I toscani maledetti: HANDFUL OF HATE – Soulless Abominations

Il solo, fra tutti i popoli, italiani e stranieri, che non abbia paura dell’inferno, il solo che abbia coll’inferno continui e famigliari rapporti sono i toscani

L’impetuosa apertura con Libera Me fa comprendere subito quanto gli Handful of Hate, tra i primi gruppi black metal italiani a guadagnare notorietà al di fuori dei circuiti underground più ctoni, fossero consapevoli del peso delle attese. Da Adversus, 2019 (no, non quell’Adversus, 2019), erano passati sette anni. Nel frattempo era venuta su una nuova generazione di ascoltatori con retroterra e riferimenti del tutto nuovi, quindi bisognava fare le cose per benino, anzi a modino. E quello che colpisce subito è la cura nei suoni e negli arrangiamenti, segno di una gestazione lunga e meditata. Il basso del nuovo arrivato Iblis (già in Funeral Oration, Orgg e tanti altri) è nitido, la batteria del confermatissimo Aeternus ha la profondità che merita e la chitarra del fondatore Nicola Bianchi è la consueta macchina da riff, che si tratti di stordire l’ascoltatore con frenetiche sventagliate o di cesellare atmosfere più notturne come nella tetra Worlds Below o nella notevole strumentale Winter March.

Pur riusciti sul piano tecnico e formale, i due o tre album precedenti non mi avevano convinto troppo; mi erano suonati derivativi anche per una formazione che non nasconde i propri debiti nei confronti di un versante ben preciso del metallo nero svedese. Per quanto, senza campanilismi, anche un lavoro non molto a fuoco come To Perdition fosse comunque più interessante di qualsiasi cosa stessero facendo nel frattempo i Dark Funeral, tanto per menzionare un gruppo sovente tirato in ballo come pietra di paragone. Soulless Abominations, invece, è forse la migliore prova della band dai tempi di Gruesome Splendour, cioè da un ventennio. C’è una coscienza dei propri mezzi ritrovata, sia nei frangenti più diretti e aggressivi (la salutare chiusura in tupa tupa con Where Sanctity Rots)  che in quelli dove la scrittura si fa più ricercata. Una traccia come Age of Infamy (Grown in Starvation), dalle strutture e dalle suggestioni tutt’altro che banali, è il segnale di un’avvenuta maturazione. Peccato essermi perso la loro recente tournée con i corregionali Necromass, conservo ottimi ricordi, per quanto remoti, degli Handful of Hate dal vivo. Ben ritrovati, maledetti toscani. (Ciccio Russo)

Lascia un commento