La finestra sul porcile: SPEAK NO EVIL

Speak No Evil è un titolo che il televisore mi suggeriva da tempo, e l’ho ignorato finché ho avuto alternative papabili da guardare. L’immagine promozionale aveva contribuito a tenermi a debita distanza, quasi una fotocopia di Dale Cooper e Bob nella celebre immagine di Twin Peaks II. Il che puzzava di bruciato da lontano un miglio.

Riassumerei la sua abbondante ora e mezzo come un Funny Games che affronta un tema chiave alternativo a quello che permeava il duplice film di Michael Haneke. Speak No Evil – va detto – pur inciampando su un paio di evitabilissime puttanate di percorso è un pregevole horror psicologico. Uno di quei film che guardi una sola volta e che in qualche modo ti rimangono stampati.

È in buona parte girato in Toscana, nei pressi di Volterra e Cecina. Il regista è l’attore danese Christian Tafdrup, che, non senza una significativa gavetta dietro alla cinepresa, si è affermato con tre lungometraggi usciti a partire dal 2016. Il cast è sostanzialmente incentrato su sei personaggi, quattro adulti e due bambini, più un misterioso babysitter che Tafdrup praticamente non inquadra mai.

Due coppie nordeuropee che si sono conosciute in un agriturismo in Toscana fanno amicizia e si ritrovano per un fine settimana nel casolare in campagna appartenente agli olandesi. I quali, ben presto, si dimostreranno essere i lontani parenti dei due conosciuti in vacanza. In teoria la trama è questa e non invoglia granché.

Fotogramma-di-Speak-No-Evil.jpg

La sostanza è che la famiglia danese ha una figlioletta molto sveglia col tarlo di stare fissa appiccicata alla mamma. Il padre sopporta giorno dopo giorno l’appiattirsi del suo matrimonio. Vacanze e tenore di vita a parte, è sottinteso che le cose fra i due non vadano benissimo. Degli olandesi non sappiamo niente fuorché il fatto che lui racconti d’essere un dottore. Non vengono caratterizzati volontariamente.

Le abitazioni dei due distano otto ore di automobile. Non andreste mai da due stranieri con cui avete trascorso una piacevole cena in un ristorante e qualche tuffo in piscina. Loro accettano di buon grado poiché incapaci di fare altrimenti per quella ridicola cosa chiamata educazione di circostanza: sbam, nel culo. Ma c’è molto di più, messa così parrebbe una di quelle puttanate sulla diffidenza verso il prossimo e sulle intrusioni domestiche che hanno dominato l’horror degli ultimi quindici anni. Comprensibilmente, perché se c’è una cosa che oggi mette terrore alla gente, è la gente.

I due danesi sono sottoposti a ogni genere di provocazione sin dal primo momento: il materassino per la bambina è per terra; la sera affidano la figlia Agnes a un babysitter sconosciuto per uscire; l’olandese se ne torna completamente sbronzo e via discorrendo. Sua moglie è a dire il vero sfruttata un po’ poco e si limita a piazzare le frecciate giuste al posto giusto. Il suo ruolo più inquietante in corso d’opera è quello di trattare la figlia dei danesi come fosse la sua, riprendendola a più riprese davanti alla vera madre. A quel punto dovreste cominciare a fare due più due. Il personaggio femminile rilevante è però la danese, il mattatore l’olandese Patrick. L’attore, Fedja van Huet, si cala perfettamente nella parte pur non essendo l’Arno Frisch di Funny Games e tanto meno il David Hess che contribuì a lanciare Wes Craven negli anni Settanta.

Siete curiosi di sapere che cosa ci conduce al degenero finale? In Funny Games il film ruotava attorno all’inevitabilità, nella sua prima e nella sua seconda versione con Naomi Watts. Qualunque cosa avesse fatto la guerriera per resistere, il Male avrebbe prevalso, perfino riavvolgendo il nastro di qualche secondo per impedire assurdamente la morte d’uno dei villain.

coverlg

Speak No Evil è un film che parla di sottomissione, quel genere di comportamento che gli adulti di oggi hanno ogni qualvolta si definiscano vegetariani o come qualunque altra cosa, in nome del progresso o di un mondo da preservare; parla di quel genere di codardia, apatia, e di quella totale assenza di carattere che emerge non appena l’individuo moderno deve prendere le difese dei suoi simili, vicini, amici, parenti, figli. Parla della differenza fra le chiacchiere di cui ci riempiamo la bocca nella vita parallela chiamata social e della mancanza di concretezza nel risolvere le problematiche reali, il tutto calato in una situazione estrema. I due danesi, nella vita agiata e fondata sui compromessi cui hanno sempre preso parte, non sono in grado di respingere una qualunque manipolazione o minaccia psicologica, e il confine di queste ultime con i pericoli reali, per sé stessi e la piccola Agnes, sarà attraversato alla stessa maniera in cui metteremmo una rana in acqua fredda per portarla all’ebollizione senza che l’animale se ne accorga.

“Perché ci state facendo questo?”

“Perché ce lo avete permesso.”

Christian Tafdrup ci riassume il concetto nella miglior maniera possibile con quelle due striminzite e significative battute. Non serve davvero altro.

Funny Games non è solo un metro di paragone: in certi sensi l’ho individuato dappertutto, sempre fra le righe. È l’auto sbagliata che recupera Bjorn in difficoltà, ed è stata sua moglie ad averla chiamata in soccorso perché Bjorn ha ritenuto necessario informarla degli ultimi accadimenti più tardi, non appena si fossero messi al sicuro. È stata una serie di coincidenze a condannare i coniugi danesi e loro figlia Agnes, che già a un terzo del film erano belli sulla strada del ritorno finché non s’è deciso di cercare quell’orsacchiotto di peluche. Lo stesso Funny Games ruotava sul confine labile fra speranza e profonda disperazione, la stessa in cui, qui, affondiamo nell’ultimo quarto d’ora di cui non accennerò una sola parola.

Speak No Evil commette una sola grossa puttanata: l’escamotage filmico per mezzo del quale il regista ci concede di guardare nel passato dei due olandesi. Dal numero di fotografie appeso a una parete comprendiamo che questi loschi vacanzieri in cerca di vacanzieri dovrebbero avere fra i 400 e i 500 anni di età. E dal numero di coglioni in infradito coinvolti banalizziamo sul fatto che in vacanza è davvero banale reperire coglioni in infradito tutti con le stesse caratteristiche e con la stessa incapacità di preservare sé stessi, allertarsi, allertare gli sbirri, o anche comprendere un monito dalla bocca spalancata e senza lingua di un figlioletto che – è evidente – sta cercando di lanciarti un messaggio. Ma tant’è, in una campagna nota per Pacciani, Lotti e Vanni perché preoccuparsi dell’Olanda?

Insomma, occhi chiusi su un paio di dettagli ai limiti dell’accettabile, ma Speak No Evil mi è piaciuto in virtù della sua capacità sopraffina di rappresentare il Male. Non quello annesso a possessioni e creature non di questo mondo. Quello umano, quello che mette spavento reale e a tutti. Fuorché agli americani: loro ci hanno già messo gli occhi sopra e annunciato l’inevitabile remake, che avrà James McAvoy per protagonista. (Marco Belardi)

3 commenti

  • Avatar di TonyLG

    Film che mi ha davvero messo un pesantissimo senso di disagio addosso. Riuscito, ma non lo rivedrei manco morto (il che vale per altri film horror di livello, tipo “Martyrs”… bello, bellissimo, ma basta una volta)

    Piace a 1 persona

    • Avatar di Marco Belardi

      Concordo, pure io martyrs non l’ho riguardato. Bello per carità, non te lo dimentichi più, ma è piuttosto pesante. Però se un horror riesce in qualche modo a metterti disagio, o disturbarti, per me ha fatto centro (naturalmente questo esclude tutto il vasto filone da popcorn alla Scream)

      "Mi piace"

  • Avatar di ignis

    Grazie della segnalazione! Film molto inquietante e molto interessante. Ha varie pecche, ma trasmette bene molti elementi utili a una riflessione sullo stato della nostra ‘civiltà’…

    Piace a 1 persona

Lascia un commento