Nessun corpo lasciato indietro #1

Come spesso accade, ad inizio anno raramente escono titoli imperdibili. Allora cosa faccio io? Recupero dischi che ho comprato l’anno scorso e ho ascoltato poco, vuoi perché sul momento non mi hanno convinto e gli voglio dare una seconda possibilità, vuoi perché mi sono proprio dimenticato di scriverne.

Quattordici anni dopo l’ultimo full esce il settimo episodio della saga NACHTFALKE. Costoro, come penso ben sappiate, sono la creazione principe di Tino Mothes, cioè Occulta Mors dei Moonblood quando quest’ultimi furono consegnati alla storia. Nel frattempo il Nostro ha suonato in svariati altri progetti, dagli Andreas ai Nargaroth, e onestamente pensavo che anche i Nachtfalke oramai fossero consegnati alle nebbie del passato quando negli scaffali trovo Winterwitch, del quale non mi era giunta alcuna notizia in anteprima. Esce per Christhunt Records in CD limitato a 600 copie; la suddetta label oramai si è rintanata nel più profondo underground, perché, a quanto pare, di promozione oramai si occupa in modo del tutto marginale.

Il disco parte con una breve intro di effetti/tastiere che non fa gridare al miracolo, poi Northstar ci esalta con un brano che urla a gran voce Moonblood! Moonblood! Eja! Sembra proprio di tornare indietro di trent’anni. La vetta del disco è questa, perché, sfortunatamente, già dal secondo pezzo qualche problema affiora: Orions Rising è lunga, troppo lunga, e il suo riff portante ripetuto allo sfinimento più che esaltare innervosisce; tagliata di almeno tre minuti avrebbe avuto un altro impatto. Fortunatamente i quattro brani successivi sono molto più succinti e, anche se non raggiungono il livello della opener, sono un discreto prodotto di black metal epico e più o meno pagano. Poi però arriva Aurora Borealis, un pallosissimo brano ambient che dura 8 minuti e mezzo ed è pesante, ma proprio tanto pesante, e nemmeno si capisce perché sia presente nella scaletta. Si chiude con la cover di The Return of Darkness and Evil, resa discretamente, ma anche qui: era proprio necessaria? In sintesi, di 50 minuti che dura il disco circa una ventina non servono assolutamente a niente ed è un peccato, perché a tratti possiamo riascoltare i Nachtfalke dei vecchi tempi, quelli di Hail Victory Teutonia, che certo è un album irripetibile, ma nonostante ciò in passato ci si erano comunque avvicinati.

Across the Vultures Trail è il quinto album dei SICKLE OF DUST e suona più Summoning che mai. Diciamo che si propone come una sintesi di Stronghold, When Mortal Heroes Sing Your Fame e Oath Bound, quindi se per quanto riguarda l’originalità della proposta è indubbio che nel disco non ve ne sia, per ciò che riguarda la bellezza e la magnificenza dei cinque brani qui il livello è alto, direi altissimo.

In quaranta minuti Ash (il protagonista di tutti gli strumenti e delle composizioni, coadiuvato da un ospite che lo aiuta con alcune chitarre e con il mandolino) infonde veri brividi come sono soliti destare i Maestri austriaci. Un vero e proprio picco non c’è, ma ascoltatevi l’iniziale Brothers of the Storm, godetene e saprete che tutto il disco da quel livello non scende. Originalmente uscito solo in digitale, la nostrana Flowing Downward ha curato l’edizione fisica in CD digipak limitata a 200 copie, uscita l’8 gennaio scorso.

Intanto in Finlandia i VONÜLFSRËICH proseguono nel loro incedere lineare che li ha portati, in circa tredici anni di esistenza, a pubblicare 4 full, 3 demo e 9 EP. Skollsmyghte – uscito a fine novembre 2025 – è il quinto full, a dire la verità più considerabile come un mini-album visti i 28 minuti scarsi di durata, neanche tutti di musica, giacché ci sono parecchi effetti che allungano tutta la baracca.

Grossi cambiamenti nella loro proposta non ce ne sono: rozzo black metal scarno e primordiale, miscelato con l’Oi! (l’hardcore punk più apprezzato nella galassia skinhead) e con una non insignificante parte di thrashcore che rende più interessante il tutto. Melodia ce n’è poca e si predilige l’impatto bestiale in ogni pezzo; si può disquisire sull’effettivo valore artistico di un progetto che l’unica idea che ha in mente è quella di picchiare duro e basta, senza curarsi minimamente di diversificazione compositiva o elaborazione di arrangiamenti meno terra-terra, ma i Vonülfsrëich suonano così da sempre e, ad oggi, gruppi che abbiano ibridato il black metal con la musica dei Warzone o degli Skrewdriver oltre a loro non me ne vengono in mente. Non tutti li gradiranno, ma, se apprezzate il black metal selvaggio ed arcaico che non sia war black metal, questi finlandesi possono fare al caso vostro.

Poi ci sono gli svizzeri VÍGLJÓS, nati come duo ma attualmente un quartetto che suona un black metal trucido e straziato, con un cantante che avvicina il puro obbrobrio di Nattramn dei Silencer e che da solo sposta di molto verso la crudezza una proposta che viceversa sarebbe stata meno ostica. Il loro primo disco Tome I: Apidæ è uscito per Dusktone nel 2024 ed è passato abbastanza inosservato, pur se il gruppo si è distinto fin da subito per l’utilizzo di liriche che s’ispirano all’apicoltura e alla vita negli alveari come allegoria della società odierna. Ispirandosi al black metal zanzaroso vecchio stile, il gruppo esaspera questo stile di riffing adattandolo al loro concept di fondo, sicché a tratti (effetti di veri ronzii a parte) la sensazione di avere accanto a sé uno sciame d’api incazzate a morte e con una gran voglia di farti rivivere i momenti salienti di film culto tipo Api Assassine è significativa.

Tome II: Ignis Sacer è il secondo nonché più recente album, procede sulla stessa strada con l’aggiunta di un elemento che si occupa degli arrangiamenti di Mellotron, i quali rendono più pieno ed elaborato il risultato della loro arte senza mitigare l’impatto in alcun modo, oltre a stabilizzare in formazione la presenza del chitarrista, prima solo un session. Hanno un suono frenetico, irrequieto, i pezzi martellano senza pausa e uniti allo screaming esasperato di L (Luca Piazzalonga, ma tutti i Vígljós hanno cognomi di stirpe italica) sono in grado di instillare ansia pesante nell’ascoltatore. Dal vivo si presentano vestiti da apicoltori, a me non è ancora capitato di vedere un loro concerto, ma, ora che sapete che esistono, se passano nei vostri paraggi dategli fiducia. Il disco esce per la francese Les Acteurs de l’Ombre Productions, etichetta che crede molto nelle loro potenzialità. (Griffar)

 

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