Sibille, demoni, negromanti: HESPERIA – Fra li monti Sibillini

C’è una terra, al centro della penisola che i greci chiamavano terra d’occidente, in cui rocce di montagne dalle forme drammatiche gettano ombre su gole che si meritano l’appellativo di infernali. Montagne che nasconderebbero l’antro di una maga, antro che a sua volta condurrebbe ad un mondo fatato sotterraneo. In superficie, invece, in alto, verso la cima delle montagne e in direzione del cielo, si adagia un piccolo lago, che per la tradizione ha visto accogliere il cadavere di Ponzio Pilato e verso cui, nel corso dei secoli passati, si sarebbero diretti negromanti da tutta Europa per officiare riti occulti, tanto che i governanti di allora dovettero limitarne l’accesso. Fin dove arriva la realtà e dove inizia la leggenda potreste verificarlo da voi recandovi sui Monti Sibillini, tra le province di Ascoli Piceno, Fermo, Macerata e Perugia. Metal Skunk non è un’agenzia di promozione turistica, anche se dritte preziose per le vostre gitarelle fuori porta ne fornisce. E anche se il black metal regionalista a conti fatti dovrebbe essere riconosciuto come un valido sponsor dalle varie pro loco dello stivale.

Ora, io non sono un completista di black metal e questa ammissione non penso sorprenda nessuno. Non sono certo la persona più quotata e competente qua dentro per occuparsi di un album del genere. Ma Hesperia è un “progetto” che per campanilismo marchigiano ho già incontrato, in passato. Mi sono reso conto ora di non aver ascoltato i penultimi due volumi, quelli sull’impero di Roma, e quindi mi ero perso il ritorno a forme sonore più estreme, dopo i capitoli più heavy metal e puliti (Spiritvs Italicvs e Metallvm Italicvm), dedicati invece alla nascita della civiltà latina. Puliti tra virgolette, perché molto amatoriali. Gli albori furono però di black metal aspro ed oltranzista e già ispirato dalle bellezze naturali e arcaiche di quella regione nel sud delle Marche. Lo dimostrava la prima traccia della primissima produzione, The Return of an Archaic Civilization del 1997, che si intitolava (molto sinteticamente) Introduction to Hesperianspirit: Temporal Gates Buried in the Crypt Beneath the Fortress Ruins on the Sibillian Mounts (The Awake of the Tyrant). Quindi sembra quasi un ritorno all’antico, questo Fra li Monti Sibillini (Black Medieval Winter over the Sibylline Mounts), vuoi per le tematiche del disco, vuoi per il ritorno al black metal – e la copertina dice già tutto di suo.

Però, pur potendo vederlo come un ritorno agli albori, mi sorprendo, io, ascoltandolo. Perché, tra i dischi che avevo già incontrato, non avevo mai sentito la musica di Hesperia così sicura e potente ed evocativa. E mi sono sorpreso certo anche a vederla pubblicata dalla Hammerheart, a questo giro. Un bel salto di livello, ma del tutto coerente con quanto dimostrato dal (credo) maceratese Hesperus (dietro il nome Hesperia in realtà c’è solo lui) in questi settantasei minuti di musica. Una durata considerevole, ma articolata più o meno dichiaratamente in tre parti distinte. All’inizio coi tre atti de La Grotta de la Sibilla, dedicati alla leggenda che trova spazio nel romanzo cavalleresco Guerrin Meschino di Andrea da Barberino. Proprio la leggenda della Sibilla Appenninica e della grotta etcaetera etcaetera. In coda invece i due atti dedicati all’eretico medievale Cecco D’Ascoli. Bel tipo, questo qui, arso sul rogo dall’Inquisizione a Firenze nel 1327, accusato di essere stregone e negromante, per via dei suoi studi (o meglio dei suoi insegnamenti) di astrologia/astronomia. Pare che sul punto di essere giustiziato, anziché ritrattare o negare tutto, abbia ripetuto “l’ho detto, l’ho insegnato, lo credo” ad ogni capo di accusa. Scienziato ante litteram, sono poi fiorite leggende, come il fatto che la madre, devota alla dea picena Ancaria, l’avesse partorito dove ne sorgeva un tempo l’antico santuario. Oppure che Cecco stesso fece in modo che il Diavolo in persona erigesse nell’arco di una notte un ponte di pietra, ad Ascoli. Oppure se ne ricordano le dispute col rivale/amico Dante Alighieri, che al contrario del marchigiano riteneva che l’educazione potesse dominare l’istinto. Gran bel tipo, Cecco d’Ascoli. A quanti di voi (il nostro Bartolo da Sassoferrato non fa testo) vengono in mente molti altri personaggi della nostra storia altrettanto meritevoli di un concept black metal?

La parte centrale del disco invece è quella dedicata all’entroterra piceno, alla geografia maestosa e minacciosa delle montagne marchigiane. Hesperus attinge qui ancora di più che nel resto dell’album a tutti gli strumenti ed espedienti che possono consentirgli di aumentare al massimo l’evocatività della sua musica. Si alternano brani di black complesso ed articolato, con parti folk, acustiche, synth, registrazioni ambientali e quanti più dettagli possibili per ricreare tutto un universo di minacciosa magia. Tre brani sono dedicati ai lughi chiave delle leggende del luogo, ovvero a Mons Daemoniacus (leggendario nome del villaggio di Montemonaco, presso il Monte Sibilla), alle Gole dell’Infernaccio e al Lago di Pilato. Inoltre, quattro notturni suggestivi anticipano e chiudono queste tre epopee gagliarde, quattro notturni tra musica folk e soundscape che sono altre quattro tappe di un itinerario geografico. La suggestione è massima, black e folk magari non si fondono davvero, ma si completano mettendo ognuno una parte di oscurità che l’altra forma espressiva non è in grado di dare. Una curiosità: il folk ripreso da Hesperus evoca una dimensione storica, medievale, ma non dimentica quella regionale reale. Così per esempio capita di ascoltare una specie di ripresa del saltarello storico, coraggiosamente rievocato in passato già dai Dead Can Dance, che poi lascia spazio a lu saterellu reale, quello che ha approfittato della produzione ottocentesca delle fisarmoniche di Castelfidardo e che però serve un po’ di fortuna per incontrare davvero tra feste e sagre. A me capitò, di ritorno dai parenti a Fermo, un’estate, dopo un lungo viaggio non ricordo dove. In piazza c’era una festa di folk celtico, popolare ma magari un po’ discutibile. In fondo i Galli più giù di Senigallia non mi pare si fossero stanziati. Ricorderò male. Comunque, quella sera, sull’altro lato della piazza, un vecchino e un ragazzino pre-adolescente, una fisarmonica a testa, improvvisarono un contro-festival suonando lu saterellu davanti a una manciata di persone. Non ricordo nemmeno che viaggio avessi appena concluso, ma mai come in quel momento mi sono reso conto che non conosco a sufficienza la terra che sarebbe anche un po’ mia.

Ma bando ai ricordi personali, anche se Hesperus stavolta, davvero, ha messo in piedi un’opera magniloquente a tal punto che non può non sollevare suggestioni. Mi spiace davvero non essere più competente nella materia sonora originale, non riuscire a distinguere da uno scarto di chitarra l’inconfondibile influsso di un demo registrato in Patagonia nel ’97. Volo più basso, quindi, e vi dico che però qui ce n’è davvero di materia per tanti, magari per chi ama gelarsi con le bufere degli Immortal, per chi rimpiange i cari bei tempi medievali andati coi Satyricon, per chi paganeggia convinto coi Moonsorrow o per chi ama sognare, di notte, col lato ambientale ed etereo dei Negura Bunget. Chiaro, riferimenti alti e di un certo livello, quelli che identifico io. Non aspettatevi un capolavoro di quel livello, insomma, ma un disco complesso sì. Era da un bel pezzo che, essendomi dedicato ormai stabilmente negli ultimi anni a forme musicali meno oltranziste, mi ripromettevo di ricominciare a recuperare ed esplorare gli estremi dello spettro sonoro. Solo non immaginavo che mi si sarebbe riacceso l’interesse grazie ad una voce proveniente proprio dalla Terra verso la quale, un giorno, sogno anche io di “tornare”. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Avatar di Cure_Eclipse

    Ciauscolo, Varnelli e black metal dei Sibillini

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  • Avatar di mark

    Confermo che i Sibillini sono davvero grim&frostbitten, come ovviamente il ciauscolo, i cojoni de mulo ed il Varnelli. La prima volta che sono stato a Castelluccio di Norcia son rimasto sorpreso da quanto in inverno ci fosse il freddo e la neve che da noi in Piemonte si trovano a 3000 metri di quota.

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