I lupi si evolvono: ULVER – Neverland

Come sanno tutti i nostri affezionatissimi lettori, sono fin da sempre l’eretico della redazione per quanto attiene all’arcinoto “teorema degli Ulver”, che si declina in: “carini i primi e merda tutto il resto”. Al contrario, per il sottoscritto il collettivo guidato da Garm ha da sempre rappresentato una delle migliori possibili esemplificazioni dell’assoluta libertà creativa in ambito musicale, sintetizzata dal motto – a memoria iniziato a circolare intorno al 1998/99 – wolves evolve”. Ciononostante ho sempre avuto un approccio razionale nei confronti della discografia dei norvegesi, che spesso si sono persi in EP, colonne sonore e progetti non memorabili e, di recente, dopo la pubblicazione dello straordinario The Assassination of Julius Caesar, si erano persi in un vortice di synth-pop anni ’80 che già in Flowers of Evil – comunque riuscito – iniziava a mostrare segni di  cedimento; dopodiché, con il successivo Liminal Animals, si era completamente persa ogni attrattiva, facendo pensare a una preoccupante perdita di ispirazione. Esattamente un anno dopo, facendo seguito alla dolorosa scomparsa del tastierista di lunga data Tore Ylvisaker, i Nostri tornano a sorpresa con questo Neverland, anticipato da due singoli, uscito sulle piattaforme allo scoccare del nuovo anno e che sarà pubblicato in versione fisica a febbraio. E fin dai primi secondi del primo estratto Weeping Stone si intuisce che Garm e soci hanno, almeno per il momento, abbandonato quasi completamente le atmosfere degli ultimi lavori per concentrarsi su un suono che ingloba alcune sonorità già affrontate in passato e allo stesso tempo si affaccia su lidi nuovi.

Il risultato? Un album di transizione verso nuovi orizzonti ancora difficili da decifrare che, però, a differenza dello stereotipo di questa categoria di opere, è completamente a fuoco, riuscitissimo e talmente eclettico che richiederebbe ancora diversi ascolti per essere pienamente assorbito. Se si volesse semplificare un discorso difficilmente riducibile a poche battute, si potrebbe dire che è un disco di stampo elettronico in puro stile Ulver che riprende alcune soluzioni – soprattutto ritmiche – figlie del capolavoro Perdition City, inserendole in un contesto più ambient, vicino allo splendido ATGCLVLSSCAP (che del resto conteneva una rilettura di Nowhere,  tra l’altro anche superiore all’originale). Ma se ci limitassimo a questo, si farebbe un torto enorme a Neverland, che è uno dei dischi più liberi mai composti dagli Ulver, descritto dagli stessi autori come realizzato con un approccio “punk”, inteso come “more dreaming, less discipline – freer, quite simply”. E in effetti è realmente così, perché parliamo di un album in costante evoluzione, che si apre con un pezzo puramente ambient come Fear in the Handful Dust, con lo spoken word – uno dei pochi casi in cui si sentono delle voci in un contesto prettamente strumentale – di Garm che recita il poema The Waste Land di T.S. Eliot, ma che già dalla successiva Elephant Trunk si sposta su altri territori difficilmente catalogabili.

Perché, se episodi come la fantastica They’re Coming!The Birds! richiamano direttamente sonorità à-la Perdition City, anche se in una chiave più contemporanea, si tratta di brani che si evolvono allargando costantemente i propri orizzonti sonori abbracciando l’IDM anni ’90, il trip-hop o sonorità prossime al dub. Prendiamo una Hark! Hark! The Dogs Do Bark, per esempio, con un incipit dub che si evolve in dubstep, oppure una People of The Hills, in cui rispuntano sonorità anni ’80 figlie del passato più prossimo, filtrate da partiture prossime ad un certo Jean-Michelle Jarre, oppure la notevole Pandora’s Box che, dopo una prima parte ambient, si dipana in suoni che sembrano uscire da un vicolo di Bristol. Il tutto senza mai dare l’impressione di un minestrone male assortito o di un’opera senza fulcro: perché, se la libertà è tanta e i generi lambiti sono i più disparati, è altrettanto vero che la direzione intrapresa è netta, la guida è salda e, anche grazie ad un ottimo lavoro a livello di produzione, si evita l’effetto “compilation”.

In conclusione, Neverland è il nuovo, effettivo punto di ripartenza degli Ulver, uno dei loro album più riusciti degli ultimi tre lustri – per chi si prende la briga di scandagliarne, con calma, brani molto più complessi della loro apparenza – e che lascia intravedere la strada che i Nostri si apprestano ad intraprendere. (L’Azzeccagarbugli)

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