Nice boys (don’t play rock’n’roll): AMYL AND THE SNIFFERS e la “nuova” onda pub rock australiana

Lo dicevano i Rose Tattoo, di Sydney, che i ragazzi carini non suonano il rock’n’roll. Poi certo, non tutto l’hype viene per nuocere. E nemmeno il successo. I Rose Tattoo l’hype non credo sapessero nemmeno cosa fosse e purtroppo nemmeno il successo, oscurati come furono da un’altra band pub rock di Sydney, tali AC/DC. Ora il successo sembra stia arridendo a un’altra band di pub rock all’australiana, gli AMYL AND THE SNIFFERS, da Melbourne. Che, immaginerete, col suono preciso degli AC/DC c’entrano poco, anche se sicuro ne conoscono i riff a memoria come credo qualsiasi australiano suoni una chitarra elettrica. Per pub rock in Australia non si intende tanto un suono, come in parte succede col sottogenere omonimo inglese (cugino del punk, se vogliamo pure di certa NWOBHM), ma un circuito di diffusione e fruizione di rock’n’roll energico e senza orpelli, spesso abbastanza hard, suonato prevalentemente su palchi di pub di periferia, suburbani, e generatosi tra ’60 e ’70 grazie ad una serie di condizioni concomitanti: abbassamento della maggiore età e maggiore liberalizzazione della vendita di alcool, con la fine del bando di venderne di domenica e alle donne, cui veniva anche concesso infine di entrare nei bar. Un flusso di ragazzini cominciava insomma a riversarsi nei pub e i gestori, per intrattenerli, si sono messi a organizzare concerti. Concerti che divennero anche occasioni di ritrovo per sottoculture come quella degli Sharpies, sorta di rocker/Oi locali e violenti, pre-punk, “‘nu jeans e ‘na maglietta”, nemici giurati dei mod, ovviamente. Come dicevo, questo pub rock non è rimasto strettamente legato a un modello e ha avuto forme eterogenee, cugino di formazioni proto-punk come Radio Birdman e punk-punk come i Saints. I Boys Next Door di Nick Cave hanno cominciato così. Poi si è adattato, col tempo. Ad esempio a metà ottanta, flirtando col proto-grunge americano con Cosmic Psychos e Bored (giganteschi). Dieci anni dopo invece col punk hardcore dei tempi. Ma il pub rock in Australia è rimasto sempre proletario e stradaiolo, anche dopo il successo planetario che ha arriso ad AC/DC e INXS. Che c’entreranno nulla, questi ultimi, e non credo piacciano a nessuno, qua (a me no di certo), ma che sempre in quello stesso circuito di pub ha iniziato.

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Ora un certo successo sta arridendo agli Amyl and the Sniffers e sappiamo come funziona: tutti a spalare merda sulla musica commerciale e poi nostalgici selettivi. Però le Runaways erano commerciali. Avevano un produttore che le aveva ingegnerizzate perché vendessero a qualsiasi ragazzino rocker allupato. O i Kiss o gli stessi AC/DC. I Ramones che facevano pure i film. Io rimpiango quando la musica commerciale e l’hype erano quella roba lì. E pure quando ero ragazzino io la roba commerciale era comunque meglio di oggi (buh, che matusa). Quindi se a un certo punto diventassero davvero famosi gli Amyl and the Sniffers io ne sarei solo contento. Perché (veniamo al dunque) il disco nuovo, Cartoon Darkness, fa paura. Nel senso che non gli puoi dire un cazzo. Nati come gruppo garage rozzo, di gente punk che conosce gli AC/DC a memoria, con tipetta spiritata alla voce, dopo tour, furgoni e divani non ho capito come sono finiti a posare per Gucci (o c’è finita solo Amyl). Boh, sarà per quel tipo capellone che comandava là, sarà che Gucci è punk e noi quando abbiamo visto Ferretti con le babbucce firmate abbiamo perso un’altra occasione per starcene zitti. Com’è, come non è, nel frattempo gli Sniffers approdano niente meno che su Rough Trade e il disco secondo, Comfort to Me, c’era Virgin Radio che lo spingeva parecchio. Non un gran biglietto da visita, direte voi, ma ricordatevi cosa dicevo prima, sull’hype. Quel disco aveva dei ganci formidabili e non mi vergognavo mica di ascoltarlo. Perché avrei dovuto?

Arriva il terzo e loro sono ancora più hype, più posh, più sexy e (sorpresa) invece il disco ha più di una mazzata sui denti da dare, canzoni rumorose tipo catrame grattugiato, ma poi scritte benissimo. Le canzoni sono canzoni, riff secchi e riconoscibili, ritornelli da cantare in coro, assolo di chitarra hard rock quando serve. Qualche mezza ballad un po’ western (oppure aussie, magari noi confondiamo quaggiù), un po’ pop. Un paio di ruffianate, ok. Pezzi formidabili, comunque, ce n’è più d’uno. Amyl in pose esagerate, provocatorie, discinta, è strasboccata e manda a fare in culo bacchettoni e rattusi che intasano la memoria dei cellulari delle tipe che vedono su internet con le foto dei loro piselli, nascondendosi dietro nickname eroici e chilometri di distanza. Che schifo l’umanità. Mica solo quella maschile, eh, però certe cose fanno schifo e basta. Ok, parliamo d’altro. Gli Sniffers spaccano, è la mia opinione, e Cartoon Darkness è zeppo di pezzi spezzacollo. Amyl manda a fanculo tutti e lo fa con accento aussie, sgraziato. Coatta. Scopro che in Australia hanno una cosa simile ai redneck, si chiamano “bogan” e sono su per giù quella cosa lì. Forse derivano dagli Sharpies, non so. Baffoni, rozzi, coatti, sboccati, incolti. Perfetti. Forse pure un po’ hype? Un po’ hipster, magari. Ma che sorpresa c’è, se un hipster milanese (o calabrese a Milano) va in giro con i calzini e i sandali come un campagnolo crucco, mentre coatti e zarre da Ostia a Rozzano sono fasciati di brand alla moda… Gucci? Meglio se contraffatti. Comunque, il segno distintivo dei veri bogan pare sia quel taglio di capelli che in Europa vedi simile solo tra gli spagnoli, capelli corti a lato e dietro, sulla nuca, più lunghi, che pare una nutria morta appoggiata sul capo (ti consiglio un giretto in Germania, ndbarg). Fateci caso, è il taglio che portano spesso anche gli Sniffers. Avessi dei capelli da farmi crescere, adesso ci farei un pensierino.

Ok, il punto è che qua abbiamo un gran bel cortocircuito, roba rozza nata povera e spinta dal circuito che conta (i soldi). Ma potete benissimo fregarvene. Anzi, dovete. Parte Jerkin’ e siete già ubriachi di punk. Occhio a non fare cazzate, con quei cellulari in mano. Poi un pezzo come Chewing Gum. Una canzoncina stupidina, appiccicosina, d’amore, guidata da una Cherry Bomb strascoglionata che si trasforma poi nell’officiante di in un maelstrom brit-baggy, tipo rave rock apocalittico. Roba che agli inglesi di periferia e provincia non riesce più mica. Io speravo tanto in Shame e High Vis, di recente, ma ce l’hanno fatta solo in parte. E non a questo livello. A questi qui invece riescono sia le ballate che le mazzate insensate, tipo It’s Mine. Che fa malissimo. Su Virgin non ci credo che la passano. E manco alle sfilate di moda. O tipo Motorbike Song, che è perfetta e deve mandare per forza in visibilio chi con punk, garage, Detroit sound e tanta, tantissima altra merda del genere ci è cresciuto. Io, tipo. Che non mi fa neanche schifo se a un certo punto Amyl sembra che quasi si mette a rappare. Anzi.

Lo fa con quell’accento che sarà bogan, proletario, che a me ricorda altre rivendicazioni britanniche, tipo appunto Shame e High Vis o tipo certo rap che andava qualche tempo da, tipo il grime. Comunque alla fine era meglio pure quell’hype là e quel mezzo rap sciatto dell’autotune e dei suonini deficienti di oggi, ma meglio ancora sono gli Amyl & the Sniffers, se diventano hype, perché hanno pure le chitarre e sanno usarle, da bravi australiani. Dicono che dal vivo facciano faville, ma rischiamo di non trovarli più nei pub o nei club, visto che sta gonfiando un hype anche per il personaggio di Amyl che rischia di fargli fare un successo insensato tipo i Maneskin. Tra l’altro anche loro testimonial della nota maison fiorentina. Però quei quattro romani oltre i personaggi sono il nulla assoluto e un pezzo tipo It’s Mine non saprebbero concepirlo. Non capirebbero nemmeno perché uno dovrebbe suonare così rumoroso. Io intanto ringrazio Belzebù per pezzi del genere e anzi colgo l’occasione per spaziare un po’, che un gruppo così non viene fuori dal nulla (o da un reality).

E ok, io di Australia so nulla o quasi, per davvero. Non ci sono mica mai stato. Manco so se si può dire che c’è una scena, con quelle distanze, che un gruppo di Sidney e uno di Camberra magari fanno prima ad incontrarsi a Hong Kong o a Londra, che ne so. Certo non so nemmeno cosa pensa uno dell’altro e non mi metto a cercare l’opinione che la base ha degli Sniffers perché tanto lo sappiamo che appena uno smette di essere ascoltato da meno di duecento ascoltatori automaticamente è un venduto, per cui anche ‘sticazzi. Però davvero l’Australia di musica con le chitarre, lato punk e rock’n’roll, ne produce davvero tanta. Quest’anno qui già ci siamo divertiti con i Neptune Power Federation e con gli Aardvark. Con gli Emu c’era già da uscire di testa. Ma eravamo in territori più “nostri”, metal classico e heavy psych. Oggi, dato che ci siamo, facciamo una bella cesta di aussie punk contemporaneo. Non saranno sonorità popolarissime tra i 24 lettori di questo sito, ma me ne importa il giusto. Quindi, se siete arrivati fin qui e vi va persino di continuare, stappate una bella lattina di Foster che ci addentriamo nei meandri del pub rock e del garage punk più rozzo che i canguri hanno da offrire oggigiorno.

Un altro nome quasi-grosso che l’Australia ha da spendere è quello dei THE CHATS, dalla Sunshine Coast, Queensland, terzetto rozzo e mentecatto, composto da ubriaconi. Di due anni fa è l’ultimo album, Get Fucked, punk idiota per idioti, quindi perfetto. Non è ironia, la mia. Lobotomia adolescenziale. Il cantante ha una nutria morta in testa. Venticinque anni fa Fat Mike e Brett Gurewitz se li portavano in casa, questi qui. Oggi comunque in Australia sono un nome e ditemi un altro Paese al mondo un cui un gruppo punk rock nato nell’ultima decade fa mezzo milione di ascoltatori mensili su Spotify. Solo laggiù e a me viene voglia di trasferirmici. Come guida turistica userei I’ve Been Drunk in Every Pub in Brisbane, da questo disco qua.

Scendendo di popolarità, di molto, ci sarebbero i CIVIC, di Melbourne, autori di singoli garage scavezzacollo come New Vietnam e Nuclear Son. Roba selvaggia, perfetta per gli orfani di Radio Birdman e New Race. Loro non sembra dall’apparenza che siano tanto selvaggi. Anzi, sembrano più marziali. Paiono impiegati del negozio di elettrotecnica giù all’angolo, ma pronti a fare a botte alla prima occasione. L’altr’anno hanno tirato fuori un disco bellissimo, ma più meditato, che si intitola Taken By Force. Parte con la marcia dei tamburi e la sirena d’allarme aereo. È il Vietnam, baby. Poi un tripudio di garage punk elettoracustico e a tratti psichedelico. ‘Sta roba agli australiani riesce naturale come bere o sputare. Con un pezzo come Born in the Heat i Civic gridano SAAAAAINTS!!! E io appresso a loro.

Altro pezzo da novanta del giro gli STIFF RICHARDS, da Melbourne pure loro. E almeno un paio di loro pare che abbiano delle nutrie morte che si sono arrampicate in testa. Hanno appena rilasciato un singolo, GFC/Empty Barrels, inferno punk rock la prima, hardcore quasi bostoniano la seconda, e significa che il Covid non li ha ammazzati. Prima della piaga un paio di siluri li avevano sganciati, DIG nel 2019 e State of Mind l’anno dopo. Robaccia sporca e strascicata che gli americani in media non suonano più dagli anni ’90 e gli inglesi dagli ’80. Scombinati. Mettono pezzi intitolati Intro alla fine dei dischi. Ma hanno i pezzi. Diciamo che non meriterebbero di stare nella vostra discoteca rigorosamente ordinata per alfabeto dopo i leggendari Stiff Little Fingers solo perché condividono la prima parola del nome. La voce è cartavetrata quasi romantica a tratti è come quella là. Per il resto, il no fun stoogesiano come scelta di campo anche in spiaggia l’estate. Sul secondo album c’è pure qualche dlin dlon più brit e stonesiano. Questi qui in meno di mezz’ora ti mettono in piedi un’enciclopedia del punk. Ma delle nozioni non gliene frega un cazzo, se le canzoni non sono buone. E le loro lo sono.

Poi ci sono i C.O.F.F.I.N., di Sydney, il cui nome sta per “Children Of Finland Fighting In Norway”. Il che dice già qualcosa su quanto siano dei cazzoni. Capelli molto più lunghi della media dei gruppi di cui parliamo oggi, ma sempre più corti sui lati, quindi sembra che un’armata di nutrie Ur-punk-proto-metal stia prendendo il controllo delle loro cervella. Australia Stops, dell’anno scorso, comincia con Give Me a Bite, che è una specie di miscuglio di Stooges e AC/DC suonato con la tigna maleducata di teppa tipo Confederacy Of Scum. Come dite? La musica perfetta allora esiste? Beh, sì, dai, qui ci avviciniamo parecchio. In sostanza i C.O.F.F.I.N., punk al 100% per attitudine, sono più hard del resto della marmaglia di oggi per cui rischiano di piacervi parecchio. Per lo meno a quelli di voi che i Nashville Pussy li ascoltano mica solo per le tette.

A proposito di mamm*elle, devono esserne ossessionati i DRUNK MUMS, di Melbourne, tanto da averne messe in copertina agli esordi, non proprio di una giovinissima pulzella. All’epoca suonavano una specie di 60’s punk, un po’ Brit Invasion, un po’ kinksiani, ma col piglio tipo Hives. Anche se a guardarli in foto sembrano un gruppo NWOTHM alle prese con un orgia di nutrie sulle loro teste. Ora, il disco nuovo si chiama Beer Baby, sembra sempre siano inclini a sfogare pruriti con chi ci sta facilmente, l’alito non è un vero problema, e suonano più 70’s punk, quello inglese. Quasi Oi! quando cantano che non vogliono finire sulle riviste (nemmeno vestiti G*cci?).

Se siete arrivati fino a questo punto, non sto nemmeno a dirvi come portano i capelli i DENNIS COMETTI, da Perth, che prendono il nome da un noto commentatore di football australiano, popolare per i giochi di parole e le battute delle sue dirette. Magari le sue erano volute e frutto di humor, ma è un po’ come se un gruppo garage italiano si chiamasse Fabio Noaro o Luca Giurato. Comunque, non dovrei stare a dirvi nemmeno come suonano, i Dennis Cometti. Suburban Condition, dell’altr’anno, è un concentrato di punk’n’roll demente e ruvido, stoogesiano il giusto, con una specie di inno ’70s punk come Pub Love che se ve lo infilassero a tradimento in una compilation dei Buzzcocks ci caschereste. New Australia in apertura merita che ne facciano l’inno nazionale non appena scaricano i monarchi inglesi e si danno una forma di governo alcolico amministrato nei pub.

Ci sono pure gli SPLIT SYSTEM, da Melbourne. Pare rimasta una sola nutria, aggrappata disperatamente sulla nuca del bassista. Vol. 2 è una miscela di garage e punk rock in parti uguali. Non c’è particolare cazzonaggine e attitudine divertente, più malinconia e comunque qualche intuizione melodica brillante che se chitarre non fossero grattugie e le parti più lente piene comunque di fischi e rumore ci sarebbe di che tirarne fuori singoli da vendere, che so, sui banconi del mercato indie. Invece si resta sul punk. Lo direste dai cori di Anything, dal riff buzzcocksiano di Kill Me, da cento altri dettagli di un disco secco di un’ennesima promessa rock’n’roll dalla terra dei canguri e dei koala.

E occhio che ne stiamo tralasciando tantissime, tipo le derive art-punk di DUMB PUNTS, BENCH PRESS o ALIEN NOSEJOB (gran nome). E mille altre. Tante me ne staranno sfuggendo, ma l’importante è restare con le antenne indirizzate verso l’emisfero australe, se vi garbano il punk, il garage ed il rock’n’roll. Perché viene quasi l’impressione che da quelle parti la merda che infesta le radio e i cellulari al di qua dell’Equatore non abbia ancora fatto tabula rasa della musica con le chitarre. Per me, ben venga quindi il successo di Amyl and the Sniffers. Magari vi possono sembrare una montatura. Per me no, ma anche fosse ben venga. E se fate troppo i sofisticati vi meritate la robaccia che tira fuori Iggy Pop da qualche decennio, con poche eccezioni. Che poi pure Iggy ha posato per Gucci. Mi devo mica ricredere? (Lorenzo Centini)

P.S.: troppi nomi, troppi gruppi, ho fatto prima a fare una playlist, quaggiù. Ora vado ad aprirmi un’altra lattina.

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