Odiare (o no?) i dischi che crescono con gli ascolti: DENOMINATE – Restoration
Ho scritto e riscritto questa recensione non so quante volte. Ho perso il conto. Il fatto è che quest’ultimo lavoro dei finlandesi Denominate è il classico disco che, banalmente, cresce con gli ascolti. E io odio i dischi che crescono con gli ascolti.
Che palle mettersi lì ad ascoltare un disco nuovo e percepire, fin dal primo ascolto, che ne serviranno minimo altri trenta per arrivare a ricordare non dico la prima, giacché quella la si ricorda sempre, ma anche solo la seconda traccia. Senza contare tutte le altre. Quando è così il disco non può andare oltre un certo livello di gradimento. Non può perché mi sfinisce sia nella mente che nel fisico. Letteralmente. Mi fa venire il fiatone. Mi sento un peso sullo sterno. Quindi aspetto, lascio passare un po’ di giorni e ci riprovo. Alle volte serve solo cambiare giorno. Se anche al secondo ascolto però si ripresenta quella sensazione di peso sullo sterno allora mollo. Se non va, non va. Pazienza e fanculo la FOMO (Fear Of Missing Out, in italiano “paura di essere tagliati fuori”).
Insomma, qualche settimana fa esce Restoration, lo metto su e arriva quella sensazione allo sterno. Peccato, mi dico, le premesse sembravano ottime. Lo riprendo qualche giorno dopo, ma niente. Vabbè, mollo il colpo come da copione. Tuttavia viviamo in un mondo in cui gli algoritmi ci conoscono meglio di noi stessi, ed ecco che Restoration continua a tornarmi sotto gli occhi. Ipnotizzato dai continui suggerimenti, decido allora di riascoltarlo per la terza volta. Poi una quarta, poi una quinta, e così via. Comincio a essere confuso: qualche riff e qualche linea vocale mi stanno entrando in testa. A questo punto inizio a scrivere la recensione nella speranza che, buttando giù qualche idea, riesca a capire se Restoration mi piaccia o no.
I Denominate sono una band nata nel 2015 che ora arriva all’apocalittico terzo disco. Il loro genere è un death progressivo che mette insieme i Ne Obliviscaris, ma in versione più asciutta, gli Opeth di inizi 2000, i Gojira e talvolta, mi pare, anche qualche suggestione chitarristica e vocale dei Mastodon di Crack The Skye, ad esempio nella traccia The Cistern (la migliore del disco, tra l’altro). I Denominate però ci mettono del loro e il suono che ne esce è personale e distintivo. L’album vive di contrasti: si alternano chitarre distorte a chitarre acustiche, tappeti di doppio pedale a pattern di batteria più vuoti, voce growl a voce pulita. I progressi rispetto al precedente Isochron sono notevoli. Le composizioni sono diventate più stratificate, meglio arrangiate, più varie e dinamiche. La band ha imparato come concretizzare le proprie idee senza tralasciare niente, ma pure senza risultare logorroica o in ansia da prestazione, volendo dimostrare obbligatoriamente tutte le proprie capacità. Tutto fluisce perfettamente, nessun passaggio sembra forzato e ogni cosa è lì esattamente dove deve essere. Non c’è niente che sia in più e niente che manchi.
Aspetta, buttare giù qualche idea sta funzionando. Capisco. Quest’ultima parte è uscita di getto. Realizzo che, nel tralasciarlo, stavo per fare una cazzata. Restoration è un gioiellino. Forse anche qualcosa di più, ma serviranno ancora alcuni ascolti per dirlo. Può darsi che un posto della top 10 di fine anno sia già preso. Ma tu guarda i dischi che crescono con gli ascolti, ciò. Però ora non è che smetto di odiarli. Magari sì. Non lo so. Ci penso. (Luca Venturini)

