Avere vent’anni: MOGWAI – Mr. Beast
Quando un album è una summa di quanto fatto in precedenza da una band, può significare tutto e il contrario di tutto: può essere un semplice riassunto, quasi da pilota automatico, oppure un modo per mettere un punto ad una parte della propria carriera e/o un canale in cui far confluire tutte le proprie influenze passate, in modo tale da farle risplendere di “luce propria”. Nel caso di Mr. Beast dei Mogwai ci troviamo in quest’ultima categoria. Si tratta di un lavoro che funge da spartiacque tra la prima e la seconda fase della carriera degli scozzesi, lascia intravedere qualche sbocco futuro, ma, in larga parte, unisce, nel migliore dei modi possibili, le diverse anime della band. C’è l’irruenza esplosiva di Young Team, il “pop” di Rock Action, i momenti più oscuri di Come On Die Young!, così come quella rassegnata placidità di Happy Songs For Happy People. Eppure, caso più unico che raro, anche nei – pochissimi – momenti meno incisivi (le comunque buone Team Handed e I Chose Horses), Mr. Beast non suona mai come un lavoro stanco, o già sentito e, al contrario, tesse alcune delle melodie più intense e genuinamente commoventi della storia dei Mogwai.
Ne avevo un ricordo splendido per diverse ragioni, anche perché al tour di quel disco sono finalmente riuscito a vederli dal vivo – e gli scozzesi sono una delle migliori live band di sempre – e perché due brani del disco, Auto Rock e We’re Not Here , fanno da colonna sonora allo straordinario Miami Vice di Michael Mann (il film, non il migliore spettacolo nuovo a Bratislava citato nell’immortale Eurotrip), uno dei migliori film degli ultimi trent’anni. Come mi capita di fare quando devo scrivere di un disco che adoro – anche – per ragioni extramusicali e che non ascolto da un po’, cerco di rimetterlo su più volte tenendo un certo distacco, anche per vedere se ha superato la prova del tempo e per comprendere se il suo valore è più affettivo che altro. Anche perché, a volte, citando i Gazebo Penguins, è tutto un ricordar le cose meglio di com’erano davvero. Ma nel caso di Mr. Beast bastano le prime note della già citata Auto Rock per spazzare via qualsiasi dubbio che viene del tutto polverizzato dalle crescenti distorsioni di Glasgow Mega-Snake.
Perché, in fondo, ci troviamo davvero di fronte a un disco senza tempo, che potrebbe essere uscito nel 1998, nel 2006, o nel 2026 e suonerebbe sempre attuale, a fuoco e incisivo. E ciò in ogni suo aspetto – produttivo, di suoni, missaggio – e in ogni sua componente, dal blues sotto ketamina e vocoder di Acid Food, nella drammaticità una Travel is Dangerous o della già citata We’re Not Here, o nella progressione armonica di quell’autentico capolavoro chiamato Friend of The Night, miglior pezzo dell’album e da top ten della carriera dei Nostri. Un brano magnifico, intenso, commovente nella sua semplicità che dona ulteriore valore ad un disco che non ha perso un briciolo della sua forza, scritto da una band che in trent’anni non ha mai sbagliato niente e che continua ad essere rilevante ancora oggi. (L’Azzeccagarbugli)


