Avere vent’anni: SAMAEL – Reign of Light

Ricordo bene ai tempi l’entusiasmo tra pubblico e stampa che generò l’uscita di Reign of Light, sesto full dei Samael ma per certi versi un nuovo inizio per la band, che interruppe lo storico sodalizio con la Century Media per accasarsi alla Regain Records. Purtroppo ricordo altrettanto bene la data romana all’Alpheus per promuovere il disco (con i Flowing Tears di supporto) e la desolata espressione di Vorph nel vedere all’interno del locale non più di una cinquantina di persone, veramente una miseria per un gruppo come i Samael. Poi gli svizzeri si rifecero l’anno dopo, ma di supporto agli Obituary, per una delle accoppiate più del cazzo che io ricordi in trent’anni di concerti.

Che i Samael siano un gruppo del tutto particolare e di confine non lo scopriamo certo adesso. Nonostante una serie di dischi clamorosi nel corso degli anni, non sono mai usciti ad esplodere del tutto, guadagnandosi una buona fetta di fan dopo quel capolavoro di Passage ma perdendo irrimediabilmente tutti quelli che li avevano seguiti coi lavori proto-black degli inizi. Credo che la cosa non sia mai realmente interessata neanche alle due menti, Xy e Vorph, i quali sono sempre andati avanti per la propria strada sperimentando il più possibile e prendendosi grosse pause tra un lavoro e l’altro. Reign of Light da questo punto di vista è un titolo che più azzeccato non si poteva, perché abbandona quelle atmosfere gelide e quell’oscurità impenetrabile dei due precedenti per un suono più solare, anche se un aggettivo del genere è sempre da prendere con le pinze quando si parla dei Samael. Ma è innegabile come il lavoro in questione sia molto più diretto e molto più impostato sulle chitarre che sulle tipiche atmosfere postapocalittiche generate dai campionamenti di Xytras, che infatti ha un ruolo più di secondo piano. Quello che non manca sono come sempre quei 4-5 pezzi che spaccano di brutto, a partire dall’apertura Moongate, poi High Above (che ricorda un po’ nell’andamento quel brano pazzesco di Infra Galaxia), la spettacolare traccia omonima e la per certi certi innovativa Further, quest’ultima con delle linee melodiche a cui gli ultimi Samael ci avevano raramente abituati.

In definitiva l’ennesimo disco godibilissimo della band svizzera, complice anche una produzione curata dal solito Waldemar Sorychta assolutamente perfetta e studiata nei minimi particolari, e con un Vorph autore di una prova vocale a dir poco superlativa. Personalmente lo metto leggermente sotto i due precedenti per l’assenza di quelle atmosfere più oscure e marziali che me li avevano fatti adorare, ma parliamo comunque di un gran bel disco. (Michele Romani)

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