Celebriamo i TOTO, gli zar di tutti i riccardoni

È impossibile, per quanto mi riguarda, parlare dei Toto senza partire da No Waste of Flesh degli Antropofagus. Dato che il titolo dice che questo è un pezzo sui Toto, prima di cominciare mi prendo un attimo per spiegare chi sono gli intrusi. Gli Antropofagus sono una band genovese di brutal death metal il cui sopracitato disco, uscito nel 1999, è leggendario, almeno tra i fan italiani del genere. La band esiste ancora, quindi, se non li conoscete, fatevi prima un giro sulla piattaforma che preferite e ascoltate un brano a caso da quel disco. Poi tornate pure, se nel frattempo non avete perso la pazienza perché pensavate che l’articolo partisse subito parlando del bel suono di Lukather. Poi arriviamo anche a quello, promesso.

Nel 2010, o giù di lì, frequentavo l’ultimo anno di un’accademia musicale a Milano (curiosità: c’era pure Jacopo Rossi, attuale bassista proprio degli Antropofagus, ma che allora, mi pare, non lo era ancora, e insieme suonavamo Corazón Espinado di Santana e Samba della Rosa di Ornella Vanoni a lezione di musica d’insieme, ciao belin). Un giorno feci ascoltare quel disco al mio professore di teoria, che era un pianista, curioso di sapere cosa fosse il death metal. Ovviamente lui fece una faccia tra il negativamente stupito e lo schifato, dato che era uno di quelli che “se non è Herbie Hancock non ci siamo”.

Arriva la fine dell’anno scolastico e c’è da fare l’esame scritto. Il professore, alla prima sessione, mi boccia. Rimandato alla seconda sessione di esami. Contesto però alcune correzioni, in maniera pacata. Lui, evidentemente stufo della mia impertinenza, a un certo punto tronca il discorso con un: “Ma non puoi ascoltare quella roba che ascolti tu. Devi capire che devi ascoltare anche altro, se vuoi capire la teoria musicale”. Chiedo cosa sarebbe questo altro. “Non dico che devi studiare la discografia di Herbie Hancock ma, visto che ti piace il rock, almeno i Toto!. Io rispondo che, sì, posso anche ascoltare i Toto, ma non capisco come questo possa aiutarmi a superare un esame di teoria. “Venturini, ascolta i Toto, fidati”. Inutile insistere, ormai aveva in mente solo di andare a pranzo. E comunque non aveva risposto alle mie contestazioni.

All’epoca non conoscevo ancora il termine “riccardone”; ripensando a quel momento più di un decennio dopo, penso che quello fu il primo incontro con la matrice di tutti i riccardoni: IL FAN DEI TOTO. Secondo il professore, io non ero pronto per Herbie Hancock, che nelle sue parole pareva una sorta di stregone la cui musica era stata creata per un ristretto numero di eletti, ma lo ero per i Toto, dai cui dischi avrei assorbito, evidentemente per osmosi, la teoria musicale. Siccome, nonostante tutto, avevo grande fiducia nei consigli che il professore mi dava, a testa bassa decisi di passare l’estate ad ascoltare solo i Toto. Non che non li conoscessi già. Avevo già studiato anche alcune loro canzoni per il corso di strumento (batteria). Ma sapete quando una band ha dei fan con cui non si può parlare, perché, se dici una mezza parola storta sui loro beniamini, ti prendono a maleparole? Io ho il rigetto per quelle band.

All’accademia era pieno di impallinati riccardoni fan dei Toto da cui mi tenevo alla larga perché l’unica maniera per parlare con loro era elogiare la maestria della band. Non era previsto dire che un disco o una canzone fossero penosi, no. I Toto, secondo i loro fan riccardoni, avevano fatto tutto perfettamente durante tutta la loro discografia. Eppure a me sembrava che qualcosa gli fosse uscito bene e qualcosa male. Ma era vietato dirlo. In particolare, Steve Lukather, chitarrista e fondatore del gruppo, era lo sciamano dei riccardoni. Le note della sua chitarra erano come le parole di un testo sacro per un credente. Note come dogmi, accordi come insegnamenti di vita. Una volta mi permisi di dire, a uno di questi riccardoni fan dei Toto, che secondo me pure Keith Richards, il chitarrista dei Rolling Stones, sapeva il fatto suo. Certo, magari non era così sopraffino come Lukather, ma sulle ritmiche ci sapeva fare. La risata che mi rivolse il riccardone fan dei Toto era di quelle che si ricordano per tutta la vita: una di quelle che ti fanno capire quanto sei ingenuo, quanto la tua visione della vita, non solo della musica, sia così naïf da fare tenerezza.

Falling in Between era l’ultimo disco che avevano fatto prima di allora, e siccome a me piace, di una band, sempre ascoltare le cose più recenti, se devo fare un ripasso o studiare, cominciai il processo di osmosi con quel disco. Schiacciai play. Che suono! Che groove! Che accordi! Che rivolti! Che toniche! Che do diesis! Che scale superlocrie! Che II-V-I! CHE DUE MARONI!

Rifaccio l’esame alla seconda sessione, a settembre. Promosso. “Allora, Venturini, studiato sotto l’ombrellone?”. Rispondo che, a dire la verità, quell’estate ero andato in Bosnia. “Ah, caspita! Bosnia. Bello”. Rispondo che non lo definirei bello, il viaggio, visti gli edifici crivellati di colpi di una guerra di cui mi ricordo ancora i rumori dall’altra parte dell’ Adriatico, mentre ero in vacanza da piccolo nelle Marche. In realtà, però, non sapevo nemmeno io come definirlo, quel viaggio. “Beh, e quindi vedi che i Toto sono serviti?”. Sì professore, sono serviti. “Bene”. Bene.

Lascio l’aula e scendo in strada. La giornata sapeva di libertà, di nuovo inizio. Nei miei ricordi era una giornata soleggiata, con una temperatura piacevole, ma sono convinto sia solo una creazione della mia mente per fare da sfondo a un bel momento. Prendo la metro per andare dove dovevo andare. Mi metto le cuffie e faccio partire, finalmente, di nuovo, dopo tre mesi che non lo ascoltavo, No Waste of Flesh. (Luca Venturini)

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