A spasso per Kadath: intervista ai THE GREAT OLD ONES con Benjamin Guerry

In previsione dell’uscita del prossimo album dei francesi The Great Old Ones, intitolato Kadath, abbiamo incontrato Benjamin Guerry, frontman e principale mente creativa del gruppo. I The Great Old Ones si sono distinti negli ultimi anni per la loro capacità di tradurre l’universo di H.P. Lovecraft in esperienze musicali intense, dal carattere fortemente narrativo e impressionistico, arrivando ad essere una delle realtà più originali del metal di avanguardia: decisamente black, ma anche capaci di spaziare nel progressive, nel metal classico e nell’epic, riuscendo a gestire una pluralità di stili con una coerenza e uno stile veramente rari. In questa agile intervista parliamo della composizione del nuovo album, ma anche di alcuni dettagli sul percorso personale e artistico di Benjamin, senza trascurare la passione comune per il Maestro di Providence.

Ben, noi abbiamo una passione comune: H.P. Lovecraft. Quando e come hai iniziato a leggere i suoi racconti?

Ho iniziato da ragazzino, quando giocavo ai giochi di ruolo, come credo molti. Mi ero appassionato in particolare a Il Richiamo di Cthulhu, avevo circa tredici anni. Inizialmente non conoscevo Lovecraft, ma sono arrivato ai suoi racconti attraverso il gioco. Volevo conoscere lo scrittore che aveva ispirato il gioco. Da quel momento mi son messo a leggere tutti i libri di Lovecraft che potevo trovare e me ne sono innamorato.

La Francia è un paese che ha valorizzato Lovecraft molto presto, prima di altri paesi non anglofoni, come l’Italia, e ha una lunga tradizione di critica letteraria favorevole per Lovecraft. Ti interessi anche di critica e di fandom lovecraftiani?

Io leggo molto su Lovecraft, sono un grande fan, leggo molti fumetti ispirati a Lovecraft e colleziono tutto quello che trovo. Lovecraft è molto popolare adesso, molto più che negli anni Ottanta o Novanta, ci sono tantissime ottime pubblicazioni che lo riguardano, tante nuove traduzioni e io finisco per comprarle tutte. Quando vedo qualcosa di nuovo che esce, penso sempre: “non ne ho bisogno, non lo voglio”, ma poi passa meno di un’ora, cedo completamente e tiro fuori il portafoglio…

Ehh, è un problema comune in tutto il mondo direi. Allora avviciniamoci al tema principale di oggi e dimmi: come fate a tradurre le invenzioni di Lovecraft in musica e parole?

In genere per prima cosa viene la musica. O meglio, io comincio con lo scrivere qualche canzone, di solito un paio, poi quello che ho scritto mi fa pensare a qualche storia di Lovecraft, così la prendo, magari la rileggo e proseguo con il resto dell’album con quella particolare storia in mente. A questo punto, quella storia diventa il centro dell’ispirazione per l’album, che deve essere tradotta in atmosfere ed emozioni. Nel nostro prossimo album, Kadath, per esempio, lo stile è più aperto ed epico rispetto agli scorsi lavori, perché in effetti The Dream Quest of Unknown Kadath è diversa da altre storie del Mito di Cthulhu.


Un concept su Kadath dev’essere impegnativo. Quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato per far collimare la narrazione, la musica e la copertina per raccontare la storia?

Penso che Kadath sia stato l’album più difficile che mi sia trovato a scrivere, perché è un racconto lungo con tantissimi elementi dentro. Non è un romanzo, ma è comunque una storia molto complessa: c’è il fantasy, c’è l’horror lovecraftiano, ci sono tanti personaggi e succedono tante cose. Con altre storie, per esempio ne Il richiamo di Cthulhu o L’estraneo, è diverso: sono racconti più brevi e ci sono meno elementi da considerare, per cui sono più facili da adattare. In questo caso ho dovuto fare anche qualche taglio, ho dovuto scegliere cosa mantenere e cosa no. Di solito leggo la storia un paio di volte, non di più perché voglio mantenere viva l’attenzione e la passione: se la leggessi e rileggessi dieci volte mi stancherei e non sarebbe produttivo. In questo caso ho cercato di immedesimarmi in Randolph Carter, il protagonista della storia, e ho provato a tradurre le sue emozioni nella nostra musica. Ho cercato di esprimere il suo stupore e il senso del meraviglioso che prova nel vedere quegli immensi paesaggi, oppure quanto pensa che sia finita, perché è caduto in una trappola. Ecco, ho cercato di far trasparire questo. Per me è importante tradurre tutte le emozioni che il protagonista prova: quando è triste cerco di fare una musica ugualmente triste e drammatica, oppure quando è sbalordito o esaltato faccio una musica più epica e potente, insomma ho provato a ricreare in musica quello che Carter prova nel racconto. Per l’artwork è stato diverso: in questo caso in particolare ho lasciato completa libertà all’artista, Jakub Rebelka, anche lui un grande appassionato di Lovecraft. Ovviamente gli ho dato qualche indicazione, ma l’ho lasciato totalmente libero di fare quello che si sentiva. Gli ho detto di essere il più spontaneo possibile, di mettere quello che provasse e che ritenesse giusto, l’unica vera richiesta è stata di pensare a The Dream Quest of Unknown Kadath. Per quanto riguarda la musica è diverso, perché la musica deve seguire la vicenda del protagonista: nei racconti di Lovecraft c’è sempre un personaggio che scopre qualcosa, che all’inizio è sconosciuto e che lui deve affrontare e la musica deve esprimere le emozioni che questo protagonista sta provando, passo dopo passo.

A proposito di narrazione, ascoltando i vostri album noto un costante miglioramento e un ampliamento delle vostre capacità di raccontare attraverso la musica. Probabilmente Kadath è l’album che spicca per la maggiore coerenza interna rispetto ai precedenti.

Si, non so dire se Kadath sia il nostro album migliore, ma di certo è quello più “cinematografico” che abbiamo fatto: siamo arrivati a quello che è il nostro album più complesso e completo dal punto di vista compositivo e creativo. Si avverte un inizio, uno sviluppo e una fine del racconto ed è tutto molto emozionale e drammatico. Per cui, si, hai ragione, è l’album più narrativo e descrittivo della nostra carriera. Facendo un paragone, anche Tekeli-li, il nostro secondo disco, ha una parte narrativa importante, ma in quel caso ci sono dei brani strumentali con molti testi narrati in francese. La narrazione di Kadath, invece, è totalmente musicale: i brani sono narrativi e descrittivi, ma con un uso veramente limitato dei recitativi. Questo avviene perché l’ascoltatore può percepire lo svolgimento della storia ascoltando direttamente la musica, senza bisogno di tante parole.

E quindi come descriveresti l’evoluzione dei The Great Old Ones negli anni?

Beh, eravamo giusto agli inizi… devo dire che mi piace Al Azif, il nostro primo album, erano momenti speciali, ma eravamo più naïf. Col tempo siamo arrivati ad essere più sicuri di noi stessi, adesso abbiamo raffinato la nostra capacità narrativa, siamo dei compositori migliori. Quello che posso dire è che negli album precedenti c’era sempre qualcosa di imperfetto, magari una canzone al posto sbagliato, oppure qualcosa che secondo noi era ancora incompiuto, mentre con Kadath tutto è completo, coerente. Magari non è facile da comprendere al primo ascolto, ma del resto non è pop, però è un lavoro completo, con tutti gli ingredienti per una buona storia ed è anche un buon viaggio musicale in un racconto di Lovecraft. 

Non penso che i vostri primi album fossero naïf, io li sento più black metal, mentre negli ultimi lavori siete diventati più personali e unici.

Si, è vero! Ai tempi di Al Azif ascoltavo molto gruppi come Wolves in the Throne Room, Altars of Plague, … insomma molto di quello che si chiama post-black metal e volevo assomigliare a quello stile. In seguito ci siamo interessati ad altre cose ed è vero che siamo diventati più personali, per cui sono d’accordo con te.

Bene, adesso parlami della produzione e del suono di Kadath

Certo, abbiamo registrato Kadath con Francis Caste allo Studio Sainte-Marthe di Parigi. È stata la seconda seconda volta che abbiamo lavorato con lui, perché ci aveva fatto da produttore anche per Cosmicism. Questa volta siamo arrivati con un’idea di una produzione diversa, perché avevamo una storia diversa da raccontare. Una delle cose che abbiamo cambiato fin da subito è stato diminuire l’uso dei riverberi, che invece avevamo usato molto su Cosmicism, sempre per ragioni narrative. Per Kadath avevamo un album più epico e volevamo una produzione più calda per adattarci alla storia e abbiamo lavorato molto su questo, in particolare sul suono di batteria e su quello delle chitarre. Francis ha fatto un lavoro grandioso e ci ha portati dritti a quello che era il nostro obiettivo. È una cosa molto bella da dire, ma per la produzione di quest’album ci è voluto un mese e mezzo. Io abito a Bordeaux, per cui mi sono dovuto trasferire a Parigi per un mese e mezzo durante la lavorazione dell’album, che è stata la più lunga della mia vita. Però, devo ammettere che alla fine, quando ho riascoltato il disco, ho trovato la produzione perfetta per quello che volevamo esprimere, per cui siamo veramente soddisfatti di questo lavoro.

Sei musicista di professione?

No, io non faccio soldi con la musica, di mestiere ho un’attività di escape room a Bordeaux. Gli altri componenti del gruppo invece sono musicisti di professione. Io sono un libero professionista, per cui posso organizzarmi con il mio lavoro e posso prendermi anche tempi lunghi per il gruppo, ma senza esagerare.

Qual’è il vostro metodo per comporre? Come lavorate in gruppo?

Fin dagli inizi della band io compongo circa il 90% della musica: batteria, chitarre e basso. Per Kadath è stato quasi uguale, ma siccome è stato un album complesso da lavorare, è capitato che mi bloccassi, per cui i ragazzi del gruppo mi hanno aiutato molto. A volte mi hanno mandato un’idea, per esempio un riff di chitarra, e con questo magari riuscivo a terminare la canzone. Diciamo quindi che sono il compositore principale del gruppo, ma c’è molto dialogo fra tutti i componenti. Quando finisco una canzone, o meglio quando penso di averla terminata, la condivido con loro e voglio sempre sentire il loro parere. In base a quello che mi dicono, procedo oppure cambio. Ho bisogno del loro parere e del loro avvallo prima di ritenere una canzone conclusa definitivamente.

Abitate tutti a Bordeaux?

Siamo tutti di Bordeaux o qui vicino, comunque tutti della regione.

Com’è essere un gruppo metal a Bordeaux? Com’è la scena?

Ci sono degli ottimi gruppi qui, alcuni sono anche famosi, come Gorod, Year of No Light, Ende, Gojira, che sono originari di Bordeaux, anche se adesso non stanno più qua. L’unico problema di Bordeaux è ci sono pochi spazi per suonare, prima di tutto perché c’è sempre un problema di abitazioni vicine, poi anche perché moltissimi locali hanno chiuso dopo la pandemia. Per un gruppo come noi è difficile, perché non siamo famosissimi, però abbiamo già la nostra reputazione e il nostro seguito. Siccome qui intorno ci sono soltanto dei posti molto grandi, oppure molto piccoli, per noi è molto difficile trovare da suonare.

Però la scena francese è vivace e ci sono molte opportunità per suonare dal vivo.

Si, certo, in altre città è molto più facile suonare dal vivo e c’è un’ottima scena metal. In particolare di black metal. Penso che in Francia ci sia qualcosa di speciale, perché non è un paese molto metal in generale, però i gruppi francesi hanno tutti una grande personalità. 

Qual’è la tua formazione musicale, sia come compositore che come ascoltatore?

Non ho mai studiato teoria musicale e quando compongo uso soltanto il mio orecchio. A volte non so nemmeno cosa sto suonando, se devo essere sincero. Non mi vanto di questa cosa, però la trovo sia un limite che un vantaggio: magari ho alcune incertezze quando scrivo musica, ma d’altra parte non ho preconcetti, mi sento totalmente libero di seguire il mio orecchio. Per quanto riguarda l’ascolto, non seguo molto le cose nuove che escono. A volte le ascolto, quando ho un po’ di tempo, magari quando sono in auto, ma in genere ascolto sempre le stesse cose di quando ero ragazzino, per esempio riascolto sempre Emperor, Enslaved, Mayhem, poi musica classica, ecco, non sono un grande scopritore di nuova musica, principalmente perché non mi rimane tempo per cercare cose nuove. Un’altra cosa da dire è che faccio pochissime cover: anche se ci sono canzoni che mi piacerebbe saper suonare, preferisco dedicare tutto il mio tempo alla composizione di cose nuove. Poi c’è anche una questione legata all’età: se ascolto cose nuove adesso, non mi trasmettono le stesse emozioni che provavo quando scoprivo i gruppi della mia gioventù. Sarà anche un fatto di nostalgia, ma mi sento sempre più distaccato dalla nuova musica che esce. È una cosa che devo accettare e per questo ho ridotto molto gli ascolti di cose nuove.

Che cosa farete adesso? Avete un tour per promuovere Kadath?

Si, inizieremo a fine di marzo con un grande tour in tutta Europa, insieme a Cult of Fire e Caronte. Saranno 19 date senza sosta, per cui bello impegnativo, e faremo anche tre date in Italia: il 05/04 al Revolver, San Donà di Piave (VE), il 06/04 al Fuori Orario, Taneto di Gattatico (RE) e il 07/04 al Largo Venue di Roma. Vogliamo fare anche un tour estivo, ma non l’abbiamo ancora pianificato. Comunque l’idea è di suonare moltissimo Kadath, portarlo in giro il più possibile e farlo conoscere in tutta Europa.

D’accordo, Ben, siamo arrivati alla conclusione. Vuoi aggiungere altro?

Si, un paio di cose che non abbiamo detto prima: l’ultimo brano nel CD di Kadath s’intitola Second Rendez-Vous, è un brano strumentale, è una bonus track, ed è una cover di Jean-Michel Jarre, è una canzone che per me è importante. Infine, la penultima canzone è un’altra lunga strumentale che s’intitola Leng. Questa è un omaggio ai primi Metallica. Se fai caso ai primi dischi dei Metallica, c’è sempre un brano strumentale e secondo me l’heavy metal strumentale ha qualcosa di straordinario. Come fan dei Metallica adoro i loro brani strumentali, per esempio The Call of Ktulhu, Orion, To Live is to Die, e anch’io ho voluto rendere omaggio a questa tradizione di metal strumentale.

Grazie, Ben, per il tuo tempo e a presto con l’ascolto e la recensione di Kadath

Ciao a tutti e speriamo di vedervi ai nostri tre concerti in Italia!

(Stefano Mazza)

2 commenti

  • Avatar di mark

    “di mestiere ho un’attività di escape room a Bordeaux”… di cosa si tratta ?

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    • Avatar di Stefano Mazza

      In estrema sintesi: gestisce un locale dove allestisce un gioco di logica e ruolo in prima persona, che si chiama escape room perché si svolge al chiuso e i partecipanti escono quando hanno risolto la sequenza di gioco o quando è finito il tempo. Ce ne sono anche in Italia.

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