Musica da camera ardente #1

La vera copertina di All Pigs Must Die dei Death In June ovvero il maialino Johnny nel suo momento di gloria

Affinché potessimo salutare il 2010 in modo da conciliare sia le volontà di quegli amici che, da persone normali e di senno, avevano intenzione di festeggiare in modo rilassato e piacevole sia le istanze e necessità deviate che io e Ciccio tendiamo a soddisfare in ogni occasione mondana e non, s’è deciso di chiuderci per qualche giorno in una baita di montagna grim and frostbitten e “matare” un maialino di sette chili circa. Infilzata a dovere la povera malcapitata bestia, soprannominata  John Fitzgerald (per la brutta fine che stava per condividere col più famoso omonimo) e ribattezzata amichevolmente Johnny, il nostro letale amico Cristiano Vlad l’Impalatore l’ha infine posta innanzi alle fiamme. Di fronte a questo spettacolo crudo e rapinoso ho definitivamente fugato gli ultimi dubbi che avevo a proposito del nome da dare alla qui presente rubrica di dark folk ambient & affini. Alla maggior gloria di Johnny inauguriamo dunque Musica da camera ardente e per poterci calare da subito nella giusta atmosfera da cripta ho deposto sul catafalco due nomi illustri del neo folk – ovvero Death In June e Blood Axis – più un cantautore, che dire noir è dire poco, dal nome d’arte impegnativo: Rome.

Che dire, che dire. Sono ormai 6 lustri che i Death In June, incarnati principalmente nell’inquietante figura di Douglas Pearce, ci deliziano con album perfetti e tutti perfettamente uguali a se stessi. Credo che il punto di forza dei DIJ risieda proprio nella sfacciataggine dimostrata anno dopo anno nel riproporre album formulaici: si è scoperta la formula giusta e gli ingredienti indispensabili quindi basta miscelarli ora in un modo ora in un altro, aggiungere qualche spezia, e il pranzo è servito. Un po’ come il maiale Johnny: ci puoi mettere su quello che vuoi ma quello sempre maiale resta. E così nel 2010, a due anni di distanza da The Rule of Thirds, il signor P. partorisce un doppio studio album, un album siamese. Anzi a voler essere proprio precisi ne partorisce solo una metà. Presto capirete perché. La prima testa ad uscire da quel buco da cui tutti veniamo e verso cui tutti (certamente noi maschietti) tendiamo a rientrare sovente è quella di Peaceful Snow. Lo metto su e proprio mentre il mio corpo sta per assumere la posa tipica di colui che si prepara ad ascoltare un cd dei DIJ (cioè totalmente sbracato) sono improvvisamente inibito dal suono di un pianoforte! Un pianoforte? Una novità? E dove stanno i due confortanti accordi di chitarra grazie ai quali sono andati avanti per 30 anni? Ma siamo pazzi? Ebbene è proprio così, un pianoforte. Penso: fico! Il resto è tutto uguale as usual, solo c’è il pianoforte. Il secondo nato invece è Lounge Corps, né più né meno di un Best of ma di versioni strumentali per pianoforte, il cui responsabile è un tale Miro Snejdr. Rilassante sottofondo per la fine del mondo.

Sono sicuro che tra una ventina d’anni (sempre se sopravvive Metal Shock e se il sottoscritto sopravvive al 21.12.2012) mi troverò ad elogiare l’ennesimo nuovo noiosissimo album dei Death In June fatto con quei due accordi in croce, due o tre “pààà… pà-pà-pààà”, la maschera e la mimetica. Insisto, a me – con o senza pianoforte – sta roba me piace.

Se a un certo punto ti ritrovi a fare il passo dell’oca scalciando in tondo per la tua stanzetta, allora stai attento, ci sono solo due possibili spiegazioni: o sei un deficiente o stai ascoltando Born Again, il grande, marziale, ritorno dei Blood Axis! Qualche mese fa, dopo 15 anni di attesa, Michael Moynihan se ne esce all’improvviso con uno studio album – e che album ragazzi – nuovo di pacca e originalissimo. Dire che trattasi di mera rinascita è un po’ riduttivo. Ho ascoltato la vecchia roba dei Blood Axis e senza ombra di dubbio li preferisco adesso con qualche citazione di dotta cultura in meno e qualche influenza irlandese, nonché scozzese, in più. È come uscito vivo dalle Termopili, un ritorno impossibile ma da vero spartano e solo i duri e i forti possono definirsi spartani. La collaborazione della compagna del buon Miché, la polistrumentista Annabella Lee, è un punto fermo ed anche una pezza a colori a qualche lieve stonatura vocale dell’augusto fidanzato e grazie alla sua fisarmonica e al suo violino contribuisce a caratterizzare fortemente il nuovo stile del gruppo. Vorrei precisare che gli ultimi 15 anni non sono stati di puro silenzio per i Blood Axis, al contrario hanno partecipato a qualche progetto, come ad esempio quello con i Les Joyaux De La Princesse una band francese ambient industrial, ma di studio album neanche l’ombra. Moynihan ha distolto un po’ di tempo alla nobile musica solo per dedicarlo al nobile giornalismo. Egli è infatti l’autore di Lords of Chaos: The Bloody Rise of the Satanic Metal Underground, il noto libro sulla scena black metal norvegese o meglio, un documento sulle conseguenze che la scena black metal norvegese ha avuto su qualche chiesetta bruciata di troppo. E che sarà mai, un fuoco di paglia… Come diceva Leonida a suo figlio: <<Ricorda sempre la lezione di oggi: onore e rispetto!>>.

Che scoperta quella dei Rome. Almeno per me, visto che non ne avevo mai sentito parlare prima. Sarà stato anche a causa dell’entusiasmo per la novità ma li ho piazzati fieramente al secondo posto della playlist di fine anno. Nos Chants Perdus è di una complessità musicale leggermente maggiore a quella dei nobili lavori di cui sopra (contestualizziamo ricordando che si parla sempre di folk mica di metal opera) ma suona tanto semplice ed efficace da essere l’ennesima conferma del fatto che le scoperte più facili e a portata di mano sono quelle più inarrivabili. Il cantautore noir di cui si parlava all’inizio è Jerome Reuter, un francese che ha scelto – a parte qualche intermezzo recitativo in lingua madre come in Les Exigences de la Foi – di cantare in inglese. Questo album è un’unica ballata di 40’ circa, un bolero di atmosfere cupe il cui buio è evocato dalla voce di Reuter, calda e profonda. Gli elementi distintivi poi ci sono tutti: il tocco ripetitivo e apocalittico di pianoforte, la chitarra di accompagno, i cori di voci bianche femminili delicate e impercettibili, echi di vuoto retrostante la figura del cantante, protagonista assoluto. Per inciso: l’anno scorso è uscito anche un mini-cd L’Assassin ruotante, come è tipico, intorno alla bellissima title track con l’aggiunta di tre pezzi non presenti nel full lenght. Insomma dopo una decina di brani notturni e cimiteriali Nos Chants Perdus termina nel modo più dolce possibile con un brano leggero che non t’aspetti e un finale ambient fischiettante che ridesta i sensi assopiti.

Ps. Prima di congedarmi vi consiglio di farvi un giro su “74:33 Il primo blog di playlist come si deve” infettato oramai irrimediabilmente dal qui medesimo scrivente col germe infame del metallo pesante. (Charles)

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