La finestra sul porcile: SMILE 2
Il primo capitolo era quasi sembrato in grado di dire qualcosa di nuovo; il secondo delude, annoia e si impantana tra estetica pop con autotune e sorrisi che non fanno più paura.
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Il primo capitolo era quasi sembrato in grado di dire qualcosa di nuovo; il secondo delude, annoia e si impantana tra estetica pop con autotune e sorrisi che non fanno più paura.
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George Miller ha 80 anni e gira con l’impeto di un ventenne. Non un capolavoro come Fury Road ma comunque uno straordinario romanzo di formazione, tra western e tragedia greca, violenza e sentimento, epica ed etica.
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L’ambientazione kinghiana è risaputa, lo svolgimento è frettoloso e il finale è telefonato. Ma è giusto fare le pulci a un horror che, per una volta, vuole solo divertire senza intellettualismi o pretese autoriali?
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Non solo una delle serie televisive più popolari e discusse degli ultimi anni ma un prodotto che rompe, sia nella narrazione che nella forma, i meccanismi da catena di montaggio che hanno portato alla saturazione il mercato del “cinema a episodi”.
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Il reboot di uno degli horror più rappresentativi degli anni Ottanta è meglio del previsto. Però non si riesce a sentire il dolore, e i cenobiti sembrano quasi Funko Pop.
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