Hangman è la canzone d’amore più bella di sempre
La storia d’amore più bella di sempre non è un romanzo rosa e neanche un film di Özpetek, ma una ballata della tradizione popolare dei Monti Appalachi (la piccola e quasi insignificante catena montuosa che si estende dal Canada fino all’Alabama, roba che si può percorre da parte a parte con una mezzoretta di mountain bike, anche senza l’ausilio delle mani, mentre scrolliamo le foto di Annalisa su Instagram) intitolata Hangman (boia/impiccatore). La versione più famosa di questo brano senza tempo (di origine britannica) ci è giunta dalle mani fatate di Jean Ritchie, cantautrice del Kentucky, scomparsa a più di novant’anni nel 2015, madre della musica folk statunitense e grande suonatrice di dulcimer appalachiano, fichissimo strumento a corde della famiglia dei salteri (o cetre da tavolo).
Ed è proprio il dulcimer appalachiano che accompagna le parole di Hangman, che adesso ci apprestiamo ad analizzare.
Il brano parla di un uomo che sta per essere impiccato, per motivi non meglio specificati (forse apprezzava i Kataklysm, in quel caso capisco la punizione). Mentre ha già il cappio al collo, ecco che vede arrivare in lontananza il padre. Dopo aver chiesto al boia di allentare un momento la corda, l’uomo, speranzoso, chiede al padre, venuto da molto lontano, se ha portato con sé l’oro che occorre per liberarlo. Il padre, sola di tutte le sole, non solo gli risponde che non ha portato l’oro con sé, ma che ha percorso tutte quelle miglia per vederlo impiccato.
Stessa scena identica si verifica nella strofa successiva con la madre, anche lei venuta da molto lontano e anche lei la più infame tra gli infami. Una specie di Anna Maria Franzoni con il cappello di paglia, la camicetta a quadri e la spiga di grano in bocca.
Ora, mentre il papà e la mamma degeneri ce li immaginiamo distesi sull’erba, scalzi, comodi, col panino con la frittata in mano, pronti a non perdersi lo spettacolo del figlio che penzola dall’albero appeso per il collo, ecco che arriva, allo scadere, provvidenziale come una spazzata sulla linea al novantesimo minuto, la fidanzata del condannato, il suo vero amore. Lei sì che ha portato l’oro necessario a liberarlo. Pagherà la cauzione, lo riporterà a casa e poi si potranno sposare.
Cioè, ragazzi, ma di che stiamo parlando? Harry ti presento Sally, Titanic, Casablanca… Dove cazzo volete andare dinnanzi ad HANGMAN? L’amore della giovane per il suo giovane condannato, contro tutto e tutti, contro il tempo, contro i futuri suoceri, contro la pena capitale, si impone di prepotenza sul punto più alto dell’Olimpo del romanticismo. Dei Romeo e Giulietta versione country condensati in pochissimi versi; chiari, potenti, rapidi e precisi.
Che bello sarebbe avere un sequel, una Hangman pt.2. Coi genitori del condannato che si incazzano con la nuora, la prendono a cintate, “brutta stronza, c’hai rovinato il giorno più bello della nostra vita, perché nte fai mai li cazzi tua!”, e lei che, rotolandosi nella polvere della campagna americana, come un John Wayne con la gonna e le calze, si sottrae alla loro furia, ruba la rivoltella dalla fondina del boia (che sta lì fermo come un torsolo, col cappio in mano, senza saper bene che cacchio fare) e li fredda con un colpo secco in fronte.
Ps. Una versione un po’ diversa, rockeggiante e con un finale decisamente meno lieto, è l’ottima Gallows Pole, traccia numero 6 di un dischetto da due soldi che si chiama Led Zeppelin III. (Gabriele Traversa)


