Avere vent’anni: THY MAJESTIE – Jeanne d’Arc

Giovanna d’Arco. La pulzella d’Orléans? La guerra dei cent’anni? “Tenete la croce in alto, cosicché io possa vederla anche attraverso le fiamme”? No, niente di tutto ciò. Per me Giovanna d’Arco è e sarà sempre solo questo disco dei Thy Majestie. E quando lo riascolto non ho di fronte a me gli arcieri inglesi della battaglia di Patay, massacrati dalla cavalleria francese, e nemmeno quegli infami membri del tribunale ecclesiastico di Rouen con la bava alla bocca, ma la splendida litoranea giù in Salento, dove mi reco ogni anno da oramai tre lustri. Prima che la mia ragazza (odiatrice del metal, possa mai un giorno Satana perdonarla) non me lo facesse togliere dal lettore cd della macchina per sempre, per me non esisteva altra colonna sonora per il mio sfrecciare tra quei paesaggi stupendi, per quelle scogliere così evocative, per quei mari mozzafiato e quelle torri d’avvistamento disseminate lungo tutta la costa. Sono sicuro che, se sapessero di questa mia particolarità, i Thy Majestie apprezzerebbero, perché loro non sono salentini ma di Palermo, quindi anche loro immagino cresciuti con suggestioni visive non troppo diverse dalle mie poc’anzi elencate. I Rhapsody siciliani ma che si prendono un po’ più sul serio e con qualche strizzata d’occhio verso il prog”,  li ho più volte definiti in passato, e a distanza di anni confermo la mia stessa definizione.

Dopo un debutto acerbo ma pieno di buona volontà ed idee niente male (The Lasting Power) e un secondo album più solido, più epico, più quadrato, più TUTTO come Hastings 1066 (che conteneva una scoppiettante Scream of Taillefer, forse il pezzo power italiano più sottovalutato di sempre) la terza fatica dei nostri pupi siciliani, dedicata alla Pulzella du Salent (ehm, scusate, d’Orlèans) dopo un paio di minuti d’ intro atmosferica, parte con una Maiden of Steel che è UN TERREMOTO: ci sono tutti, ma proprio tutti, i cliché del symphonic/power anni ’90-2000; il doppio pedale alla Usain Bolt, la tastiera prorompente, le chitarre che sfrecciano come lance verso le cotte di maglia nemiche, ma CHE TIRO, PORCO CAZZO! Che fomento inverecondo, signori!

Le uniche riserve, fin da subito, sono per il cantante (purtroppo una costante dei lavori dei Thy Majestie); non perché un cane, è anche discretamente dotato, ma per la sua pronuncia inglese, che potrebbe essere quella di un Nino Frassica al pranzo della domenica dopo due bocce di Nero D’Avola. Inglese del cantante a parte, per il resto funziona tutto a puntino, anche nei brani successivi.

Ride to Chinon ha il riff di partenza che è la copia carta carbone di quello di The Metal Age; non sarà originalissimo, ma se mi citi gli Hammerfall, anche se in modo così spudorato, hai già la mia simpatia, a prescindere.

I brani che spiccano di più sugli altri sono tre: …For Orléans, che ha un ritornello battagliero e fomentone, da cantare in camera vostra mentre agitate in aria la vostra spada immaginaria, Siege of Paris e la conclusiva The Trial.  Ecco, se almeno uno di questi tre, appena chiusa la recensione, non ve lo sparate nelle cuffie fino a perforarvi i timpani, avete un bidone di mutande sporche di Borgognoni (i francesi alleati degli inglesi che consegnarono Giovanna al nemico in cambio di una grossa somma di denaro) al posto del cuore. (Gabriele Traversa)

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