. A netto di qualche calo, il verdetto è però più che positivo. Sarei curioso di gustarmeli dal vivo. Ottimi da tenere in cuffia in palestra il giorno in cui devi aumentare tutti i carichi.

Facciamo ora la conoscenza dei FUNERAL VOMIT, che riescono nel difficile intento di catturare l’attenzione pur inserendosi in una tendenza che era diventata così inflazionata da risultare insostenibile. Stiamo parlando del death metal cupo e orrorifico di scuola Incantation, che il quartetto colombiano ibrida con il brutal e rilegge in un’ottica ancora più claustrofobica e cavernosa, con un riuscito dosaggio di passaggi doom e orrorifici e accelerazioni da cardiopalma (del batterista). Upheaval of Necromancy ha il viscerale fascino d’antan di certe produzioni Dark Descent, va al sodo senza perdersi per strada e riesce a spiccare in una scena che definire affollata è un eufemismo. Mucha suerte!

Lo speed/black, o come lo vogliamo chiamare, è il genere più bello del mondo, non è vero? È allora chiudiamo con i BLASFEMADOR dal Brasile (da non confondere con gli omonimi di Minas Geiras, dediti al black) che, a dispetto di quanto suggerirebbe la provenienza geografica, non hanno quel suono ignorante e senza compromessi tipico dei gruppi sudamericani ma, anzi, sfoggiano una bella produzione pulita, con volumi bilanciati, assoli curati, un basso ben presente e una voce manco troppo sgraziata che declama testi rigorosamente in lingua madre. Ciò non va però a scapito dell’impatto di randellate come Lilith, perfette per scapocciare con gli amici durante un ritrovo ad alto tasso etilico. L’unico difetto è che l’attitudine e la cazzimma ci sono ma i pezzi non sempre. Poco importa, però, perché questo Malleus Maleficarum dura mezz’ora scarsa, come è giusto che sia. Alla prossima. (Ciccio Russo)

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