ANTEPRIMA: Megadeth sarà la chiusura di un cerchio

Mercoledì 14 gennaio siamo stati a vedere in anteprima Megadeth: Behind the Mask, un documentario che sostenzialmente prevede l’ascolto di Megadeth, il prossimo nonché ultimo album della band statunitense. I tre singoli estratti vengono proiettati con il loro videoclip – menzione negativa obbligatoria per le parti fatte con intelligenza artificiale di Tipping Point – mentre gli altri constano di raccolte di immagini di repertorio e/o quelli che sono a tutti gli effetti lyric video. Ogni traccia è intervallata da spezzoni di un’intervista fiume inedita fatta per l’occasione all’immarcescibile Dave Mustaine, che per l’ultima uscita della band ha voluto fare le cose in grande. Difatti Megadeth: Behind the Mask uscirà nelle sale per tre giorni (22, 23 e 24 gennaio) mentre l’uscita di Megadeth l’album è prevista il 23 gennaio. Il tutto sarà seguito da un tour mondiale che li vedrà passare dall’Italia a Ferrara a marzo.

Dave Mustaine ci tiene a dare di sé l’immagine di un uomo compiuto, che è sceso a patti con il passato. Parla subito del confronto con i Metallica, l’elefante nella stanza, dicendo che è felice che i Megadeth non siano più la band del tizio che è uscito dai Metallica ma che allo stesso tempo non prova più alcun rancore per James, Lars e Kirk – excusatio non petita, accusatio manifesta? La mia idea è che negli anni Ottanta a vincere questo scontro tra titani fossero stati i Metallica; dagli anni Novanta in poi i Megadeth sono invece riusciti a mantenere quella che tutto sommato è stata una discreta continuità di rendimento (con dei buoni picchi) che gli amici di una volta – ma non solo, basti pensare alla fine che hanno fatto molte delle band thrash metal storiche – non possono che sognare.

Ciò è in fondo vero anche per quest’ultimo lustro che ha visto sì un ritorno tutto sommato decente dei Testament, ma anche una ciofeca dei Dark Angel e qualche uscita inutile dei Metallica – per non parlare di quelle dei Kreator che anche a gennaio 2026 hanno tenuto a dare una pessima prova di sé col nuovo album Krushers of the World. The Sick, the Dying… and the Dead! piscia tranquillamente in testa, mi passerete il termine, a tutte queste pubblicazioni e Megadeth riesce a mantenere uno standard abbastanza alto, sebbene leggermente inferiore. Rispetto al suo predecessore, che aveva sonorità e tematiche abbastanza oscure sorrette da un thrash metal piuttosto serrato, torna su atmosfere più ariose, talvolta tendenti all’hard rock (Obey the Call) e allo speed metal, che giocava un ruolo molto importante agli albori della carriera dei californiani (la didascalica Let There Be Shred) con una puntata nel punk (I Don’t Care, singolo un po’ infantile/adolescenziale a dire il vero).

In Megadeth: Behind the Mask viene poi tutto intervallato da interviste in cui Dave Mustaine racconta anche il processo compositivo e produttivo dietro questo album e altre canzoni famose del recente passato. Dall’ispirazione religiosa dietro Hey God?! a tutte le minuzie sui contratti che prevedono che lui componga almeno l’80% delle tracce. Questa, bisogna ammetterlo, è una parte che nelle interviste ricopre una parte sorprendentemente considerevole. Sorprendente non in virtù di una visione idilliaca della musica per la quale non ci si aspetta che una band a quei livelli, soprattutto se gestita da un uomo solo al comando come il roscio, non debba stare attenta a questi dettagli – la recente telenovela dietro ai Cradle of Filth, lo Smerdagate, ne è una dimostrazione, per quanto ridicola – ma più che altro perché sono aspetti che molti artisti, pur di mantenere negli ascoltatori quella visione idilliaca di cui sopra, non affrontano volentieri nelle loro interviste.

Dave Mustaine in questo senso rimane, a modo suo, duro e puro, onesto e diretto. Parla spesso e volentieri di management – in una maniera che, c’è da dire, è anche molto statunitense – di soldi, di suddivisioni e di come i periodi peggiori della band, anche da un punto di vista musicale, siano combaciati con un manager inadeguato, che non riusciva a gestire il gruppo e i dissapori di chi voleva una fetta maggiore della sua torta. Racconta anche di quando hanno messo una clausola nei contratti con i gestori dei locali e dei posti in cui vanno a suonare che prevede una multa per ogni volta che il nome Megadeth viene scritto in maniera errata – ovvero, Megadeath, cosa che fa imbestialire il nostro. 

Il film-documentario-evento cinematografico (chiamatelo come volete) restituisce alla fine quella che è anche un’immagine quasi burocratica e contabile di un musicista che prova ancora piacere a comporre e suonare, anche se forse non ha più la necessità di esprimersi attraverso la musica, come quando compose, tra le altre, In My Darkest Hour, in onore di Cliff Burton (con l’occasione giunge un’altra stilettata agli ex compagni rei di non avergli detto nulla in prima persona). E, dal punto di vista del Dave Mustaine coerente con se stesso che abbiamo imparato a conoscere, ha perfettamente senso chiudere qua la sua carriera e andare in pensione – non come molti gruppi che si ostinano a continuare a timbrare il cartellino anche quando non hanno niente da dire – con un ultimo tour finale che lo porti a salutare quanta più gente possibile – sempre che sia veramente l’ultimo e non facciano come i Manowar.

Chiude sia l’album che la proiezione un’ottima cover di Ride the Lightning. Anche qua Dave ci tiene a precisare che non ha più nulla contro i Metallica, che tutti i dissapori si sono appianati e che voleva semplicemente riprendere una canzone che aveva composto quasi interamente lui. Il messaggio alla fine suona come una variante tra “questa canzone bellissima che avete scritto in realtà è mia e me ne riapproprio” e “tutto quello di buono che avete fatto lo avete fatto grazie a me”. Dave Mustaine con Megadeth ha sicuramente chiuso il cerchio della sua carriera e della discografia della sua creatura, i Megadeth, e ora sta a posto con se stesso; anche se forse non nel modo in cui se lo racconta. (Edoardo)

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