Mito, Epos, Civiltà: TRIUMPHER – Piercing the Heart of the World
L’ascesa degli ateniesi TRIUMPHER (mi rifiuto di scrivere il loro nome se non in maiuscolo ed in grassetto) è stata sorprendente, feroce, devastante. Un uno-due da guerra lampo, anche se d’altri tempi. Anzi, altri evi. Nel 2023 l’esordio Storming the Walls, l’anno seguente il ritorno ancora più terremotante, più grandioso, Spirit Invictus. Per dare un seguito a quest’ultimo c’è voluto un po’ di più, ma mica tanto. È più di una settimana che ascolto a ripetizione il nuovo Piercing the Heart of the World. Non lo direste forse dalle primissime tracce, ma è un disco più meditato. Più meditabondo, per certi versi. Non mancano la pugna, la grandiosità, la ferocia. Non è confidenziale, attenzione, non è nemmanco doom. È un altro grandissimo disco di epic metal moderno, modernissimo, anche se prodotto da una band feconda come si soleva esserlo negli ’80 e anche se si rifà alle origini di un universo culturale (miti, epos, civiltà) che risalgono per lo meno a due millenni e mezzo fa. Universo che ha moltissimo da dire alle genti di oggi, le loro vite, e speriamo che la scuola non smetta di insegnarlo mai. In sostanza, è questa l’idea che mi sono fatto della carriera fulminante dei TRIUMPHER, fino ad ora. Tre album che rappresentano, benché a strettissimo giro l’uno dall’altro, tre tappe fondamentali della crescita di una band che ormai non possiamo che definire fondamentale, se amiamo certe cose, certa musica. Mito, ἕπος ed ora Civiltà. I TRIUMPHER sanno che la loro musica è destinata agli annali, ma già fondamentale anche per il presente. Piercing the Heart of the World è il disco che ne cementa lo status, non più nuova realtà, sorprendente, ma una certezza ormai inamovibile, solida, monumentale.

Vi dicevo, forse un po’ più meditato, l’album. Intendiamoci, assalti all’arma bianca ce n’è, da dissetare un’orda invaditrice. Ma c’è altro, in Piercing the Heart of the World, ed è forse questo il motivo per cui io, che mi ero approcciato da subito ad ascoltarlo con elmo calato, ho impiegato più del previsto per arrendermi alla sua narrazione. Già, c’è più narrativa e forse meno foga, un po’ meno. L’ascendenza manowariana prevalente non è più solo quella dei pezzi più tesi e duri, veloci o cadenzati che fossero, come era evidente sin dagli inizi. Oggi i TRIUMPHER approfondiscono un’altra modalità, il lento lamento del guerriero che non sa se vedrà ancora l’alba.
Le impressioni del disco nuovo sono determinate dal peso della quarta traccia, Ithaca (Return of the Eternal King), e della quinta, Vaults of Immortal. La prima, appunto, un canto dolente che permette molto lentamente all’epica di farsi elettricità, la seconda una lirica per voce e pianoforte, breve. Due minuti circa, ma insieme al pezzo precedente fanno circa un quinto del minutaggio complessivo, distogliendo album e ascoltatore dal massacro belluino cui eravamo in pratica già abituati. Poi ci sono altri dettagli nei vari brani, trombe, cori, arpe, campane, arricchimento delle sonorità, non integralmente elettriche, che rendono più complesso lo spettro. Viene da chiedersi come le rendano dal vivo, se mai gli Dei dell’Olimpo mi daranno occasione di constatarlo in prima persona.
Intanto, pur non essendo questo un concept sull’Odissea (quella dei TRIUMPHER è una narrazione che trae spunto dalla Classicità, non un esercizio di stile letterario), è significativo che due dei brani più pesanti sull’economia del disco si ispirino al ritorno a casa (νόστος) più celebre e fondamentale della parte occidentale della civiltà mondiale. Epica ed eroismo non più puramente belluini, non più (solo) distruzione (dove non poterono le armi degli achei arrivò la furbizia di Odisseo). Il nuovo album degli ateniesi, non solo in musica, ma anche nelle tematiche, va oltre. Due brani, dicevo, ispirati dal poema omerico. Quello che non avevo ancora menzionato è il brano di chiusura, Naus Apidalia, quasi una suite, nove minuti, tre movimenti, una specie di anticipazione (forse) della maggior complessità che i TRUMPHER potrebbero mettere in campo per le loro prossime epopee. Qua ci sono passaggi narrati, quasi un sorgere rasserenante del sole sulla spiaggia ed un coro marinaresco e marziale, che ti ci vedresti proprio Sakis Tolis in persona a comparire cantando.

Ora però non immaginatevi un disco prog. Immaginatevi… lo starete ascoltando da giorni, per cui lo saprete già che la lancetta della bilancia è ancora spostata, globalmente, verso l’heavy, un heavy veloce e durissimo. Un brano come Destroyer è letteralmente quello che promette di essere. I cinque di Atene suonano serrati come un’armata invincibile. Lo sono, questa è solamente una conferma. Black Blood e The Mountain Throne, grandiose, magniloquenti, approfondiscono una parentela che non avevo identificato nelle prove precedenti, parlo dell’afflato drammatico di un Alan Averill e dei suoi Primordial, maestri in quel versante dell’epic che meno sembra cosplay e in cui senti la puzza ed il dolore della Storia. Ancora, il volteggiare delle Erinni in Erynies, appunto, su base ritmica quasi hardcore. Insomma, il fatto è che Piercing the Heart of the World dura solo tre quarti d’ora scarsi. È un bene, perché spesso le durate maggiori si ritorcono contro la qualità della musica immortalata (cosa che capita, appunto, coi Primordial). Grandiosi, i TRIUMPHER, anche in questo, anche nel non correre il rischio di strafare. Solo che ora che lo spettro delle possibilità si sta ampliando, restando su questo minutaggio non può che venirti voglia di più pugna, più avventura, più pathos. Più tutto. Insomma, non sazi di questo disco qui, e dei due precedenti, stiamo già aspettando il prossimo volume di un poema che si sta dispiegando disco dopo disco. Fortuna che, se mantengono questo ritmo, non dovremo aspettare molto. (Lorenzo Centini)
