Coste saccheggiate e date alle fiamme: BRONZE HALL – Embers of the Dawn
Forse l’altra volta poteva sembrare che non la stessimo prendendo troppo sul serio, quando ci siamo occupati dell’esordio di Bronze Hall. Ovvero del nome che usa un polistrumentista finlandese, tale Yöpyöveli, per pubblicare in autonomia album viking/pagan/folk/epic/black metal. Sembrava non la stessimo prendendo sul serio, ma, vi assicuro, non era affatto così. Solo, si era nel pieno della canicola estiva, c’era bisogno di esorcizzarla ed in questo Honor & Steel era perfetto. Ora affrontiamo il seguito, Embers of the Dawn, tra brume e freddo, e ci viene meno voglia di sdrammatizzare. Bronze Hall fa sul serio e le sei tracce nuove confermano e ampliano il discorso dell’esordio. Di base, viking metal rozzissimo e bathoriano registrato in bassa fedeltà, con ottimi passaggi dungeon synth e/o folk acustici. In poche parole, potenzialmente un album killer per tre quarti dei ventiquattro lettori di Metal Skunk. Non solo potenzialmente, perché le premesse sono confermate (e rilanciati) dai sei brani sul piatto oggi.
In media tutti lunghi (uno solo scende sotto i sei minuti), il tempo che ci vuole a farti calare in in questa atmosfera barbara e guerresca che non svanisce quando finisce il disco. L’ossatura di metallo pagano è ben presente e, se la voce è un rantolo che di umano ha ormai poco, armonie e melodie delle chitarre invece spingono molto sull’epico o persino sul medievaleggiante (tipo Obsequiae? Quasi). Più di tre quarti del minutaggio è suono elettrico puro e brani come Night’s Black Wings suonano come dovessero accompagnare saccheggi e scorribande. Come nell’esordio, i synth completano lo spettro sonoro di alcuni passaggi, quando serve far intervenire maggior enfasi. Ma rispetto all’esordio la differenza maggiore la fanno i passaggi acustici. Che siano introduzioni, come nell’iniziale Embers of Remembrance, o contrappunti, come quelli magnifici di In Northern Twilight. Tutto concorre comunque alla creazione di una condizione drammatica, grandiosa, fatale. Il fatto che la produzione sia amatoriale (bassa fedeltà) non toglie nulla al pathos, anzi, semmai aggiunge. Con risultati come questi, con un secondo disco a confermare e rilanciare la bellezza dell’esordio, quello di Bronze Hall ormai è un nome da tenere bene a mente, se le coordinate di cui sopra vi garbano. Dovrebbero. (Lorenzo Centini)

