Avere vent’anni: HAGGARD – Eppur si Muove
Come descrivere gli Haggard a qualcuno che non ha la minima idea di chi siano? Da dove cominciare, che termini usare, quali pietre di paragone? Una volta scrissi che si possono considerare una sorta di versione metallara (e tedesca) degli Ataraxia, ma questo vale più per l’approccio alla materia che per lo stile in sé. Gruppo unico, entità indefinibile, completamente estensione di Asis Nasseri, bavarese mezzo afgano, chitarrista e cantante (in growl), gli Haggard sono cosa sua, con un nugolo di musicisti classici e cantanti lirici che gli volteggiano intorno, quasi mai fermandosi per troppo tempo in formazione. Quattro dischi molto simili tra loro, tutti magnifici, nei quali non si sente la minima necessità di un’evoluzione, rappresentando null’altro che la messa in pratica di un’intuizione fuori dal tempo e difficile da inserire in un contesto. Perché ciò che davvero affascina degli Haggard è il concetto, l’idea fondante. Quella degli Haggard è un’idea splendida. E per questo riescono ad ammaliare anche nei momenti meno riusciti: ti rendi conto di stare ascoltando qualcosa di così peculiare e intimamente libero che gli perdoni qualsiasi cosa. Peccati veniali, perlopiù: sporadici passaggi troppo metallosi quando non ce ne sarebbe stato bisogno, oppure la pronuncia crucca esasperata; ma paradossalmente anche questo fa parte del loro fascino novantiano, termine inteso soprattutto nel senso di un approccio quasi orgogliosamente amatoriale, tanto più perché fuori tempo massimo. Come se Asis Nasseri disconoscesse sprezzantemente tutto ciò che è venuto dopo il 1997 e quindi anche le furberie, le plastificazioni e l’appiattimento scambiato per competitività. Meglio quindi rischiare di scadere nel pacchiano che nell’omologazione. Ed è anche per questo che gli Haggard sono sempre rimasti un gruppo di nicchia: il palato del pubblico era ormai troppo abituato a produzioni da catena di montaggio per essere disposto a perdonare alcune ingenuità.
Ci vuole comunque un bel po’ per riuscire a entrare nelle loro corde, e il non lasciare punti di riferimento non aiuta. Non è semplice dipanare il gomitolo del loro stile, con le parti classiche, folkloriche e metalliche che si alternano, si fondono e si sovrappongono, con il growl esasperato di Asis che sulle prime sembra spezzare l’armonia. Non che loro facciano molto per venire incontro all’ascoltatore: ad esempio qui c’è, per la prima volta, un pezzo semplice e diretto, Herr Mannelig, melodia tradizionale svedese già eternata dagli In Extremo con la loro usuale delicatezza, che però qui negli Haggard è cantata in italiano, la qual cosa le ha impedito di diventare cavallo di battaglia e biglietto da visita del gruppo per gli ascoltatori casuali.
A parte Herr Mannelig, del tutto scollegata dal resto, Eppur si Muove, concept su Galileo, contiene gli usuali pezzi lunghi e complessi, caratteristici dello stile del gruppo. È un album che va preso come un blocco unico, ma se dovessi estrapolarne un paio di pezzi citerei l’omonima e Per Aspera ad Astra. Per il resto non saprei nemmeno se consigliarli a qualcuno perché è molto facile che possano non piacere, e poi c’è il solito problema: non saprei come descriverli. L’unico consiglio che mi sento di dare a chi non li ha mai sentiti è di non ascoltarli distrattamente, perché non servirebbe a niente. So che il tempo è prezioso, ma spenderlo per gli Haggard vale decisamente la pena. E speriamo sempre che facciano uscire qualcosa di nuovo, ché l’ultimo Tales of Ithiria risale nientemeno che al 2008. (barg)


Stupendo album. E bellissimo concerto al compianto Evolution Festival un paio d’anni dopo
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sei scopre sempre qualcosa che non si conosceva, e mi piacciono…
Peccato il growl, anche se devo dire nel complesso del brano non ci sta male, pur rimanendo stile di canto abbastanza antipatico.
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Aspettiamo ora i Necrofobic….
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necrophobic scusate..
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