Siamo stati nella chiesa medievale dove fu registrato Kosmokrator

Kosmokrator è stato registrato in soli due giorni – per garantirne la spontaneità – all’interno d’un luogo incredibile: una Chiesa romanico-gotica edificata nel XII secolo, probabilmente ad opera dell’arcana maestranza degli Antelami. In questo luogo abbiamo dimorato come pellegrini per soli due giorni, ma ne siamo usciti segnati per sempre dalla sua austera forza. Non possiamo, purtroppo, rendere pubblicamente noto il nome di questa sacra dimora del ponente ligure; vi sarà però data, in questo libretto, la chiave per dedurlo.

Il libretto di Kosmokrator specificava che il disco era stato registrato in una non meglio identificata chiesa del Ponente ligure. Il nome non era citato, ma, in ossequio allo spirito simbolista che in fondo permea tutto il progetto Spite Extreme Wing, lo stesso booklet forniva alcuni indizi, soprattutto fotografici, suggellati dall’esortazione a cercare da sé il luogo stesso, quasi alla stregua di un’esperienza iniziatica. Nel 2005 io non ero mai stato in Liguria, non progettavo di andarci a breve e di certo non avevo i mezzi per decifrare quegli indizi, quindi mi ero messo l’anima in pace. Però, ogni volta che riprendevo in mano Kosmokrator, fantasticavo di, un giorno, riuscire a individuare la misteriosa chiesa, e magari visitarla.

Dopo più di un decennio, quando ormai non ci speravo più e quasi mi ero dimenticato di tutta la faccenda, è successo l’inaspettato. Il maresciallo Maurizio Diaz, genovese, che avevo conosciuto qualche anno prima, mi dice che sua moglie crede di aver individuato la chiesa fatidica, e mi propone di andare a visitarla. Sua moglie è Chiara, di cui avevamo parlato a proposito del ventennale di Fireworks degli Angra, e che ha studiato Beni culturali a Genova. Gli chiedo se è sicura, e mi risponde che sì, è abbastanza sicura che sia quella lì. Quindi prendo la mia fidanzata, attuale moglie, e partiamo.

Preciso subito che non dirò mai il nome della chiesa. Troppo facile. Posso però dire che si trova effettivamente nel Ponente ligure, e, come facilmente immaginabile, non svolge più la funzione di edificio di culto, tanto che lì dentro ci fanno matrimoni civili e ci registrano dischi black metal. Non è stata per nulla difficile da raggiungere, quindi niente ardita anabasi esoterica in su la vetta di un’erta rupe. Anche perché te li immagini gli Spite Extreme Wing a trascinarsi la batteria tra gli sterpi di un interminabile sentiero in pendenza? Anzi, abbiamo parcheggiato vicino e in pochi minuti eravamo lì, dopo un’agevole salita tra le frasche. Ed era proprio lei, la chiesa delle immagini del booklet e dei sibillini indizi. Purtroppo l’abbiamo trovata chiusa, quindi abbiamo scattato qualche foto lì fuori e abbiamo fatto un giro nei dintorni, anche se purtroppo non c’era molto da vedere. Parecchi gatti, quello sì, ma poco altro.

A un certo punto però si sono avvicinate due figure. Una signora molto anziana con una grossa chiave in mano e un’altra, un po’ meno anziana, che venivano verso di noi. Se non fosse stata la tarda mattinata di una tersa giornata autunnale sarebbe potuta essere una scena di un film di Pupi Avati. La chiave era quella del portone della chiesa, e le due signore erano quelle che si occupavano di tenere la chiesa in ordine. Abbiamo subito fatto conoscenza: ci hanno detto che abitavano nei dintorni, la più anziana era una vedova e l’altra una vicina di casa che le faceva compagnia, tanto là non c’era molto altro da fare. Il giorno prima c’era stato un matrimonio e quindi dovevano sistemare, rimettere a posto le sedie, togliere i festoni, cose così. Ovviamente ci siamo offerti di aiutarle. Non ci hanno chiesto perché fossimo lì, probabilmente perché erano abituate ai turisti. Dopo aver sistemato tutto abbiamo fatto un po’ di conversazione con la più anziana, per la quale avevamo lasciato una sedia fuori posto così che potesse riposarsi. Ha detto di avere più di novant’anni e di avere abitato lì da sempre, salvo spostarsi per un periodo quando c’era la guerra, per i bombardamenti. Non so da dove mi sia venuto, ma le ho chiesto che cosa si mangiasse da quelle parti quando lei era giovane e c’era la fame. Ha fatto un mezzo sorriso: “Dal lunedì al sabato mangiavamo sempre la stessa cosa: prendevamo una focaccina, la tagliavamo a metà e ci mettevamo il pesto di basilico. Poi la domenica un po’ di carne o la zuppa”. Ha sospirato. “Non so come facevamo. A pensarci adesso sembra assurdo. Ma era così che andava, a quei tempi”.

Da quel giorno, ogni volta che riascolto Kosmokrator non penso più alla mistica interventista della Grande Guerra, a Julius Evola o Renè Guenon, ma a quella minuta e placida vecchina con gli occhi acquosi e l’espressione tranquilla di chi è consapevole di aver svolto il proprio ruolo nel Cosmo, senza rimpianti del passato o angosce del futuro. Sono passati quasi dieci anni, e immagino che la sua storia sia arrivata alla conclusione. Un giorno dovremo ritornarci, e magari aiutare di nuovo a mettere le sedie a posto, e portare dei fiori sulla tomba di quella vecchina. E tutto questo per un disco black metal. Alla fine in qualche modo lo è stato davvero, un viaggio iniziatico. (barg)

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