GAME OVER @VHS, Scandicci – 31.01.2026
Foto di Marco Belardi
L’aria che ho respirato a questo concerto mi mancava da un pezzo, e mi ha riportato a certe edizioni ambientate al Viper Theatre del Firenze Metal, soprattutto nella stagione 2023. Se c’è una cosa che mi rende felice è quando un evento, in tutto e per tutto, riesce a smentire il mio risaputo pessimismo: ero scettico sulla scelta del locale ed ero scettico su parte del bill.
Al Brute Force, alla sua terza edizione, sono accorse più di duecento persone, ed è oramai una lieta consuetudine, in territorio fiorentino, osservare un pubblico così numeroso e partecipe. Nel neonato 2026 mi era già capitato di percepire sensazioni simili ai Necromass, in quel di Scandicci, in un locale ancora più piccolo.
Il Brute Force, per capirci, è una sorta di costola del Firenze Metal, e ha debuttato non molto tempo fa con una serata avente per protagonisti Ozone e Grumo; dopodiché era toccato ai giovani lombardi Defamed. E ha scelto per base il VHS Retrò Club, una storica discoteca scandiccese che negli anni d’oro ha portato il nome di Lion’s Garden. Il locale potenzialmente è uno dei più belli della zona: un bar tutto suo, tanti divanetti, pure belli, non quelli incrostati dal Pacciani che siamo abituati a vedere nei locali, e un palco di dimensioni ragguardevoli. È l’aspetto strettamente tecnico, e non quello ambientale, a limitare il VHS, perché ha un’acustica carente a cui si sommano delle luci pessime. Sono stato a fare il giurato al VHS un paio d’anni fa a un contest il cui vincitore sarebbe volato al Wacken Open Air, e ricordo di non avere neanche tirato fuori la macchina fotografica, tant’era impossibile tirare fuori qualcosa di lontanamente decente.

Per l’occasione, e in vista del concerto di aprile dei Cytotoxin, il locale è stato rimpolpato di attrezzature che ne hanno notevolmente migliorata la resa sonora. Non che all’improvviso sia diventato il Viper Theatre, e non lo ritroviamo nemmeno lontanamente paragonabile al Sonar, all’Officina Civica né al nascituro Iron Music Store, ma adesso ci si può programmare un concerto metal senza l’incombente timore che non ci si capirà niente. E questo è tanto più importante se si è al cospetto di un’organizzazione che programma principalmente metal estremo. Quanto alle luci, sono state date in mano a una persona che almeno ci sa fare, ma sono sempre quelle, e non mi meraviglierei se un giorno trovassi un fotografo o un videomaker impiccato nei bagni.
A differenza delle precedenti serate, questa è stata interamente incentrata su un filone musicale che, manco a dirlo, era anche il mio preferito. E pertanto l’idea originaria di restarmene a casa, in questo fine settimana, per troppi concerti consecutivi fatti e stanchezza accumulata, è andata a farsi fottere subito. Inoltre provenivo da una settimana di febbre, con una bronchite in procinto di sbloccarsi.
Al culmine della partecipazione al Brute Force, dicevo, c’erano oltre duecento persone in sala. Ne avevo pronosticate fra le cento e le centoventi. Anche perché i gruppi erano tutti, fuorché uno, locali, ovvero già sentiti e risentiti. Ve li racconto.



I DIRTY BLADE sono un gruppo pisano che ho avuto modo di sentire a un contest che, come headliner, presentava i Frostmoon Eclipse. Sono una di quelle band che vincono tutto sulla simpatia: energici, frullano come indemoniati sul palco, saltano, sembrano i rivali degli Stryper in un’edizione di Giochi senza frontiere, laddove gli Stryper sono la squadra gialla e loro la squadra rossa. Vincono gli Stryper perché Michael Sweet è dell’età del mi’babbo e quindi non gli insegni nulla. Francamente al secondo concerto dei Dirty Blade non ho ancora capito che cosa suonano, direi un ibrido fra rock ’n’ roll, punk, hard’n’heavy tradizionalissimo e diverse incursioni nel thrash, con quei giri d’impatto alla Slayer nelle parti lente. E’ un gruppo che potrebbe aprire una qualsiasi serata perché tende ad abbracciare un po’ di tutto, e che credo debba iniziare a scegliere un’impronta un po’ più definita. Non mi colpiscono le loro canzoni, mi colpisce l’energia che ne fuoriesce, e i ragazzi sono straordinari, non se la tirano, tengono il palco con cazzimma ma anche con la necessaria umiltà. Penso per tutto il concerto che a un certo punto vorrei vederli con indosso un altro vestiario. La cosa più bella fra tutte è che il pubblico è partecipe, sufficientemente numeroso e infuriato sin dalla band d’apertura.



Non ha alcun senso che io scriva il resoconto di un concerto degli SPEED KILLS, per il semplice motivo che, nell’ultimo trimestre, ho scritto più resoconti di un concerto degli Speed Kills che messaggi su whatsapp a mia madre. Hanno fatto il miglior concerto della serata anche stavolta, punto. La differenza fra loro e gli altri, è che loro hanno delle canzoni che stanno iniziando a fare presa rapida, soprattutto in Marasma e soprattutto quando cantano in italiano. Se all’inizio mi domando se faranno Gothic Line e Graffiti significa che sto cominciando seriamente ad apprezzare la loro musica, e ricordate, nel 2026 non è banale essere un gruppo metal, suonare un genere che è consolidato fin dagli anni Ottanta, e metterti in testa un ritornello, un brano intero, o anche solo un riff di chitarra. Non lo è per niente. Gli Speed Kills per quanto mi riguarda sono l’unico gruppo del lotto ad avere fortemente posseduto questa caratteristica, ma non ce l’hanno dal precedente album, la stanno fortificando adesso. Si tratta del loro ultimo concerto di una nutrita e ravvicinata serie, e spero francamente che rallentino, e che meditino di esportare la loro musica fuori dai confini provinciali e regionali, fuoriuscendo da quel genere di loop nei soliti locali che inizialmente genera un forte entusiasmo, ma che rapidamente accompagna a una sensazione di saturazione. Comunque non ne sbagliano una dal vivo.



I TERBIOCIDE li ho sentiti nominare in cinque modi diversi da cinque persone diverse nel corso della stessa serata. La loro discografia è in attesa di essere rimpolpata, giacché non trovo niente oltre Mutantkind del 2019, che è un mini. E questo è un bel limite. Eppure hanno un livello di attività live incredibile, che li ha portati sui palchi di Alchemica e Music Factory. Mutantkind non mi aveva neanche fatto impazzire, un thrash metal ultra aggressivo con voce sporca, ma, nonostante questo, dal vivo, i medesimi pezzi hanno reso tre volte tanto. Hanno come ripreso vita. È il genere di gruppo che, come monta su un palco, rievoca movenze e attitudine direttamente dal 1987. Il pubblico, almeno sulle prime, si è comportato come generalmente si comporta il pubblico a un concerto underground non appena inizia a suonare un gruppo che proviene da fuori: sono usciti tutti a fumare un cicchino. Dopodiché l’interesse e l’empatia nei loro riguardi sono lievitati anche con loro, per merito della loro spiccata capacità di stare lì sopra. Ma ripeto: occorre lavorare sulle canzoni, perché un album funziona solo se ce ne sono almeno due o tre realmente in grado di trainare. E, nel loro caso, c’è un’assoluta urgenza di pubblicare del materiale nuovo, e di dare un po’ di ricircolo a queste scalette. Soltanto per la scarsità di materiale proposto, li avrei proposti appena più in basso nel cartellone.



Non so quante volte ho visto i RUNOVER in vita mia. L’ultima volta era stato proprio al Viper Theatre, in occasione di una serata in cui si divisero lo scettro di migliori del bill con i rumorosissimi Despite Exile, e con un’altra scoperta di quei contest, i Diesanera. Furono tre concerti consecutivi uno più bello dell’altro, e direi che andarono addirittura ad oscurare i due headliner della serata, gli Extrema, con la loro formazione oramai snaturata, e i Novembre. Stavolta i Runover non hanno avuto a disposizione un palco all’altezza del Viper, e un po’ hanno pagato la circostanza, essendo abituati a location superiori a livello scenico: ripeto, le luci sono tanto importanti quanto lo sono i suoni, non perché a me debbono uscire fuori le fotografie, ma perché se non si vede un cazzo, non si vede un cazzo. E perché un impianto luci in grado di fare la differenza, e gestito con sapienza, può rendere un buon concerto un concerto memorabile. Il loro limite risiede ancora una volta nella discografia, limitata al solo Feel the Anger e a un paio di mini, di cui uno è relativamente recente. Pertanto la scaletta dei Runover sarà grossomodo quella a ogni concerto, piccole variazioni a parte, privata di quel genere di sorprese che potrebbero corrispondere all’esplorazione in massa di brani nuovi dei Runover. Finché non ce li hai, non puoi farlo, e il pubblico sarà nove su dieci lo stesso. Emozionante il finale con l’annuncio Sepultura Brazil! all’attacco di una Roots Bloody Roots spezzata nel finale e con percussioni su un fusto della birra. Andrea Vitelli e Marco Biagioli, lui sempre un ottimo frontman, in formissima come sempre nel rappresentare il loro thrash metal tutto incentrato su quel groove, tipicamente anni Novanta, che in Italia ebbe per portabandiera gli Extrema e gli In.si.dia.



Non mi sono goduto il concerto dei GAME OVER per il semplice fatto che fisicamente non ne potevo più. Avevo un po’ di febbre, e sinceramente il mio unico pensiero era raggiungere un letto nel minor tempo possibile. Ho pure potuto metter via la macchina fotografica anzitempo, perché hanno scelto di suonare praticamente al buio, oppure erano partiti la lavatrice e la friggitrice ad aria e quindi hanno staccato qualcosa per non far saltare il contatore. Pure loro me li sono goduti di più a un Firenze Metal, di spalla ai Mortuary Drape. I Game Over escono puntualmente con un album, e generalmente è sempre un buon album, ogni due annetti, e suonano dappertutto. Ciccio Russo se li è visti a Berlino a luglio del 2025 e ha pure fatto il report. È chiaro che, se un giorno sceglierete come meta la Tailandia per andare a puttane, vi ritroverete a vedere i Game Over in un locale con divanetti molto peggiori di quelli del VHS. Nonostante questo e nonostante il mio essere febbricitante, credo il problema sia stato il solito lungo bill, cui si è sommata la mezz’ora abbondante di ritardo nell’inizio del programma. I Game Over provengono da Ferrara, altro grosso intoppo. Le quattro band precedenti erano al massimo pisane o pistoiesi, e pertanto supportate da un pubblico locale, se non addirittura amico. Allorché non vi è più un’ultima band locale da supportare, parte del pubblico non esce per fumare: si prepara ad andare proprio via. Un’altra parte comincia ad andare via perché è tardi, per motivi soprattutto anagrafici. Insomma, con questa formula a rimetterci sono puntualmente gli headliner, e ho avuto la medesima sensazione anche al concerto dei Mortuary Drape, e in altre situazioni similari, con una media di sei band in scaletta. Tre band sole e una conclusione alla mezzanotte permetterebbe a tutti di godersi il piatto principale, e, soprattutto, di trattenersi al DJ set per due chiacchiere e una consumazione in più. Loro, comunque, hanno fatto il solito buon concerto, con Danny Schiavina fantastico, fisso a gesticolare e a contorcersi, come in una recitazione slapstick, e Luca Zironi teletrasportato direttamente dagli anni Ottanta per tanto bene che riesce a rappresentarli nel mood personale con cui tiene il palco.
A fine serata ho pensato d’aver respirato la migliore aria di concerto da un pezzo a questa parte. Ho sentito pure pronunciare a un amico, non metallaro, una frase che vissuta dall’interno fa quasi onore: ai concerti metal c’è una delle atmosfere più sane che abbia mai visto. Perché non ha visto me che mi vomitavo quasi addosso ai Queens of the Stone Age in piazza a Lucca qualche anno fa, altrimenti non lo diceva.
Ottima organizzazione e un ottimo pubblico, numeroso, sebbene vi sia una netta frattura fra come intendono un concerto metal tutti, e come lo intendono i soli giovanissimi, fissi a vogare e a fare quelle scenette da schiantare sui social, con gente del pubblico ospite sul palco a più riprese a dare indicazioni ai presenti quasi in sostituzione dello spettacolo stesso, in una sorta di spettacolo nello spettacolo. Ma finché tutti si divertono, è giusto che il divertimento vada avanti nell’una e nell’altra dimensione: a mali estremi, se un giorno un sessantenne in collera se ne dovesse uscire con lo spray per gli orsi, i giovani sono convinto capiranno. Anche lo spray per gli orsi in faccia a uno che vuole finire in tutti i reel di Instagram, in fondo, non è uno spettacolo nello spettacolo? (Marco Belardi)
