Il disco del perdono: CRYPTOPSY – An Insatiable Violence
Puoi aver compiuto le migliori azioni, essere stato sempre irreprensibile, un esempio da seguire. Poi, fai un passo falso una volta e anni di buona reputazione vengono distrutti in un attimo. Non vieni perdonato nemmeno se fai penitenza in ginocchio, fustigandoti la schiena, piangendo e dicendo di essere una merda, di farti schifo da solo. Se in tutto questo hai raggiunto un minimo di fama, è ancora peggio. La gente vorrà il tuo sangue.
Avete già capito dove voglio andare a parare. Ai Cryptopsy non è bastato aver scritto None So Vile per compensare The Unspoken King. Il peso di quest’ultimo sembra averli affossati molto più di quanto li abbia elevati il primo. Negli ultimi dodici mesi li ho visti due volte dal vivo, ed entrambe le volte sono stati superbi. Ma la domanda che mi ponevo guardandoli era sempre la stessa: quanto tempo servirà prima che ci passi l’incazzatura per quella monnezza di The Unspoken King? Io non vedevo l’ora di perdonarli, di dimenticarmi quel disco insulso. Perché più passa il tempo e più mi rendo conto di come None So Vile sia un disco unico e uno dei classici che ascolto con maggior frequenza.
A proposito di classici, Flaubert diceva: “Come saremmo fortunati se conoscessimo bene solo cinque o sei libri”. Frase che oggi, nell’era dell’iperesposizione a qualsiasi cosa, ha più che mai un senso concreto. Volendo, potremmo fare un gioco ed estendere quell’affermazione anche ai dischi: come saremmo fortunati se conoscessimo bene solo 20, 25 dischi (concedo un numero maggiore, visto che per ascoltarne uno ci si impiega molto meno che per leggere un libro). Ecco, None So Vile per me sarebbe uno di quei 20, 25 dischi.
E quindi a ogni loro nuova uscita non posso che essere per lo meno un po’ curioso di sentire cosa combinano. Analizzando la loro discografia più recente, quella successiva alla succitata monnezza, si può dire che Cryptopsy fosse effettivamente un buon disco, però risentiva della vicinanza temporale al precedente per essere pienamente apprezzato, e comunque non era così potente da riscattare abbastanza la band; As Gomorrah Burns non era brutto, in fondo, ma era ben lontano dal lavare via l’infamia; An Insatiable Violence, invece, supera di gran lunga i precedenti due. È un disco solido, compatto e con delle belle canzoni. Non vuole essere pretenzioso come il suo predecessore; vuole essere concreto e pragmatico.
I pezzi sono tutti, e lo ripeto: tutti, ispirati, scritti e arrangiati bene. Our Great Deception è, secondo me, un pezzo strafico, che mancava a Flo e soci da anni. Il riff portante mi fa venire i brividi. Non c’è un riempitivo che sia uno, non c’è una pisciata fuori dal vaso che sia una. Tutto è lì dove deve essere, fatto magistralmente. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che è sempre la solita solfa. Sì, ma è la solfa dei Cryptopsy, e non mi aspetto, personalmente, che nel 2025, dopo 33 anni di carriera, tirino fuori un disco che cambi le carte in tavola al death metal mondiale. Mi basta qualcosa che sia degno di portare il loro nome, un nome piuttosto pesante, e che sia vicino all’asticella di qualità che loro stessi hanno contribuito ad alzare. An Insatiable Violence lo è, essendo il miglior disco dei canadesi dai tempi di And Then You’ll Beg.
Se nella riuscita di questo album abbia giovato il passaggio a Season of Mist, o i soldi dei sauditi (sono stati la prima band metal di sempre a suonare in Arabia ed è successo nel 2023), o cos’altro, non lo so. Fatto sta che questi Cryptopsy hanno finalmente trovato la loro ragione di esistere. Secondo me, adesso sì che si può fare pace con Flo Mounier e il suo cazzo di The Unspoken King di ‘sta minchia. (Luca Venturini)
