Avere vent’anni: THOU ART LORD – Orgia Daemonicum

Orgia Daemonicum, all’epoca della sua uscita, fu trattato malissimo quasi universalmente. E io mi trovai d’accordo con quei giudizi negativi. L’album, al primo ascolto, colpiva per una registrazione un po’ troppo secca e fredda, che appiattiva eccessivamente le canzoni. Anche di idee non sembravano essercene troppe. La cosa che più lo penalizzava però era di essere uscito dopo DV8, del 2002, un disco CA-PO-LA-VO-RO che se non conoscete dovete assolutamente ascoltare, indipendentemente dal fatto che vi piaccia il genere o meno. Ma se questa rubrica serve a qualcosa, per come la vedo io, quel qualcosa è proprio (ri)valutare col filtro del tempo le uscite di allora, per scoprire se “confermare o riBBaltare” (grazie, Alessandro Borghese) i giudizi espressi a suo tempo. Detto questo, io Orgia Daemonicum oggi lo ritengo un bel disco. Non una cosa per cui strapparsi i capelli, ma un bel disco, appunto, e credo che si meriti delle scuse.

Per apprezzarlo bisogna innanzitutto evitare di compararlo a DV8, che sarà inevitabilmente sempre superiore. Sarebbe come paragonare qualsiasi giocatore di basket a Michael Jordan; conviene lasciar perdere a priori. E d’accordo, posso concedere il fatto che la registrazione poteva essere fatta meglio; in un punto in particolare, poi, sembra ci sia stato un taglia e cuci disattento (The Gnostic Code, a 42 secondi dall’inizio). Ma la sostanza, in fin dei conti, c’è. La chiave di lettura, o di ascolto, di questo disco sta nell’ultima traccia: la cover di Power from Hell degli Onslaught. Se si parte da lì, si può capire il taglio che Sakis e The Magus hanno deciso di dargli. È un album che unisce quel suono tipicamente greco, che loro stessi hanno inventato ed evoluto, a certo thrash metal, di quello che cominciò poi a trasformarsi in death. Cosa che avevano già fatto in passato, in parte, ma qui la componente thrash-death emerge molto di più e con meno fronzoli. Che, magari, all’inizio è proprio questa semplicità a spaesare, mi vien da dire. Se le prime due canzoni, Possessed e Hecate Unveiled, sono effettivamente un po’ fiacche, da An Apparition of Vengeance in poi il disco comincia a tirarsi su, e addirittura da The Royal Invocation of Apophis sembra un’altra band a suonare. Vi dirò, dopo non averlo ascoltato per anni e anni adesso me lo sto sorprendentemente godendo. Certo, non sarà perfetto, torno a dire, ma dei Thou Art Lord, come del proverbiale maiale, non si butta via niente. (Luca Venturini)

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