Trent’anni di Jormundgand, il folle e mai troppo celebrato debutto degli HELHEIM

Quando penso ad una band un po’ sfigata uscita fuori dal calderone della seconda ondata black norvegese, gli Helheim da Bergen sono sempre il primo nome che mi viene in mente. I secondi sono gli Hades di Jørn Tunsbergma ne parleremo in occasione di un’altra celebrazione. Non ho mai capito fino in fondo il motivo per cui questo gruppo nell’immaginario collettivo sia stato così poco considerato, probabilmente perché si presentavano al pubblico con mantelli e corazze medievali senza usare face painting e le classiche pose grim and frostbitten che andavano di moda all’epoca. Non erano molto amati neanche dalla stampa specializzata: ricordo ancora oggi prese per il culo per la “voce” di  Ørjan “Vanagandr” Nordvik (a cui arriveremo tra poco) e stroncature senza pietà soprattutto del secondo Av Nørron Æt, tipo “buffoni che giocano a fare i Vichinghi” oppure “quelli che scimmiottano in maniera imbarazzante gli Enslaved“, che poi giuro non ho mai ben capito cosa c’entrino gli Helheim con gli Enslaved, a parte l’abbigliamento e il suonare quello che all’epoca veniva definito come viking black metal.

Jormundganduscito sul finire del 1995 per la Solstitium Records (minuscola etichetta tedesca che ai tempi pubblicava solo roba di altissimo livello), rimane una delle primissime testimonianze di questo genere, ma non aspettatevi roba prettamente viking metal alla Frost, a parte i soliti intermezzi mezzi acustici con scacciapensieri e strumenti tipici di quell’ epoca. In questo esordio infatti la parte black rimane quella più preponderante e il suono è quello tipico cavernoso made in Grieghallen (trovare un gruppo della vecchia scena di Bergen che non abbia registrato lì è praticamente impossibile)anche se la cosa che salta subito all’udito è lo scream allucinante di Vanagandr. Ricordo ancora oggi la definizione di un mio amico blackster dell’epoca che, appena sentiti ‘sti latrati assurdi, se ne uscì con codesta frase: “Sembra Burzum che abbia appena messo le dita in una presa elettrica“, cosa in effetti non molto distante dalla realtà. Riconosco che come prima reazione possa suscitare un po’ di ilarità, considerato anche che la title track iniziale parte così de botto senza intro e con questo posseduto che urla come se non ci fosse un domani. Ricordo un’intervista al chitarrista nel leggendario numero di Grind Zone di gennaio 1996 (quello con lo speciale sul black metal norvegese), in cui gli si chiedeva se il cantante/bassista usasse degli effetti particolari per la voce, ma lui confermò di no, cantava esattamente in questo modo.

Poi però ti accorgi che oltre a questo c’è anche dell’altro, tipo il clamoroso riff attorno al trentesimo secondo e quelle tipiche atmosfere anni ‘90 che solo chi ha vissuto quella scena in presa diretta può capire fino in fondo. Prendete un brano come la splendida Vigrids Vard, dove alla classica furia black si unisce una certa austerità e malinconia data da solenni tastiere e quell’aura un po’ viking/pagan metal che permea un po’ tutto il disco, sebbene, come ripeto, queste influenze saranno molto più presenti nel secondo album. Mi verrebbe voglia di citarle tutte ma non voglio ridurre la recensione ad un mero track by track, faccio giusto eccezione per Gravlagt i Eldujne (quattro colpi di bacchetta e un riff iniziale che è roba da mettersi il cappotto pure in spiaggia a Ferragosto) e Nattravnens Tokt, forse il brano più epico del lotto, dove Vanagandr si cimenta in parti pulite in stile viking, coadiuvato nello scream da Tom “Himgrimnir” Korsvold, l’altro fondatore e membro storico dei norvegesi. I due si alternano spesso dietro al microfono, quindi se il modo di cantare del primo vi risulta un po’ troppo ostico sappiate che spesso contribuisce anche lui con uno stampo più convenzionale, diciamo.

Se ci si vuole addentrare un po’ più a fondo all’interno della seconda ondata black norvegese, Jormundgand è semplicemente un disco della madonna che non può mancare nella collezione di ogni blackster che si rispetti. Un lavoro che non ha epigoni (l’unico forse che gli assomiglia è l’Ep dei dimenticati Det Hedenske Folk di Tyr (ex Old Funeral) e che a tutt’oggi rimane un capitolo a parte nella discografia degli Helheim, che nel corso degli anni hanno accorpato influenze più progressive e sperimentali. Purtroppo sempre nell’indifferenza quasi più totale. (Michele Romani)

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