KILLERS OF THE FLOWER MOON, la petulante paternale di Scorsese

Non mi sono mai addormentato al cinema e penso d’aver lasciato la sala in anticipo una sola volta, a tredici, forse quattordici anni. Martin Scorsese è inoltre uno dei quattro o cinque registi della vita, e di certo non correvo il rischio che si manifestasse uno dei due eventi. Inoltre nell’anteprima del suo Killers of the Flower Moon avevo intravisto quel genere di trama che definirei intrigante.

In pratica ci sono questi nativi americani, gli Osage, che, dopo essere stati cacciati da tre o quattro stati, finiscono confinati in un vasto e inospitale terreno dell’Oklahoma di cui non frega niente a nessuno. Ci trovano il petrolio in quantità immense e fanno quattrini a palate. Una vera storia americana fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo seguente. Per coloro che si nutrono di domande sugli usi e costumi e sull’etica di fondo degli americani, viene impiattata una storia su un vasto terreno di opportunità e conquiste; in altre parole un’autentica calamita per gli stronzi e gli avvoltoi che, in loco, hanno gettato le basi per la società che oggi conosciamo e da cui il mondo intero ha preso spunto.

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La storia è ambientata a Fairfax e negli immediati dintorni del paesino dell’Oklahoma in cui gli Osage cominciano a cadere come mosche, per sospette morti naturali, suicidi e quant’altro. William Hale, cioè Robert DeNiro, ha le mani in pasta dappertutto, e, come dice lui, ha portato le strade e gli ospedali agli Osage. I pellerossa, sebbene non in larga misura, temono la sua incombente figura, ma fondamentalmente vivono le loro vite moderne sotto l’ala protettrice di colui che, nel primo terzo di film, si rivelerà apertamente il mandante di codesti omicidi. Lo scopo? Far ereditare ai suoi uomini il denaro degli indiani arricchiti dall’oro nero. Il nipote Ernest, Leonardo DiCaprio, torna dalla guerra e William lo fa sistemare subito con una Osage per portare avanti il diabolico piano: lui è un bamboccio mezzo scemo e se ne innamora perdutamente, ma, malleabile com’è, il volere di suo zio lo asseconderà eccome. Fino all’irrompere dell’FBI.

La storia di Killers of the Flower Moon è bellissima, solo che te la racconta per tre ore e mezza. Alla fine del film non mi sentivo più il culo sulla poltrona; era notte fonda, e, sebbene non abbia sentito la tentazione di chiudere gli occhi o farla finita, ho faticato, arrancato e guardato più volte l’orologio. È una storia che Martin Scorsese sarebbe riuscito perfettamente a raccontare nella metà del tempo. Anche perché, eccetto il William Hale di Robert DeNiro, non si fonda su personaggi memorabili. Non c’è un elemento di spiccato carisma alla Bill il Macellaio. A Killers of the Flower Moon manca proprio questo: ritmo, un pizzico di brillantezza e personaggi. Leonardo DiCaprio il suo sporco mestiere lo fa; magnifico quando iniziano a metterlo in croce e cazzuto nel rabbioso monologo sull’insulina, eppure è come imbavagliato nel suo personaggio da bamboccione, un po’ sempliciotto e un po’ scemo. Per far funzionare a dovere DiCaprio avrebbero dovuto cospargere il film di elementi secondari scritti a meraviglia, il che non è accaduto. Avete presente Assassini Nati, in cui i due protagonisti erano fichissimi, soprattutto lui, killer mistico che racconta un sacco di puttanate filosofiche e poi tradisce lei, ma poi a stagliarsi sui due erano Tom Sizemore, Tommy Lee Jones e Robert Downey Junior con tre personaggi scritturati da dieci e lode? Tre ore e mezzo di film e non ho individuato niente di simile, eccetto DeNiro, che non mi godevo altrettanto dai tempi di Ronin o più probabilmente da prima. Non era possibile inserire un elemento carismatico nella polizia, il che avrebbe reso il film l’ennesimo sull’America che risolve i problemi eroicamente per mezzo del Callaghan della situazione. A me sarebbe andato benissimo, per carità. Jesse Plemons, già in Breaking Bad, è perfetto come autorità compassata e risolutrice. Un po’ di brio Scorsese ha provato a concedercelo con John Lithgow e Brendan Fraser nella parte degli avvocati, ma si tratta di due caratteri marginali.

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Per metà film mi sono ripetuto che Martin Scorsese può fare il cazzo che gli pare e che è sacrosanto che sia così. Può fare una director’s cut di sei ore di cui centoventi minuti che inquadrano un fiume che scorre, e non troverà opposizioni d’alcuna sorta. Qualora fosse bollito – e nessuno mai ne farebbe menzione – niente cancellerebbe l’importanza dei capolavori del periodo storico o di quello recente, come The Departed. Killers of the Flowers Moon è stato come guardare C’era una volta a Hollywood: amo Quentin Tarantino e sono uscito dalla sala convincendomi che non mi ero rotto i coglioni per tutto quel tempo. Ma lo sapevo che mi ero rotto i coglioni. Sfaterei inoltre un mito circa l’indipendenza di Scorsese nello scegliere e adattare le storie che trasforma in film: qui si parla principalmente di discriminazione, razzismo, minoranze e donne. Martin Scorsese è uno degli ultimi registi indipendenti rimasti al mondo, ci si ostina a dire, ma in sostanza è furbissimo nel propinarci argomenti in linea con il novantanove percento della produzione cinematografica mondiale. Sono i produttori i primi a richiedere questo, quindi fallo pure di quattro ore se ci riesci, gli avranno detto. Killers of the Flower Moon non è solamente un film sugli Osage, ma si focalizza su alcune sorelle che – chi più chi meno – andranno incontro al medesimo destino per merito dell’avidità bianca. Si demonizzano apertamente le radici marcescenti dell’Occidente, il che pone lo script (il soggetto originale è di David Grann) ancor più in linea con le necessità dell’autoflagellante pubblico attuale e dell’algoritmo.

In giro ho letto che Lily Gladstone è stata di gran lunga la migliore interprete del film. Adorabile, in effetti, nel fare la faccia di chi fiuta un’inculata in arrivo

Rivedere Scorsese dietro alla cinepresa è un qualcosa che farò finché egli esisterà. Sono troppo debitore nei confronti del regista di Mean Streets, Toro scatenato e tutti gli altri. Ma devo ammettere che né in questo caso né nel caso di The Irishman ho guardato un suo film che in futuro riguarderò. Troppa ciccia al fuoco per una storia bella e scarna e da raccontare alla vecchia maniera, troppe forzature (le modalità d’arrivo dell’FBI, l’apparizione dell’infiltrato nativo americano e via discorrendo) e giusto qualche scambio di battute memorabile. Fantastico Robert DeNiro, lo ripeto. Un po’ meno vedere Leonardo DiCaprio che guarda negli occhi DeNiro, e gli fa il ghigno alla DeNiro ogni volta che ci dialoga. Ora capisco perché a ottobre Scorsese disse che i due – suoi attori feticcio in due diverse epoche – avevano ripetute volte litigato sul set. (Marco Belardi)

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