Sardegna feroce e occulta: VULTUR – Cultores de Perdas e Linna
Col black metal popolarissimo tra i lettori di Metal Skunk e la lobby sarda così presente e pesante, non solo in redazione ma anche nella nostra chat Telegram, i Vultur potrebbero interessare a parecchi qua da queste parti. Loro si sono sempre definiti una band black metal sarda, non italiana. Anzi: Sardinian Occult Black Metal. E i testi infatti sono in sardo e ispirati al folklore occulto sardo. O meglio credo, che di sardo non capisco nulla e in Sardegna, ahimè, non ci ho ancora mai messo piede. La copertina di Cultores de Perdas e Linna però pare confermarlo. Chissà, gli isolani tra noi potranno dirmi di più. Però non è gran che folklorica la musica, anzi, al massimo un intermezzo acustico, ok. Tutto il resto è black metal duro e puro e quasi tutto a ritmo accelerato. Un black talmente puro che, idioma a parte, non ha richiami esotici e, anzi, resta devoto ortodosso del cuore nero della scena norvegese dei ’90 e pure di quella svedese. Insomma, Marduk, Mayhem, Dissection e Immortal. Tutta roba di prima qualità. Questo per dire che c’è poco da aspettarsi zufoli e triccheballacche e altri ammiccamenti etno-folklorici. Nero è nero, Cultores de Perdas e Linna. Non conosce altre sfumature.

Suono puro, feroce e occulto, come già quello di Ogu Liau, era il 2014 ed era già un disco davvero notevole. Incontrato un po’ per caso, ci volle un po’ a procurarselo essendo esaurito in poco tempo. Mi aveva colpito, copertina e tematiche, ma poi dentro era un macello anche quello e un riff come quello di S’Inferru era semplicemente fenomenale, a parer mio. E comunque, se già a me era garbato moltissimo Ogu Liau, il nuovo disco, dopo dieci anni e rotti, suona decisamente meglio. Sulle stesse, maledettissime coordinate, ma registrato come Satana comanda, e mi rendo conto solo ora del fatto che Ogu Liau con un suono così avrebbe mietuto sicuramente più vittime. Ed è un peccato che i Vultur siano relegati di fatto ad un circuito semi-carbonaro, perché schiaffeggiano e travolgono. Attorno ad Attalzu, quello con la maschera di legno a forma di bue arcaico, intanto sono cambiati tutti ma, se l’amalgama è quello che viene fuori da questi solchi qui, a questa formazione non manca nulla.

Si legge spesso nelle recensioni che non si può menzionare una traccia sola, che il disco è un monolite e va preso tutto insieme eccetera eccetera. Stavolta è (sarebbe) particolarmente vero. Apparte Arestis, che funge da intermezzo acustico (l’unico), con l’iniziale Su Frastimu si comincia a essere presi a ceffoni, violenti e veloci, e davvero non ti rendi quasi conto quando si passa da un pezzo a un altro. È una frase che chiaramente vuole essere un complimento, visto il contesto, ma ovvio che si presta anche ad essere letta come una critica. Perché a Cultores…, album dalla tigna esemplare, forse manca quel riff che non ti scordi più (ecco, tipo S’Inferru) o il farti percepire a primo ascolto gli sviluppi differenti dei brani. Però è difficile, chiaro, se vuoi fare un disco che suoni come un macello quasi dall’inizio alla fine, per cui, davvero, non è il caso di andare a cercare difetti quando tra le mani c’è già una bella bombetta. Quei cori monastici all’inizio di Nemini Parco, ultima traccia nonché unica in latino/italiano, staccano un po’ da quelle mura nere di nuraghi neri. C’è qualcosa dell’ossessione macabra di Mortuary Drape e Abysmal Grief (la strofa lenta) e ovviamente sarebbe una variabile assolutamente in tono. Dettagli, Cultores de Perdas e Linna è un signor disco e la speranza è di non dover aspettare altri dieci anni prima di ascoltarne un seguito di lunga durata. Intanto bentornati, Vultur. (Lorenzo Centini)
