La finestra sul porcile: Lo straniero della valle oscura – The Dark Valley

Ve lo ricordate Tobias Moretti? Dai, il fascinoso commissario Moser de Il Commissario Rex? Quanto piaceva a mia mamma. Ahhh, ragazzi, le serate insieme a lei sul divano, sul finire degli anni ’90, a mangiare la mela a spicchi e a guardare il commissario capo e il suo talentuoso pastore tedesco che stanano criminali e si abbottano di panini col wurstel (chissà se la mia passione per i medesimi viene proprio da lì…). Sono quelle cose che restano nell’immaginario.

Beh, incredibile ma vero, Tobias Moretti l’ho ritrovato. Stavolta senza cane, senza wurstel, senza la zazzera degli anni ‘90 (e con qualche ruga in più), nel ruolo di un cattivo, stronzo, bastardo in un dark western cupo e atmosferico dall’ambientazione assai insolita: le boscose, innevate, grimmissime montagne della Val Senales, Alto Adige (dalle parti di Merano, ad essere più precisi).

Lo straniero della valle oscura – The Dark Valley, tratto dal romanzo del 2010 Das Finstere Tal (che significa, per l’appunto, La Valle Oscura, ed è anche il titolo originale dell’adattamento cinematografico in questione), è un film austriaco del 2014, piccolo piccolo ma potente. Una storia di vendetta abbastanza lineare: c’è appunto un ragazzo americano, uno straniero, che giunge a cavallo in questo oscuro villaggio di montagna, dove gli abitanti sembrano delle anime in pena, intrappolate fra la neve e il ghiaccio, e in cui tutto è sotto il controllo di una famiglia “mafiosa” di prepotenti del posto (i Brenner). Lo straniero dice di essere un fotografo venuto a chiedere ospitalità per l’inverno. Ospitalità che, seppur con qualche riserva, gli viene concessa dalla comunità (col beneplacito dei Brenner, ovviamente). Ma il sedicente fotografo non è venuto solo per chiedere ospitalità e fare fotografie (mi fermo qui con la trama, non vi spoilero nulla perché spero che lo vediate). Se una roba appena meno arzigogolata di Nolan vi fa venire il muschio alle palle chiudete l’articolo e passate oltre, qui non c’è pane per i vostri denti, ma vi dico una cosa: se il black metal fosse un western, sarebbe questo film qui.

Cioè, è tutto ambientato in un questo villaggio di montagna di quattro/cinque casette di legno sommerso dalla neve. Al massimo ci si sposta di dieci metri nei boschi che lo circondano. La recitazione è fredda come una stalattite, i tempi dilatati. Gli sguardi dei personaggi buoni sono un misto di malessere esistenziale, diffidenza, inquietudine. I Brenner, invece, i cattivi, sono malsani, minacciosi, ignoranti, misantropici. Non c’è niente che non trasmetta disagio nel piccolo villaggio di montagna, oltre che un gelo mordente, tagliente, pungente. L’Alto Adige dei prati verdi, dei canederli e delle cartoline con le mucche trasformato in un disco dei Kampfar, ma con il tocco e la classe dei Summoning.

Da un po’ di tempo, tra amici e parenti (ma soprattutto colleghi metalskunkiani), spingo il concetto di crepuscolar-contadino. Un qualcosa ricco di sfumature, non semplicissimo da spiegare ma nemmeno impossibile. Ci provo. Crepuscolar-contadino è un vecchietto che, fumando la pipa seduto sulla sedia a dondolo ereditata dal trisavolo, sull’uscio del suo casaletto di campagna, scruta uggiosamente i boschi all’orizzonte e, ripensando alla moglie morta qualche anno prima di tifo, sussurra: “Anche la foresta è triste da quando Giovanna se n’è andata”. Ma crepuscolar-contadino è anche la giovane e illibata figlia del fattore che, a Messa, attira gli sguardi libidinosi dei ragazzotti del paese col solo accavallamento delle gambe.

Cominciate a capire cosa intendo? È un richiamo ad un mondo antico, misterioso, provinciale ma anche incredibilmente suggestivo. Ecco, Lo straniero della valle oscura – The Dark Valley è sì un dark western cupo ed atmosferico, è sì un film che trasuda black metal da tutti i pori, ma ha anche il crepuscolar-contadino che scorre forte, impetuoso, nelle vene. (Gabriele Traversa)

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