La lista della spesa di Griffar: OLKOTH, MAȞPÍYA LÚTA

Una mazzata sui denti mica da sottovalutare è il debutto degli americani OLKOTH, che esce per l’etichetta nostrana Everlasting Spew: una bastonata sulle palle di blackened death metal riconducibile ai Morbid Angel dei primi due capolavori, agli Hate Eternal, agli Vltimas, agli Hideous Divinity e a una moltitudine di progetti brutal death che, negli Stati Uniti, spesso hanno incorporato nel loro suono elementi di derivazione black metal. Prendete fiato, perché, quando inizierete l’ascolto con Alhazred e lo terminerete con le ultime note della title track At the Eye of Chaos, molto tempo per respirare non ne avrete: un’autentica apoteosi di mazzate vi aspetta e la band non vede l’ora di frantumarvi le ossa con 35 minuti di pura aggressione sonora. Dal vivo devono essere assolutamente massacranti, suonare in questo modo non è da tutti… Ascoltatevi il tempo dispari a metà di The Resurrectionist, queste sono chicche che si ritrovano negli album di gente che ha un pedigree lungo chilometri, non te lo aspetti in un album d’esordio di ragazzi che si affacciano per la prima volta al grande pubblico. Se verranno sostenuti come meritano sentiremo ancora parlare di loro, e meno male, perché qui i presupposti per durare nel tempo ci sono tutti.

Chiudiamo in bellezza con il secondo album degli americani MAȞPÍYA LÚTA, progetto raw black metal focalizzato sulla figura del capo indiano Nuvola Rossa, che è ciò che significa il moniker della band nel linguaggio originale della tribù dei Lakota. Wowahwala contiene tre pezzi – rispettivamente da nove, dieci e quindici minuti di durata – è registrato un pelino meglio del debut Wóohitike del quale vi parlai tempo addietro, è più vario nelle partiture (che in qualche situazione più cadenzata arrivano ad essere quasi melodiche) ma il loro raw black metal con influenze di musica nativo-americana è rimasto pressoché identico, per questo motivo se vi è piaciuto l’esordio (io lo adoro, come potrebbe essere altrimenti?) non avrete alcun motivo per essere delusi da questo seguito. I tre brani sono molto omogenei, la proposta è di assoluto livello artistico e non difetta di originalità anche se rimane nel contesto di un raw black metal estremo, di quello che fa male ai timpani se si ha la sventatezza di ascoltarlo ad un volume più mortifero del normale. Non perdetelo, vale oro.

‘Til next, keep headbangin’. (Griffar)

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