I trent’anni di uno degli album più folli della storia del black metal

Sembra strano dirlo ma quando 30 anni fa quando uscì il debutto vero dei finlandesi Beherit furono in moltissimi a storcere il naso. Incredibile, eh? Oggi viene considerato un antesignano di tutto il black metal industrialeggiante, evoluto e futuristico, ma all’epoca doveva scontrarsi con il fatto che era già in giro da un paio d’anni The Oath of Black Blood, cioè il debutto falso, uno dei primissimi dischi autenticamente black metal che la storia ricordi. Era il 1991, persino prima di A Blaze in the Northern Sky, ed era uno scontro tra titani in Finlandia su chi avesse cominciato prima a suonare black metal, se i Beherit o gli Impaled Nazarene. Nelle birrerie si discuteva di queste menate tirando tarda notte e sbronzandosi a merda, tanto il giorno dopo era domenica e non si doveva andare a scuola. Cristo santo, che bei tempi. Venderei un rene per tornare indietro, anzi no: forse lo regalerei.

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The Oath of Black Blood non fu quindi il reale Lp d’esordio dei finlandesi. Accadde che la Turbo records, un’etichettina do-it-yourself totalmente improvvisata, propose di pagare lo studio alla band per realizzare il primo disco. La registrazione di un album di inediti sarebbe però costata troppo, quindi venne ristampata in versione full-length la terza demo Demonomancy con l’aggiunta dei pezzi del 7 pollici Dawn of Satan’s Millennium, le fu dato il titolo di cui sopra e venne immessa sul mercato.

Il risultato fece furore ma Mirko Lahio aka Nuclear Holocausto Vengeance, fondatore, chitarrista, cantante e tastierista dei Beherit lo ha sempre considerato “un pezzo di letame al 99%”, perché già all’epoca della sua uscita la sua fertile mente era proiettata su altro. Secondo lui il black metal avrebbe dovuto suonare in un altro modo. Drawing Down the Moon è quell’altro modo.

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È la prima volta assoluta (e forse pure l’ultima) che un disco perfettamente identificabile come black metal suona così. Tra voci strane, distorte, demoniache, sovente gutturali e quando in screaming mai particolarmente estreme, chitarre che sembrano… Avete presente quando a primavera gli alberi sono tutti in fiore e tutti gli insetti impollinatori presenti nel raggio di chilometri vi ci si congregano sopra? Quel ronzio sinistro che ti fa temere per la tua incolumità perché se solo si incazzano sai che il tuo culo è all’asta e nessuno offrirebbe un centesimo? Esattamente così.

Poi ci sono le tastiere, che oggi chiameremmo ambient o cosmic ma allora non si era mai sentito nulla di simile in nessun disco metal; così come i flauti andini in Summerland, improponibili, inauditi. Stiamo parlando di trent’anni fa, la mentalità del metallaro era più ristretta ancora di quanto lo sia oggi, qualunque cosa esulasse dal dogma voce/basso/chitarra/batteria era eretico e da scartare. Non solo: si preferiva qualunque gruppo padroneggiasse gli strumenti da virtuoso, forse per mascherare un complesso d’inferiorità innato visto che il metal (in special modo quello estremo) era considerato una musica di serie Z, paragonabile al rumore puro di un macchinario di fabbrica. Si ostentavano allora i Malmsteen, i guitar-hero, i gruppi in grado di suonare alla grande con belle melodie e belle ballate orecchiabili per dimostrare agli amici che quello che si preferiva ascoltare non era solo casino. Li si difendeva strenuamente e si rinnegavano i gruppi più estremi in pubblico, dando ragione agli accusatori che li definivano “solo frastuono” salvo poi ascoltarsi nell’anonimato della propria camera Sodom e Bathory. O Beherit. Tempi da carbonari.

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In Drawing Down the Moon non c’è niente di tutto questo. La tecnica è minimale, il riffing ridotto all’osso, i suoni impastati, cupi, melmosi. I tempi lenti quando non lentissimi, non accelera mai. Poi ci sono gli stacchi elettro/ambient,improvvisi, oppure i cambi d’atmosfera subitanei e spiazzanti. Melodia ce n’è pochissima, angoscia, oscurità ed oppressione a vagonate. Ci sono Salomon’s Gate, Black Arts, The Gate of Nanna: Occultismo e anti-cristianesimo puri. Drawing Down the Moon sembra un viaggio nell’aldilà che ha poche probabilità di finire bene.

Era troppo, per l’epoca. Poi è stato riabilitato, è diventato pazzo-geniale-folletto ma se trent’anni fa ti avessero visto comprare Drawing Down the Moon in un negozio ti avrebbero chiesto perché sprecavi i tuoi soldi per comprare il disco di un gruppo di rincoglioniti. Poi probabilmente avrebbero sparlato di te alle tue spalle additandoti come uno che di metal ne capiva un cazzo. Beh, in fin dei conti nulla di diverso da quanto accade oggi. 30 anni e più attuale che mai. (Griffar)

https://www.youtube.com/watch?v=v4IBB_w97zk

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