Negli episodi precedenti: MOTORPSYCHO – The Gaia II Space Corps
Ci eravamo lasciati, con voi 11 lettori nei giorni feriali, con delle riflessioni su Yay!, uscito ben tre anni fa, che rappresentava un nuovo punto di partenza per i Motorpsycho, che avevano deciso di ripartire in forma di duo e con un ottimo album quasi completamente acustico. Una scelta che, lungi dal lasciare intravedere una scelta musicale per il futuro, rappresentava in realtà un necessario riassestamento per i norvegesi, dopo una torrenziale fase creativa sia in termini quantitativi che di proposta. Terminato questo momento di transizione, i Nostri non sono stati mica fermi, anche se avevo ascoltato con poca attenzione le uscite che hanno preceduto quest’ultimo lavoro. Prima c’è stata la pubblicazione di Neigh!! nel 2024, evidente contraltare del suo fratello maggiore, un lavoro di “scarti” dei precedenti album, più vicino ai lavori del periodo 2009-2014 con alcuni punti di collegamento, nei momenti più “folk”, con il suo predecessore. Un album che conteneva quei soliti due/tre brani da greatest hits in fieri dei Motorpsycho, pur non emergendo tra i loro migliori album, anche considerando la loro ampia produzione degli ultimi tre lustri. Più meritevole il successivo album omonimo del 2025, quasi una summa del suono del gruppo, che attinge tanto alla parte più rock anni ’70 quanto a quella più progressive quanto a quella psych. Nonostante alcune lungaggini di troppo, decisamente perdonabili, si tratta di un album che avevo ingiustamente sottovalutato e che riesce a convincere tanto negli episodi più stratificati – Balthazaar – che in quelli più diretti e quasi pop – Stanley (Tonight’s The Night).
Finito il doveroso riassunto delle puntate precedenti, andiamo ad esaminare quello che, per quanto mi riguarda, è il disco più riuscito e sorprendente uscito dopo la trilogia di Gullvåg. Non tanto perché il duo – coadiuvato anche in questo caso da Reine Fiske e Olaf Olsen – abbia invertito chissà come la rotta degli ultimi album, ma perché ha optato per un’inedita (o quasi) sintesi compositiva: un album di trentasei minuti, che per i Motorpsycho significa quasi un EP. E questa scelta si è rivelata vincente, in quanto alcuni momenti eccessivi che contraddistinguevano anche i migliori degli ultimi lavori dei norvegesi, qui scompaiono, in nome di un’essenzialità fresca e rinvigorente.
A dispetto del titolo, The Gaia II Space Corps non ha quasi niente di progressive o di riccardonismo, ma si spinge su territori, ben codificati, di un rock anni ’70 psichedelico, che in alcuni casi diventa vero e proprio hard (space) rock e lo fa nel migliore dei modi possibili, inanellando una serie di pezzi estremamente coinvolgenti, dinamici, con dei suoni caldi e delle chitarre clamorose. Un ottimo album in continua crescita, che parte dal buon singolo zeppeliniano Fanny Again, Or, già sentito, ma divertente, inizia a fare sul serio con il blues “spaziale” in stile Hawkwind di The Great Stash Robbery e ingrana definitivamente con TSMcR.
Ma il meglio arriva a metà dell’album, a partire da The Hornet perfetto trait d’union psichedelico tra passato e presente in salsa anni ’70, davvero e fuoco e con un incidere sinuoso e avvolgente che fa da ponte per il brano omonimo, spaziale fin dal titolo, con un ritornello che ti entra in testa fin dal primo ascolto e delle chitarre semplicemente meravigliose, tra psichedelia e space-rock. Ma come è stato evidenziato in apertura, il disco è tutto in crescendo e questo viaggio nostalgico, ma mai passatista, trova il suo apice proprio nella successiva The Oracle, brano più progressivo del lotto, che un po’ ricorda certi Yes di The Yes Album, ma in salsa più lisergica. Uno di quei “pezzi lì”, da ideale best of dei Nostri, che girerà nello stereo/lettore per molti mesi a venire, perfettamente collocato quasi in chiusura. Perché a chiudere The Gaia II Space Corps, ci pensa la straordinaria cover di Black As Night dei The Frost, band da garage psichedelico americano, nota per essere capitanata da Dick Wagner che, dai ’70 in poi, avrebbe suonato più o meno con chiunque.
Un modo perfetto per chiudere un album che magari non sarà ricordato tra i capolavori dei Motorpsycho, ma che, oltre ad essere una discreta bomba, ha il pregio principale di riuscire a sorprendere: per come un gruppo che sta in giro da decenni, ormai perso nei meandri musicali del passato e che pubblica, di media, almeno un disco ogni anno, riesca ad essere ancora così fresco, a non annoiare mai. Insomma, come sempre, solo amore per Snah e Bent, che magari una volta ci sveleranno il segreto della loro eterna giovinezza. (L’Azzeccagarbugli)

